Chiesa

di Emilia Flocchini

Beatificazione di padre Tiburcio Arnaiz Munoz

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Domani, nella cattedrale di Nostra Signora dell’Incarnazione a Malaga, il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, presiederà l’Eucaristia con il rito della beatificazione di padre Tiburcio Arnaiz Muñoz. Questo sacerdote, inizialmente appartenuto al clero diocesano di Valladolid, poi passato alla Compagnia di Gesù, si rese conto dell’estrema miseria e della totale ignoranza in cui vivevano gli abitanti di alcuni insediamenti delle zone di campagna intorno a Malaga. Con l’aiuto di alcune catechiste, fondò l’opera delle Dottrine Rurali, proseguita oggi dall’Associazione Pubblica di fedeli delle Missionarie delle Dottrine Rurali.

Tiburcio Arnaiz Muñoz nacque a Valladolid, in Spagna, l’11 agosto 1865. I suoi genitori, Ezequiel e Romualda, di professione tessitori, lo portarono al fonte battesimale della parrocchia di Sant’Andrea due giorni dopo la nascita, nel giorno in cui si ricorda appunto san Tiburzio. Ad appena cinque anni, rimase orfano di padre. Sua madre, allora, cercò in ogni modo di mantenere sia lui che l’altra figlia, Gregoria, che aveva sette anni in più. Anni dopo, lui raccontò che da piccolo, una notte, ebbe un incubo: sognò di cadere all’inferno. Impaurito, chiamò sua madre, ma lei non lo sentì. Sempre più terrorizzato, invocò la Madonna Addolorata, che gli apparve dicendo: «Non cadi all’inferno né mai vi cadrai» e lo coprì col suo manto.

A tredici anni entrò nel Seminario diocesano, ma in seguito, per ragioni economiche, divenne allievo esterno. Studiò con discreto profitto ed era vivace, gioioso e di buon cuore. Per mantenersi agli studi, lavorava come sacrestano nel convento delle monache domenicane di San Filippo della Penitenza, sempre a Valladolid. Spesso, però, arrivava tardi al convento perché aveva preso sonno. La monaca portinaia lo rimproverava e lui ascoltava senza replicare, ammettendo il suo errore. Man mano che si avvicinava l’ordinazione sacerdotale, le monache lo vedevano preoccupato e chiuso in sé. Un giorno si confidò: «A casa pensano che io non abbia vocazione. Però mi succede che quanti più Esercizi faccio, più timore ho, perché vedo di più la dignità sacerdotale e la mia indegnità. Tuttavia, ogni volta mi sento di avere più vocazione».

Fu ordinato sacerdote il 20 aprile 1890 da monsignor Mariano Miguel Gómez, vescovo di Valladolid. Il suo primo incarico fu quello di parroco a Villanueva del Duero, un paesino nei pressi di Valladolid. Gli abitanti erano costantemente divisi tra loro per rivalità personali e questioni politiche. Don Tiburcio, armandosi di prudenza e capacità persuasiva, ottenne di portare concordia tra loro. Dopo tre anni gli fu affidata la parrocchia di Poyales del Hoyo, vicino ad Ávila, il cui territorio era più vasto. Anche lì meritò presto la fiducia dei suoi parrocchiani, grazie alla pazienza con cui insegnava il catechismo ai più piccoli e alla frequenza con cui visitava gli anziani. Nello stesso periodo ottenne, il 19 dicembre 1896, il Dottorato in Teologia.

Tuttavia, don Tiburcio sentiva di dover condurre una vita ancora più vicina a Dio di quanto già non fosse la sua. Pensava di farsi religioso, ma non voleva contrariare la propria madre, la quale, del resto, lo considerava il bastone della sua vecchiaia. Quando la donna morì, lui rimase molto addolorato e prese in cuor suo una decisione: sarebbe morto al mondo, staccandosi da tutto. Anche sua sorella Gregoria fece la stessa scelta, entrando tra le Domenicane del monastero di San Filippo. Don Tiburcio, dopo che si fu accertato che lei fosse soddisfatta, la salutò: «Allora, arrivederci in cielo!». Ormai era libero di poter domandare di essere ammesso, come sognava, nella Compagnia di Gesù.

