{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Sette volti di una santità nuova e antica

Chiesa

di Emilia Flocchini

Sette volti di una santità nuova e antica

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Nelle sette vicende dei nuovi Santi che da domenica scorsa sono proposti alla venerazione di tutta la Chiesa, papa Francesco ha ravvisato altrettante storie d’amore tra Dio e l’uomo, altrettante risposte positive di fronte alla sua chiamata. La Parola di Dio proposta per la XXVIII domenica del Tempo Ordinario (Anno B), proclamata anche in piazza San Pietro durante la Messa con le canonizzazioni, può quindi essere spiegata con alcuni riferimenti a episodi delle loro vite, perché si è incarnata in maniera diversa per luoghi, epoche storiche e stati di vita.

La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, può far pensare a come papa Paolo VI abbia cercato costantemente di capire, soprattutto pregando, come la propria vita potesse aver sapore: il significato della parola “sapienza” in italiano, infatti, è collegato al verbo latino “sapere”, che vuol dire proprio “aver sapore”. Lo studio degli autori classici, ma anche la frequentazione inizialmente solo libresca dei principali pensatori del suo tempo, gli servì per riconoscere che l’uomo ha infinite possibilità di compiere il bene, se solo viene correttamente indirizzato. Solo così si spiegano i numerosi appelli, contenuti nei discorsi e nei documenti ufficiali, culminati con lo stimolo a edificare la «civiltà dell’amore» nell’omelia per la fine dell’Anno Santo 1975.

Anche monsignor Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia, ha commentato lo stesso passo riferendosi al Pontefice bresciano, nella Messa celebrata per i suoi conterranei al Santuario del Divino Amore, il giorno precedente la canonizzazione. «Uomo del dialogo e della modernità, capace di leggere i segni dei tempi», l’ha definito, ma anche «Uomo saggio e onesto. Illuminato e coraggioso. Ha guidato con straordinaria lungimiranza il Concilio Vaticano II, in costante ascolto dello Spirito santo, conducendolo alla meta del suo cammino».

La parte del Salmo 89 scelta per la liturgia in questione, invece, iniziava con i versetti che recitano: «Insegnaci a contare i nostri giorni / e acquisteremo un cuore saggio». La maggior qualità che gli abitanti di Pescosansonesco riconoscevano a Nunzio Sulprizio era proprio quella di avere un cuore così, che sapeva dare importanza alla preghiera come dialogo col Signore e con la Madonna, anche in mezzo alle fatiche cui sottostava come giovanissimo apprendista fabbro.

La medesima saggezza fu da lui impiegata anche quando venne ricoverato all’Ospedale degli Incurabili a Napoli. Quasi come il biblico Giobbe, che accettava da Dio il bene ma anche il male, il giovane ripeteva agli altri ammalati: «Tutto il bene viene da Dio». Se da una parte era rimasto orfano di entrambi i genitori e aveva perso il sostegno della nonna materna, mentre lo zio Domenico lo trattava più come un sottoposto che come un congiunto, dall’altra aveva conosciuto tante persone generose, come il colonnello Felice Wochinger, che per lui fu un secondo padre, o come don Gaetano Errico, anche lui Santo, che l’avrebbe accolto tra i suoi Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria anche se fosse rimasto senza la gamba malata.

La chiusura del Salmo, «Rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, / l’opera delle nostre mani rendi salda», è stata evocata anche da monsignor Antonio Napolioni, vescovo di Cremona, nel pomeriggio di sabato 13, di fronte ai pellegrini cremonesi. L’ha riferita all’esperienza che don Francesco Spinelli ebbe in quella stessa basilica di Santa Maria Maggiore, nel dicembre 1875: un sogno, o meglio una visione, che venne mentre piangeva e pregava davanti al reliquiario che, secondo la tradizione, custodirebbe il legno della culla in cui fu deposto Gesù bambino.

Quel sogno fu all’origine delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda e delle Suore Sacramentine di Bergamo, un tempo unite: don Francesco gli rimase fedele anche quando, a causa di alcuni dissesti finanziari, venne forzatamente allontanato dalle sue figlie. Per questa ragione monsignor Napolioni ha affidato «a quelle potenti lacrime del nostro giovane Santo la ricerca di senso di tanti ragazzi e ragazze, il percorso vocazionale dei seminaristi e delle Adoratrici di domani, la bellezza delle coppie di innamorati che cercano una roccia su cui costruire un futuro di feconda fedeltà».

L’azione della Parola di Dio, «efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», che «discerne i sentimenti e i pensieri del cuore», come afferma l’autore della Lettera agli Ebrei nella seconda lettura, è stata evidente nell’operato di monsignor Óscar Arnulfo Romero. Tutto El Salvador si fermava per ascoltare le sue omelie domenicali, trasmesse dall’emittente radiofonica YSAX: i biografi raccontano che fosse impossibile perderne un pezzo, perché a ogni angolo di strada, anzi, a ogni passo c’era una radio sintonizzata su quelle frequenze.

