Società

di Rachele Sagramoso

10 figli e molte famiglie guardano a Raffaella

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Raffaella Mascherin, all’attivo 10 figli e per sei anni presidente (insieme con Giuseppe Butturini, suo marito) dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose.

Raffaella è un’appassionata sostenitrice del ruolo del Consulente Familiare, figura purtroppo non promossa a livello nazionale, ma che è necessario implementare, a suo parere.

Le ho fatto qualche domanda partendo dalla sua passione e da cosa è nata.

La mia passione - dice Raffaella - prende corpo nella lettura dei libri di Gary Chapman (“I cinque linguaggi dell’amore”, “Soluzioni d’amore”, “Le quattro stagioni del matrimonio”, “Famiglie felici” ecc), e dal fatto che mi sarebbe piaciuto intervenire in tal senso quando mi fu proposto il lavoro in un centro d’ascolto. Frequentai un corso di mediazione familiare che, tuttavia, mi lasciò insoddisfatta perché a me non interessa come far separare bene le persone, a me interessa far sì che le coppie stiano insieme! Il mediatore, infatti, cerca di lavorare per far sì che la coppia genitoriale decisa a lasciarsi, non perda di vista la salute dei figli e non si accanisca in tal senso: questo non mi arricchiva poiché la mia esperienza mi aveva mostrato che era necessario intervenire alle prime avvisaglie di difficoltà e disaccordo, così come si fa con il pediatra che accompagna lo sviluppo del bambino dalla nascita prevenendo e risolvendo problemi. Facendo parte dell’associazione (delle famiglie numerose, ANFN, n.d.r.) e girando l’Italia per le iniziative organizzate a livello locale, ci siamo accorti che le coppie spesso ci avvicinavano privatamente raccontandoci le loro difficoltà di coppia e qui cominciammo a chiederci come poter essere di aiuto. Quando nacque l’associazione la maggioranza delle famiglie aveva bimbi piccoli, ma le problematiche è difficile che maturino in quel momento. I problemi nascono dopo circa dieci anni di matrimonio, quando i figli stanno crescendo: per questo ho voluto specializzarmi per dare una mano alle coppie che avessero richiesto un aiuto. Ho cercato un corso che mi desse la possibilità di diventare consulente, cominciando nel frattempo a parlarne in associazione. Difficilmente infatti la coppia parla apertamente delle sue difficoltà, e se lo fa ne parla con gli psicologi o direttamente con gli avvocati quando ormai i problemi sono di difficile soluzione. Il consulente, invece accompagna la coppia e la famiglia con tecniche di ascolto, empatia, e comunicazione in tutto ciò che riguarda la parte socio-educativa. Un intervento, quindi, che non giunge al momento della spaccatura, ma prima di essa: facilitando la risoluzione a partire dalle piccole difficoltà comunicative dalle prime tappe nella vita della coppia e, poi, della famiglia, accompagnando con empatia, con ascolto non direttivo, e aiutando lo sviluppo delle risorse delle persone. Quindi non è una terapia, ma si tratta di una prevenzione o di un accompagnamento. La figura del Consulente, data la sua formazione, parte dal presupposto che ogni persona ha in sé le risorse necessarie (ovviamente se la persona è sana) per risolvere le proprie problematiche (teoria fondamentale del pensiero di Carl Rogers).

Torniamo alle famiglie numerose: quali sono i problemi sociali e qual è il ruolo dell’ANFN?

Purtroppo viviamo in una fase culturale nella quale i media mettono in risalto molto di più le cose negative che le cose positive: la famiglia numerosa, per esempio, è generalmente considerata una famiglia bisognosa. Quindi tutte le famiglie numerose vivono questa sorta di riprovazione sociale e si sentono in ‘difetto’, perché considerate dallo Stato e dal sentire comune un “problema da risolvere” più che un “investimento” da fare. Sia le istituzioni che il pensiero dominante non sanno che solo il 20% delle famiglie numerose ha problemi drammatici a livello economico, mentre il restante 80%, è una concreta risorsa per la società anche sul piano economico. Partendo dal presupposto che la società sta bene se la famiglia sta bene e che le famiglie forti creano società forti, dobbiamo essere consci che siamo una risorsa per il Paese. Farlo è una missione da compiere, perché si sappia che le famiglie numerose (quando ci sono le condizioni di serenità: benessere della coppia e dei bambini) sono una risorsa anche come esperienza di felicità. Solo per fare un esempio: quando una donna rimane incinta il fisico produce gli ormoni della felicità le endorfine; non a caso si vede una trasformazione anche nel volto che rende la donna più bella.