Il 30 marzo 1902, don Tiburcio cominciò il noviziato a Granada. Aveva trentasette anni ed era convinto di non dover perdere più tempo. I suoi propositi dell’epoca furono: «Non chiedere mai nulla e accontentarmi di ciò che mi danno» e «Non mi sottrarrò mai a nessun lavoro, sotto nessun pretesto». Professò i primi voti la Domenica di Pasqua del 1904, il 3 aprile. Mentre faceva propria la spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, cominciava a esercitare i ministeri tipici della Compagnia di Gesù, principalmente la predicazione di Esercizi Spirituali e di missioni al popolo.

Per due anni risiedette a Murcia, dove fondò una casa d’accoglienza per le ragazze che venivano a servizio in città, così da renderle meno esposte a pericoli. Nel 1911 fu trasferito a Loyola, per il tempo della “Terza Probazione”, ossia il periodo finale della formazione gesuitica. Dopo aver svolto alcuni ministeri nelle Canarie e a Cadice durante la Quaresima, fu inviato a Malaga: lì professò gli ultimi voti, il 15 agosto 1912. Pochi giorni prima, come confidò in seguito, aveva stretto un patto con Dio: se gli avrebbe concesso dieci anni di vita, li avrebbe spesi per la sua gloria, senza sosta.

La predicazione delle missioni era il suo impegno maggiore: lo svolgeva instancabilmente, senza curarsi delle condizioni atmosferiche o dei disagi del viaggio, insieme ai suoi collaboratori. Per tenere vivi i frutti della sua predicazione anche dopo la sua partenza, fondava associazioni come le Congregazioni Mariane, le Conferenze di San Vincenzo de Paoli, l’Apostolato della Preghiera o l’Adorazione Notturna. Se nel luogo dove predicava c’era qualche comunità religiosa, di vita attiva o di vita contemplativa, cercava di avere un momento per dedicarsi tutto alle religiose. In molte case fece intronizzare, ossia collocare solennemente, l’immagine del Sacro Cuore di Gesù; fece lo stesso anche sulle vette di alcune montagne.

Padre Tiburcio predicava spesso anche nei “corralones”. Si trattava di una sorta di case popolari, con un cortile comune, dove ogni nucleo familiare disponeva di una stanza o due. Gli abitanti vivevano senza essere istruiti neanche a livello elementare e ignoravano i principi religiosi più basilari. Il gesuita aveva i suoi collaboratori, ma stava iniziando a pensare a qualcosa di nuovo: un gruppo di signorine che andassero in quegli insediamenti a fondare piccole scuole temporanee. A Emilia Werner, una delle sue collaboratrici, confidò quell’idea, insieme alla sua intima convinzione: «Quando Dio vuole una cosa, tutto si rende possibile: manda le persone e i mezzi».

Un giorno, mentre predicava una missione a Pizarra, fu invitato a benedire un monumento al Sacro Cuore sulla montagna di Gibralmora, ai cui piedi abitavano intere famiglie prive di tutto; per arrivarci non c’era neanche una strada sterrata. Dopo un giorno e una notte di missione ininterrotta, padre Tiburcio tornò a Malaga, ma il pensiero di quella gente a cui l’annuncio del Vangelo non era mai arrivato non gli dava pace.

L’incontro con una signorina di trent’anni, María Isabel González del Valle Sarandeses, parve al sacerdote l’occasione giusta per cominciare quell’opera. María Isabel, dopo aver partecipato a un corso di Esercizi Spirituali guidati dal gesuita padre Pedro Castro, aveva deciso di darsi interamente all’apostolato. Anche Padre Pedro aveva pensato di fondare una nuova opera per gli abitanti dei villaggi poveri, ma dopo pochi giorni fu destinato alle Isole Caroline. Indirizzò quindi la sua penitente a Malaga, dove avrebbe dovuto cercare una certa Cecilia León, che aveva in progetto una fondazione di una comunità religiosa femminile: avrebbero viaggiato insieme per raggiungere la missione dei Gesuiti.

