{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Messori ci richiama al cristianesimo primario

Chiesa

di Emiliano Fumaneri

Messori ci richiama al cristianesimo primario

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È ormai prossima la Solennità di tutti i Santi, tempo di preghiera e commemorazione per i cattolici, chiamati a meditare il mistero della comunione tra la vita eterna e la vita terrena. Giunge perciò provvidenziale, nel tempo dell’anno liturgico in cui la Chiesa si appresta a commemorare i suoi santi e i fedeli defunti, una lettura come quella che ci viene proposta da Vittorio Messori col libro “Quando il cielo ci fa segno” (Mondadori). Come recita il sottotitolo, Messori ci invita a prestare attenzione ai «piccoli misteri quotidiani», quei segni del soprannaturale che, per indifferenza o scetticismo, rischiamo di trascurare nella nostra vita da “cristiani della domenica”.

Se ne sente davvero il bisogno in un tempo in cui, per usare la formula più che trentennale del filosofo svizzero Romano Amerio, dilaga il «cristianesimo secondario». Con questa espressione Amerio voleva indicare quel cristianesimo preoccupato più che altro di produrre opere terrene, tutto assorbito dall’impegno sociale e dall’edificazione della città dell’uomo. In buona sostanza, Amerio se la prendeva con quel cristianesimo “engagé” che sembra prefiggersi, come prima e unica preoccupazione, quella di perfezionare la natura umana lasciando da parte la trascurabile questione della salvezza eterna.

Come se, contrariamente alla parola evangelica, l’uomo vivesse di solo pane e la ricerca del fine celeste non fosse altro che il retaggio di un passato ormai archiviato e non invece, in una prospettiva di fede, il “summum bonum”, il bene supremo.

Sia detto a scanso di equivoci: il cristianesimo «secondario» assolve una funzione benemerita e pure necessaria quando si spende in opere di bene utili a migliorare la vita terrena. Del resto la Chiesa ha sempre saputo che un minimo di benessere materiale è condizione indispensabile per lo sviluppo della vita propriamente umana e morale.

C’è però un momento in cui il cristianesimo «secondario» diventa nocivo, ed è quando pretende di precedere – e magari oscurare – il cristianesimo «primario», essenziale, quello dell’annuncio evangelico e della salvezza delle anime – che pure, se stiamo al Codice di diritto canonico, dovrebbe «essere nella Chiesa legge suprema» (così il canone 1752).

Ma come possono le opere del tempo usurpare le promesse dell’eternità? A giusto titolo la prevalenza del cristianesimo «secondario» angustiava un grande pastore come il cardinale Carlo Caffarra, l’arcivescovo emerito di Bologna morto nel settembre del 2017. Messori cita un suo pensiero dal sapore profetico: «È d’urgenza drammatica che la Chiesa ponga fine al suo silenzio circa il Soprannaturale».

Come non vedere nella esortazione di Caffarra un rimprovero indirizzato a una certa pastorale degli ultimi cinquant’anni? Una pastorale così ansiosa di mostrarsi “aggiornata”, al passo coi tempi, da essersi sbilanciata sulle realtà “penultime” a scapito di quelle “ultime”. La predicazione – forse per reazione eccessiva ai guasti della pastorale della paura che fino a non troppo tempo fa terrorizzava i fedeli – insiste davvero poco, in effetti, sui cosiddetti “novissimi”: morte, giudizio, paradiso, purgatorio, inferno.

Come conseguenza di un tale oblio del soprannaturale sono stati spesso trascurati, quando non irrisi, i più elementari bisogni spirituali dei credenti. A partire da quel bisogno così autenticamente umano – particolarmente vivo presso quei “semplici” prediletti dal Vangelo – di ricercare i segni tangibili del sacro.

Non si tratta certo, qui, di incoraggiare suggestioni, superstizioni o fantasie da visionari. Ogni segno va vagliato con attenzione, facendo buon uso di quel discernimento tanto caro a papa Bergoglio. Ma senza escludere per principio, in maniera razionalistica, la possibilità dell’intervento divino. Il Dio cristiano infatti è ben differente dall’orologiaio vagheggiato da Cartesio, il quale sembra accontentarsi di aver messo in moto il gran meccanismo dell’universo per poi abbandonarlo sostanzialmente a se stesso.

No, il Dio cristiano non è un’entità lontana che dall’alto dei cieli osserva con olimpica indifferenza – per non dire con sadico cinismo – le misere vicende di questo mondo. Tutta la Scrittura ci dà giusto la testimonianza contraria trasmettendoci il messaggio di un Dio “interventista” che non disdegna affatto, anzi, di fare irruzione nella travagliata storia dell’uomo.

Messori ne è convinto. Per aiutarci a ritrovare la dimensione soprannaturale, l’Aldilà ci manda di continuo “segni”. A volte, come nel caso dei miracoli e delle apparizioni, si tratta di segni grandi e vistosi. Ma altre volte il soprannaturale si manifesta sotto forma di segni piccoli e privati. Esattamente di questo parla il libro di Messori, «poco più che un promemoria, un taccuino» in cui il Nostro racconta, col piglio del cronista abituato a indagare fatti realmente accaduti, alcuni “segni” ricevuti nel corso della vita.

Tra queste esperienze vissute in prima persona troviamo la posta “supercelere” di Padre Pio; il messaggio affidato in sogno alla colf di casa dal beato Francesco Faà di Bruno; la telefonata ricevuta dallo zio materno, morto ancor giovane per un ictus, esattamente un anno dopo la sua morte. E poi ancora l’incontro provvidenziale a Torino sui murazzi del Po, in un momento di scoraggiamento, con un pensionato successivamente svanito nel nulla quasi che non fosse mai esistito, come la ragazza tedesca che rifocillò il padre soldato in Germania durante la seconda guerra mondiale; l’intercessione “fulminea” di san Giovanni Calabria. Ma anche “suggerimenti” inspiegabili (forse la mano dell’angelo custode?) nel corso di colloqui di lavoro o durante trasmissioni televisive.

Segni minori, senza dubbio, rispetto al sole roteante di Fatima o ai miracoli di Lourdes. Ma non per questo meno importanti per la persona concreta. Sono pur sempre tracce della paterna attenzione del Creatore, interessato alla vita di ciascuna delle sue creature, nessuna esclusa. Segni che ci vengono inviati per proporci la fede, se ne siamo lontani, oppure per rafforzarcela se già ci è stata donata. Un po’ alla maniera di salutari “choc spirituali” capaci di scuoterci dal torpore, lo stesso che ci rende spesso incapaci di decifrare questi segni, vuoi per mancanza di riflessione o perché preferiamo confinarli nel rassicurante recinto del “caso”, della “coincidenza”, della “combinazione”, anche della “fatalità”.

«Dunque», chiosa Messori, «non è che il Cielo non ci parli: siamo noi a essere sordi. E non è che Dio non si mostri: siamo noi a essere ciechi».

Eppure Dio continua, con ostinazione pari alla sua carità, a non volerci abbandonare alla nostra cecità nelle cose dello spirito. Come amava ricordare Mauriac, il destino di ogni uomo sarà sempre nel mirino di questo munifico Dio in agguato, sempre pronto a sorprenderci coi folgoranti segni della sua presenza amorevole.

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31/10/2018
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