Politica

di Emiliano Fumaneri

Verona, Roma, Vaticano: le tre giornate sull’aborto

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Tre fatti, in questi ultimi giorni, hanno agitato l’opinione pubblica. Il primo è accaduto a Verona, con la mozione presentata giovedì scorso in consiglio comunale che impegna la giunta sul piano della prevenzione degli aborti. Il secondo è avvenuto all’Università La Sapienza di Roma dove i collettivi studenteschi di sinistra, al grido di “fuori i pro-life dall’Università”, hanno aggredito i loro colleghi colpevoli di volantinare a favore della vita. Il terzo fatto, infine, ha avuto come protagonista papa Francesco, tornato a parlare di aborto nella tradizionale udienza del mercoledì: alla sua maniera, senza troppi giri di parole, con un parallelismo scioccante (almeno per i pro-choice) tra l’aborto e l’affitto di un sicario «per risolvere un problema».

Come da prassi, chiunque si permette di mettere in discussione “conquiste” consolidate come l’aborto legale si espone a un linciaggio morale (come la capogruppo piddina di Verona che ha appoggiato la mozione pro-vita) o materiale, come è accaduto agli universitari per la vita di Roma.

Queste reazioni intolleranti mostrano il vero volto dell’ideologia abortista, un viso segnato dalla violenza e dalla prevaricazione. Del resto le radici dell’abortismo, l’ideologia che legittima l’aborto sul piano teorico e pratico, risalgono al francese Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814), il primo scrittore dei tempi moderni a predicare l’aborto, l’infanticidio, l’omicidio e il suicidio come manifestazioni della volontà di piacere (i «piaceri della crudeltà») e di una assoluta, “repubblicana” libertà. I passi più violenti si trovano nel pamphlet “La filosofia nel boudoir” (1795), un feroce attacco alla religione, alla moralità, ai legami famigliari e alle strutture sociali. Qui Sade esalta la sodomia, l’incesto, la lussuria, la crudeltà con toni osceni anche per il permissivismo della società di oggi.

Il passo più sistematico è forse quello in cui Sade fa iniziare la novizia Eugénie a una sessualità perversa da due “precettori immorali”, i grandi libertini Madame de Sainte-Ange e Dolmancé. È una lettura sgradevole ma alquanto istruttiva, per certi versi anche necessaria:

— Sainte-Ange: «Non pensare mai, povera pazza, che possa essere un male cercare, in ogni modo, di deviare dal suo cammino abituale il seme dell’uomo, perché la procreazione non è affatto il fine della natura, che si limita a tollerarla, e quando non ne approfittiamo le sue intenzioni sono ancora meglio assolte. Eugénie, dovrai essere la nemica giurata di questa fastidiosa riproduzione, e dovrai sempre deviare, anche da sposata, questo liquido perfido la cui vegetazione serve soltanto a deformare i nostri corpi, a smorzare in noi le sensazioni voluttuose, a farci appassire, a invecchiarci e a rovina la nostra salute; obbliga tuo marito ad abituarsi a queste deviazioni; offrigli tutte le strade che possono allontanare il suo omaggio al tuo tempio, digli che detesti i bambini, che lo implori di non farne. Rispetta questo precetto, mia cara, perché, ti avviso, odio talmente la procreazione che smetterei di esserti amica non appena tu rimanessi incinta. Se però ti accadesse questa disgrazia, senza tua colpa, informami nelle prime sette od otto settimane, e te ne libererò senza alcuna difficoltà. Non aver timore di un infanticidio: è un crimine immaginario; siamo sempre noi le padrone di ciò che portiamo in seno, e non commettiamo un male maggiore a distruggere questa specie di materia di quanto ne possiamo commettere purgando l’altra con dei medicinali, quando ne abbiamo bisogno».

— Eugénie: «Ma se il bambino fosse già al termine?».

— Sainte-Ange: «Anche se fosse già nato, saremmo sempre padrone di distruggerlo. Non esiste diritto più certo di quello delle madri sui figli… ».

