Storie

di Rachele Sagramoso

Ritrovarsi dopo aver perso un bambino

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Tutto ha inizio con una frase terribile che ogni donna teme di sentire una volta nella sua vita di donna in attesa: “Mi dispiace, non c’è più battito”. Sono il 6-7‰ i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma dopo le 22 settimane di gestazione. Il rischio si riduce progressivamente sino alle 37 settimane per poi aumentare di nuovo con l’avanzare della gravidanza. Le cause restano inspiegabili nel 30-60% dei casi (esclusi casi attribuibili ad anomalie fetali, emorragie e/o distacchi di placenta, cause meccaniche e/o funicolari) e pare scontato dire che nessun genitore vorrebbe che il proprio bambino facesse parte di questa statistica.

Uno dei più grossi problemi che si trova ad affrontare la coppia genitoriale in queste circostanze è l’afflusso di parole inutili: statistiche, previsioni, tentativi di risollevare il morale, dati medici. L’imbarazzo che qualsiasi sanitario prova in queste circostanze è molto: nessuna università forma per confrontarsi in queste situazioni con dei genitori che da felici, sono scaraventati in una bolla di assoluto sconforto silenzioso. Il silenzio del pianto di un neonato che non udiranno mai, il silenzio che gli si impone in un luogo sconosciuto. In quel momento donne-madri e uomini-padri, reagiscono in modi assolutamente differenti: l’uomo è portato all’azione, al reagire, al fare. Gli viene chiesto di essere di sostegno il più possibile alla sua donna che, nelle ore successive, viene spesso ricoverata per il parto. Immagina che, di fronte a lui, si snoderanno ore difficili fatte anche di telefonate ai parenti, risposte ai sanitari, lacrime. La mente maschile vuole soluzioni, vuole “cacciavite e bulloni” per risolvere il problema, pretende di aver qualcosa da fare di pratico perché la situazione si risolva, e invece deve attendere forzatamente: è lui che deve occuparsi degli altri figli, se ci sono, e dei parenti, che soffrono anch’essi. Poi c’è lei, la donna, una pancia che “da culla si è trasformata in una bara” - dicono in tante -, colei che dovrà mettere al mondo una creatura - a volte due - che per ragioni molto spesso sconosciute, l’ha abbandonata. Dalla diagnosi di morte passano a volte ore, ore che la donna trascorre spesso in un reparto adiacente a quello dove ci sono piante e palloncini, spesso nella medesima stanza con altre puerpere: il suo bambino nascerà privo di vita e lei tornerà a casa con il ventre gonfio ma vuoto, il seno gonfio e nessuna bocca che lo cerca per sfamarsi. Quando il parto avviene (il cesareo viene effettuato in caso di effettiva e urgente patologia) i sanitari dovrebbero lasciare che la coppia conosca il proprio bambino. Bisogna ricordare che il parto, ogni parto, è un momento importante: lo è sia che il bambino nasca vivo, sia che il bambino nasca morto. Ogni necessità legata al parto (che sia un taglio cesareo o un parto vaginale) dovrebbe essere ascoltata e i sanitari dovrebbero poter essere capaci di porre le giuste domande alla donna (a volte basta un semplice: “alcune mamme trovano un po’ di consolazione nel vedere e tenere in braccio per qualche minuto il bambino, ma non è così per tutte”), dovrebbero sostenerla in un travaglio il più possibile guidato in modo rispettoso sia nei confronti del dolore fisico, sia nei confronti del dolore psicologico. La coppia dovrebbe ricevere le comunicazioni principali da un numero ristrettissimo di persone e dovrebbe poter salutare il proprio bambino. Se la morte del bambino è piuttosto recente, dopo la sua nascita il corpo rimane caldo e morbido per qualche decina di minuti: il tempo per accarezzarlo, fotografarlo, ricavare le impronte dei piedini e delle manine oppure una ciocca di capelli. Un sanitario, se i genitori non hanno coraggio, potrebbe fare da tramite per conoscere il bambino, specialmente se la nascita non fosse a termine e le sembianze del bambino potessero essere non chiare. Preme ricordare che un bambino che nasce non è solo dei genitori, ma è anche dei fratelli, dei nonni e degli zii: ogni persona potrebbe aver bisogno di vedere e sfiorare la pelle di quella piccola creatura, ma è la coppia a dover decidere come vivere questo evento. Perdere un figlio è un evento potenzialmente distruttivo per ogni madre e per ogni padre: la coppia che si ritrova a perdere un bambino deve potersi rifugiare in se stessa. A vicenda sono richieste affidabilità, condivisione di valori, intimità, rispetto, comprensione, fiducia… ma l’evento occorso può realmente minare le basi di una relazione: non è raro che due persone si allontanino. Come non è raro che la coppia non abbia più figli. E allora? Ricostruirsi dopo che si è perso un figlio può essere triste, ma necessario se si desidera mantenere in piedi la famiglia. Ricominciare da quel momento si può, condividendo la propria consapevolezza con l’aiuto di altre madri ed altri padri che hanno vissuto un’esperienza simile. Non lasciarsi chiudere indurendo il proprio cuore potrebbe essere difficile, ma è possibile: questo vale per la donna (che deve potersi rifugiare in altre donne che l’accolgano in modo femminile) e per l’uomo (che abbisogna di un altro modo di consolarsi, poiché possiede una sensibilità differente). Per tale motivo la coppia dovrebbe non chiudersi, ma, al contrario, aprirsi a consolazioni adeguate, singolarmente e/o insieme: trovare conforto nel confronto con chi ci è passato, vivendo quel dolore senza dimenticarlo, per continuare ad amarsi reciprocamente.

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16/10/2018
1511/2018
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