Contrariamente a quanto si possa pensare superficialmente, però, il vescovo martire salvadoregno non descriveva solo i mali del Paese, come sparizioni e omicidi con nomi, cognomi e circostanze: la prima parte del discorso, infatti, era costituita dalla spiegazione delle letture. Annuncio e denuncia andavano di pari passo: «Quando predichiamo la Parola del Signore», disse un giorno, «non solo denunciamo le ingiustizie dell’ordine sociale. Denunciamo ogni peccato che è notte, che è ombra: abbuffate, adulteri, aborti… Questo regno dell’iniquità e del peccato scompaia dalla nostra società».

Il brano del Vangelo di Marco, infine, mostra come l’incontro tra il Signore e un ricco (che in quel Vangelo non è precisato che fosse anche giovane) avvenga «mentre Gesù andava per la strada». Innumerevoli volte, finché le forze fisiche l’hanno retto, don Vincenzo Romano ha attraversato le strade, spesso in salita, della sua Torre del Greco. Prendendo spunto dalle reti a strascico dei suoi pescatori, aveva adottato un sistema per attirare le persone alla frequentazione dei Sacramenti: la “sciabica”, termine che può essere tradotto come “retata”. Di pesci ne ha catturati davvero molti, avvinti dalle sue parole, ma anche dalla carità con cui si privava davvero di tutto, a costo di causare un leggero dispiacere in Gelsomina, la sua fidata sorella e perpetua.

A chi, come quel tale, gli chiedeva cosa fare per ottenere la vita eterna, il santo curato di Torre spesso raccomandava: «Fede viva, fede viva», oppure esortava: «Fate bene il bene». A detta di molti, lui stesso agì in questo modo, una volta che ebbe compreso che Dio lo voleva pastore di quel popolo a volte insistente, a volte superstizioso, ma che nascondeva in sé un profondo desiderio di perfezione, lo stesso del ricco che, però, non volle dar seguito ai consigli del Divino Maestro.

Tra coloro che, invece, hanno eseguito alla lettera il comando di Gesù va annoverata madre Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù. L’incontro con alcune Piccole Suore degli Anziani Abbandonati, mentre dalla Spagna emigrava in Messico, fece riemergere in lei la risposta che aveva dato in un sogno avuto la notte precedente la sua Prima Comunione: «Ti seguirò, Signore, il più da vicino che una creatura possa fare». Trasferita in Bolivia, gradualmente assunse compiti che esulavano dallo specifico della sua congregazione, ma che corrispondevano al volere divino su di lei. Alle Suore Missionarie della Crociata Pontificia, oggi denominate Missionarie Crociate della Chiesa, che fondò nel 1926, lasciò molti insegnamenti. Uno rispecchia pienamente le parole di Gesù in quel passo evangelico: «Vendere tutto quello che si ha e darlo ai poveri comprende anche darsi ai fratelli, sacrificandosi per essi».

Anche madre Maria Caterina Kasper, benché già povera di famiglia, riusciva a donare anche quel poco che aveva agli abitanti di Diernbach, il suo villaggio, nella regione tedesca dell’Assia. Fu proprio per amore dei poveri che scelse di consacrarsi a Dio, anche se aveva chiaro in mente di non voler entrare in nessuna congregazione preesistente. Seguita dal vescovo di Limburgo, nel 1845 aprì una “piccola casa”, non un convento, a cui si associarono le prime compagne, le iniziatrici delle Povere Ancelle di Gesù Cristo. Invece di andarsene via tristi come quel ricco, presero come esempio la Vergine Maria, la serva del Signore per eccellenza.

L’invito alla speranza che Gesù offre ai discepoli, «Perché tutto è possibile a Dio», corrisponde invece a tutte le storie dei sette nuovi Santi. Davvero a Dio tutto è possibile: che un gracile prete bresciano venga chiamato a compiti sempre più gravosi nella Chiesa, ma li sappia compiere con gioia e con la certezza di aver sempre conservato la fede; che un vescovo ritenuto da molti conservatore “inciampi” (lo disse lui stesso) nella miseria di un popolo e arrivi a condividerne la sorte martiriale; che un sacerdote bergamasco trapiantato a Cremona sappia ricominciare da capo, per portare avanti il sogno della propria gioventù; che un altro sacerdote, napoletano, possa indicare la via buona ai suoi parrocchiani anche tra cataclismi e situazioni difficili; che una contadina tedesca continui a rimboccarsi le maniche per compiere lavori umili mentre è alla guida di una nuova congregazione; che una donna spagnola attraversi l’oceano più volte perché spinta dalla passione per la Chiesa; che un diciannovenne orfano e sfruttato sappia andare oltre le sciagure della vita perché sa trovare in essa segni di Grazia e di Provvidenza. «Il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi», come ha concluso papa Francesco.

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16/10/2018
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