María Isabel conobbe padre Tiburcio la sera del 7 gennaio 1921 e gli espose il suo progetto. Il gesuita replicò che non doveva andare tanto lontano: a due passi da Malaga, alla Sierra di Gibralgalia, c’era gente che non sapeva neanche fare il segno della Croce. Dovettero attendere un anno per iniziare l’opera, sia perché nessun’altra donna voleva farne parte, sia perché padre Tiburcio fu oggetto di aspre critiche: tra l’altro, andare in quelle zone dove non c’era la chiesa voleva dire che le volontarie dovevano restare per giorni senza la Messa. Il Superiore Provinciale dei Gesuiti dell’Andalusia, padre Cañete, l’appoggiò: privarsi della Comunione per evangelizzare i poveri equivaleva a «lasciare Dio per Dio». Cominciò quindi l’opera delle Dottrine Rurali. Le volontarie laiche arrivavano nei villaggi, poi cominciavano a insegnare a leggere e a scrivere, ma anche a preparare bambini e adulti ai Sacramenti.

A padre Tiburcio, intanto, cominciavano a essere attribuiti doni eccezionali: bilocazioni, capacità di scrutare i cuori, rivelazione di eventi lontani che non avrebbe altrimenti conosciuto o premonizioni di fatti futuri. Qualcuno affermò anche di essere guarito dopo che lui, come faceva sempre, era passato a visitare i malati di qualche paese. Il suo stile di vita era estremamente sobrio, sia nel vitto che nel vestiario: quando un suo penitente, sarto di mestiere, volle procurargli un abito nuovo, si sentì rispondere che doveva devolvere il corrispettivo ai poveri.

Ogni occasione, per lui, era utile per compiere un atto di carità. Un giorno doveva imbarcarsi per Melilla con monsignor Manuel González García, vescovo di Malaga, ma arrivò al porto mezz’ora prima della partenza. Pensò quindi di passare a far visita ai malati del vicino ospedale. Anche il vescovo arrivò e domandò di lui, perché non lo vedeva. Quando fu il momento di partire, lo vide arrivare di corsa: «Dov’è andato?», gli chiese. «A sfruttare il tempo, signor Vescovo», replicò il gesuita.

Monsignor González, che a sua volta fondò alcune congregazioni religiose dedite al culto dell’Eucaristia e all’evangelizzazione dei più poveri (è stato canonizzato nel 2016), tenne in altissima considerazione padre Tiburcio, affidandogli missioni anche rischiose in territori dove l’anticlericalismo era molto acceso. Contribuì poi a rimuovere l’ostacolo per l’inizio dell’opera delle Dottrine Rurali concedendo a María Isabel e compagne, nel 1922, di poter tenere l’Eucaristia nelle cappelle improvvisate dei villaggi dove andavano.

Verso gli inizi del luglio 1926, padre Tiburcio stava predicando una missione ad Algodonales, quando si sentì poco bene. Il medico lo visitò e gli diagnosticò bronchite e pleurite. Il gesuita reagì mormorando: «Mi affido». Trasferito d’urgenza a Malaga, fu obbligato a restare a letto, mentre gli abitanti cominciavano a pregare per lui nella chiesa del Sacro Cuore, retta dai Gesuiti. Si sottopose a tutte le cure possibili, compreso un salasso che gli lasciò una piaga sulla gamba destra. «Non merito nulla; Dio vi ricompensi», rispondeva ai medici. Quando gli chiedevano se stesse soffrendo, replicava: «Ciò che mi fa male è aver offeso Dio».

Il 10 luglio ricevette gli ultimi Sacramenti: da allora non parlò d’altro se non di quanto fosse bello andare in Cielo. Morì otto giorni dopo, il 18 luglio, alle 10 di sera: le ultime parole che pronunciò furono quelle dell’inno «Te Deum», a voce piena e forte, alternandosi con un confratello. Il cordoglio degli abitanti di Malaga fu unanime: ottennero, in via eccezionale, che il suo cadavere venisse subito sepolto nella chiesa del Sacro Cuore. Il tragitto compiuto dal suo feretro fu lo stesso che in vita, tante volte, aveva percorso nell’annuale processione del Sacro Cuore.