— Dolmancé: «Questo diritto è scritto nella natura… è incontestabile. La stravaganza del sistema deifico è stata l’origine di tutti questi errori grossolani. Gli imbecilli credevano in Dio, convinti che solo da lui ricevessimo l’esistenza e che non appena un embrione giungesse a maturazione, subito un’animuccia emanata da Dio venisse ad animarlo, questi sciocchi, ripeto, considerarono ovviamente un crimine capitale la distruzione di questa piccola creatura perché, secondo loro, essa non apparteneva più agli uomini; era opera di Dio, apparteneva a Dio: come disporne senza commettere un delitto? Ma da quando la filosofia ha dissolto tutte queste imposture, da quando la chimera divina è finita nella polvere, da quando, grazie a una migliore conoscenza delle leggi e dei segreti della fisica, abbiamo chiarito la questione della riproduzione e questo meccanismo materiale non ci stupisce più della vegetazione di un chicco di grano, abbiamo fatto appello alla natura contro l’ignoranza degli uomini. Ampliando la portata dei nostri diritti, abbiamo finalmente riconosciuto di essere perfettamente liberi di riprenderci quello che avevamo concesso solo controvoglia o per caso e che era impossibile esigere da un individuo qualunque che divenisse padre o madre contro la sua volontà, e abbiamo anche capito che una creatura in più o in meno sulla terra non costituisce un fatto di grande importanza e che, in poche parole, eravamo noi i padroni di questo pezzo di carne, anche se provvisto di anima, così come lo siamo delle unghie che tagliamo dalle nostre dita, delle escrescenze che estirpiamo dal nostro corpo o delle digestioni che eliminiamo dall’intestino, perché tutto ciò deriva da noi, ci appartiene e siamo gli unici padroni di ciò che da noi emana. Illustrandovi, Eugénie, l’irrilevanza dell’omicidio su questa terra, avrete capito quanto conti poco ciò che attiene all’infanticidio, anche se commesso contro una creatura già in età di ragione; è quindi inutile tornare sulla questione: la vostra grande intelligenza completerà le mie argomentazioni. E la lettura della storia dei costumi di tutti i popoli della terra, mostrandovi come quest’usanza sia universale, finirà per convincervi che soltanto la stupidità può considerare un male questo modo di agire assolutamente normale».

Vi prego di notare la logica ferrea, implacabile, disumana, dal sapore di una sentenza inappellabile. È lo stesso parlare di alcuni dei personaggi più inquietanti di Dostojevskij. Come Smerdjakov, il parricida capace di argomentare con terrificante lucidità la necessità del delitto e di passare all’azione con brutale violenza.

In questo testo impressionante Sade presenta già tutti i temi classici dell’abortismo contemporaneo: l’edonismo (il piacere come criterio universale), l’utilitarismo, il materialismo, l’empietà, l’individualismo proprietario, l’imperialismo contraccettivo. È da questo terreno inquinato che germoglia, come una pianta velenosa, il diritto assoluto di disporre del proprio e dell’altrui corpo – quindi anche del concepito – in maniera dispotica («siamo sempre noi le padrone di ciò che portiamo in seno»). Il concepito è disumanizzato al punto di essere paragonato a un’unghia, a un pezzo di carne, a una cisti, persino alle feci. L’assurda teoria dell’embrione come “grumo di cellule” non è altro che una variazione su un tema sadiano: l’estrema disumanizzazione del concepito. Il rifiuto di concepire e generare non potrebbe essere più radicale.

L’utopia sessuale immaginata da Sade realizza alla perfezione la società competitiva che piace molto a un certo capitalismo: una società senza solidarietà, dominata dalla legge del più forte, nella quale la categoria dell’incontro è stata integralmente evacuata. Come in uno specchio deformante, Sade capovolge l’imperativo kantiano: l’altro è sempre un mezzo, mai un fine. Non c’è limite alla ricerca del proprio interesse, ogni mezzo è lecito, per quanto perverso possa essere.