La fama di santità di cui era stato circondato in vita portò alla nascita, a pochi mesi dalla sua morte, del Patronato Padre Arnaiz, il cui scopo era conservare la sua memoria. Dopo molti anni, durante i quali la gente di Malaga e non solo non l’aveva dimenticato, fu decretata l’apertura della causa di beatificazione e canonizzazione, per l’accertamento delle sue virtù eroiche. Ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede il 5 dicembre 1989, fu aperta l’inchiesta diocesana, svolta nella diocesi di Malaga dal 18 marzo 1990 al 23 dicembre 1994. Gli atti dell’inchiesta diocesana, trasmessi a Roma, furono convalidati il 23 febbraio 1996.

Negli anni successivi si svolsero altri due eventi importanti per la fama di santità di padre Tiburcio. Il 28 giugno 2000 i suoi resti mortali furono riesumati, sottoposti a ricognizione canonica e collocati in una nuova tomba, sotto l’altare dell’Immacolata nella chiesa del Sacro Cuore a Malaga. Il 13 maggio 2005, poi, gli è stato eretto un monumento in calle Armengual de la Mola, per espressa richiesta della cittadinanza.

La “Positio super virtutibus” fu conclusa nel 2008, anno nel quale, il 3 giugno, la causa fu sottoposta ai Consultori Storici della Congregazione delle Cause dei Santi, in quanto causa antica o storica. Il 27 aprile 2010 la “Positio” fu trasmessa alla Congregazione delle Cause dei Santi ed esaminata, nell’ottobre 2016, dai Consultori teologi. Il loro parere positivo fu confermato dai cardinali e dai vescovi membri della stessa Congregazione. Il 10 ottobre 2016, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha quindi autorizzato la promulgazione del decreto con cui padre Tiburcio veniva dichiarato Venerabile.

Come possibile miracolo per ottenere la sua beatificazione è stato preso in esame il caso di Manuel Antonio Lucena García, quarantunenne di Malaga. Nel giugno 1994 ebbe un infarto del miocardio, che lo lasciò privo di ossigenazione per circa dieci minuti. Un tempo sufficiente, quindi, perché si producessero danni al cervello e conseguenti limitazioni fisiche o psichiche, come confermarono i medici dell’Ospedale «Carlos Haya» di Malaga, dove l’uomo era stato ricoverato. La sorella del malato coinvolse tutta la famiglia nel domandare a Dio la sua ripresa, per intercessione di padre Tiburcio. Di lì a poco, con stupore da parte dei medici, Manuel uscì dal reparto di Terapia Intensiva, completamente guarito.

Il 24 marzo 1998 fu aperto nella diocesi di Malaga il processo sull’asserito miracolo, i cui atti furono convalidati nel 2002. La Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi, il 15 dicembre 2016, si espresse a favore dell’inspiegabilità scientifica dell’accaduto. I cardinali e i vescovi della stessa Congregazione, nella Plenaria del 5 dicembre 2017, confermarono il parere positivo dei Consultori teologi, dichiarato il 27 giugno precedente: c’era un nesso tra la ripresa di Manuel e l’intercessione del gesuita. Il 18 dicembre 2017, quindi, papa Francesco ha concesso la promulgazione del decreto con cui la guarigione veniva riconosciuta come miracolosa e ottenuta per intercessione di padre Tiburcio.

Durante la sua vita furono installate trentaquattro Dottrine, ossia permanenze più o meno lunghe delle catechiste. Maria Isabel perseverò nella missione che le era stata affidata fino alla morte, avvenuta a Jerez de la Frontera il 6 giugno 1937. Le Missionarie delle Dottrine Rurali, che, come detto sopra, dal 1988 sono un’Associazione Pubblica di fedeli, proseguono i compiti ricevuti dai fondatore: lezioni gratuite per bambini e adulti con un momento di spiegazione del Catechismo, insieme alle visite ai malati e alla catechesi per tutte le età.

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20/10/2018
2105/2019
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