Sade è dunque il filosofo del radicalismo pannelliano, il santo laico della società radicale, quella società dove gli argomenti abortisti risuonano sulla bocca dell’uomo della strada: la brava ragazza della porta accanto che parla come Sainte-Ange, il vecchio impiegato che sentenzia come Dolmancé, il parrocchiano devoto che conciona come la Bonino…

Gianni Baget Bozzo nel suo “Il partito cristiano, il comunismo e la società radicale” osserva acutamente che la società radicale nega ogni trascendenza e, con essa, il principio di sacralità della vita. Ciò ha delle precise conseguenze. Che il diritto del debole possa prevalere su quello del forte, ad esempio, è cosa possibile solo a patto che il forte riconosca un valore superiore a lui, un principio che lo impegna a rispettare il debole, il non nato, il deforme, il vecchio. È esattamente il principio di sacralità della vita negato in radice dalla società radicale.

L’aborto legale non è altro che la logica conseguenza della riduzione del diritto a fatto, ossia alla legge del più forte. Baget Bozzo scrive che «concepire l’aborto come un diritto civile significa stabilire che il diritto è la forza, e che colui che non è in grado di imporsi come soggetto di un rapporto è un puro oggetto di fronte al soggetto che ha il potere fisico di disporre di lui».

Pertanto «la società radicale può [...] esistere, come la società pagana, solo mediante il totale esercizio del potere dei forti, e quindi con la emarginazione di tutte le condizioni deboli». In una simile società, l’unica speranza di assistenza per i deboli «può valere solo e soltanto fino a quando la fatica di assisterli può essere economicamente vantaggiosa ai forti». Ma sui corpicini dei bimbi di poche settimane nessuna industria della solidarietà può fiorire, nessun business dell’accoglienza è possibile. I fanciullini tornano utili solo da morti, come insegna Planned Parenthood col suo immondo commercio di “materiale fetale”.

Più correttamente dovremmo parlare di antisocietà (o di anticiviltà) radicale. In altre parole il radicalismo è una fuoriuscita dallo stato di civiltà. Come ha fatto notare Josè Ortega y Gasset, il primeggiare della forza nel campo delle relazioni umane segna il ritorno alla barbarie, la quale non è altro che la volontà di annullare ogni norma e proclamare la violenza come prima ratio. Giusto al contrario, «la civiltà» — scrive Ortega — «non è altro che il tentativo di ridurre la forza a ultima ratio». La civiltà nasce dalla volontà di convivere, anche con quel radicale altro da sé che è il nemico. Ancor di più, di vivere assieme al nemico debole.

In democrazia — vertice della civiltà per Ortega — il rispetto delle minoranze è la forma suprema di questa volontà di convivere con l’opposizione. Lasciar vivere il debole richiede una estrema generosità. Solo la magnanimità può spingere il forte a limitare la propria volontà di potenza, sacrificando l’impulso che lo sprona a spingere al massimo la propria forza per schiacciare il debole.

Per questo la democrazia ha un vero e proprio culto per la legge, privilegia l’“azione indiretta” , le mediazioni istituzionali. Le figure del rispetto — il fair play, una certa formalità, la cortesia — sono sostanza della vita democratica. Sono, nell’ordine politico, l’equivalente del pudore, la virtù che definisce i limiti e, nel fare questo, assegna gli spazi vitali di ciascuno, proteggendo dalle intrusioni esterne. Il rispetto della minoranza è la condizione della convivenza civile.

Viceversa, le forze antidemocratiche si adoperano per solleticare il Masaniello che cova nelle masse. Inneggiano all’azione diretta, incitano le folle a “passare ai fatti”, a “finirla con le discussioni”, praticano la violenza verbale, gettano discredito sulle istituzioni, invitano a sospettare delle leggi. Tutti gli apologeti della forza riconoscono come unica norma la “forza dei fatti”. Ancora una volta, la legge del più forte.

Una società indifferente alle sorti dei più deboli è già in cammino verso la barbarie. Opporsi all’aborto legale perciò non significa cadere nel confessionalismo. È ben più che questo. È voler difendere la civiltà dalla ferocia di Sade.

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11/10/2018
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