I mass media, però, diffondono messaggi negativi: la maternità è un problema; avere una famiglia è pesante; avere figli è difficile perché viviamo in una cultura complessa; lo Stato non aiuta o penalizza le famiglie con figli; avere un figlio è un lusso: il figlio impoverisce e… invecchia! Ecco allora che risulta complicato trasmettere il messaggio che generare un figlio significa generare felicità. Generiamo paura e timore, fino al punto che già al primo figlio ci si ferma perché le problematiche inerenti ad esso sembrano insostenibili. Non si gode degli aspetti positivi, ma si subiscono quelli negativi.

Come ANFN uno dei nostri scopi primari è quello di far sapere che le famiglie numerose sono felici! Ci sono gioia e confusione, spesso precarietà economica, ma i bambini portano allegria e speranza: il nostro motto, infatti, è proprio questo: “Felici di esserci”, prima di quello attuale ispirato da papa Benedetto XVI° “Più figli, più futuro”. Un figlio ti fa guardare oltre alle problematiche. Più figli ancora di più!

Quali sono i vantaggi pedagogici e sociali nel far parte di una famiglia numerosa?

Ricordo che mi venne detto che per causa mia, il pianeta si inquinava per il numero di pannolini: ma la mia interlocutrice non aveva capito il fatto che i miei figli le avrebbero pagato la pensione con il loro lavoro. Fui profeta, 25 anni fa, ad affermare questa verità; adesso la piramide è rovesciata: se prima c’erano 100 giovani per un anziano, oggi per ogni giovane ci sono 100 anziani, facendo un esempio semplificato al massimo. Una delle cause della crisi economica è proprio questa: la denatalità! Oggi la società sta pagando a caro prezzo la scelta del figlio unico, il quale peraltro si trova poi di fronte a problematiche di vario tipo, non ultima quella di essere solo = in età adulta - a prendersi cura dei genitori anziani, quando l’assenza dei fratelli si fa sentire in modo pesante. Abbiamo voluto, come associazione, far uno studio scientifico (coadiuvati dal CISF e dall’università Cattolica di Milano) sulla famiglia numerosa e sul valore dell’educazione orizzontale, di quell’educazione cioè che si passano i figli tra di loro, complementare a quella verticale che dai genitori scende ai figli. Quando un giovane non ha avuto la possibilità di avere a che fare con i fratelli, la sua capacità relazionale è inferiore, cosa che non succede nelle famiglie numerose in cui i figli hanno una marcia in più per quanto riguarda le relazioni e le capacità pro-sociali. Senza dimenticare che anche la solitudine è un grosso problema oggi a tutti i livelli: dai giovani, si pensi al fenomeno degli hikikomori, ragazzi che vivono chiusi in casa e si “relazionano” solo tramite social network; alla solitudine degli anziani. È importante ed urgente far sapere alla società che i ragazzi cresciuti nelle famiglie numerose possiedono un bagaglio culturale relativo alle soft skills molto più avanzato dei ragazzi cresciuti senza il confronto tra fratelli e tali caratteristiche sono indispensabili nel mondo del lavoro. Le soft skills infatti sono quelle competenze trasversali che si riassumono in: capacità di relazionarsi, di confrontarsi e di organizzarsi nel mondo del lavoro; competenze che oggi vengono vengono ricercate in tutti i candidati in cerca di lavoro e richieste in quasi tutte le professioni. Interessanti sull’argomento le pagine di R. Abravanel: “La ricreazione è finita”.

La questione successiva che ho rivolto a Raffaella riguarda l’Italia e la politica familiare. Nello specifico ho chiesto quale aiuto concreto si possa fornire alle famiglie per aiutare le mamme ad avere bambini. L’aumento degli asili nido, ad esempio, potrebbe essere così importante?

Raul Sanchez, il segretario dell’associazione internazionale che si occupa di famiglie numerose (ovvero la European Large Families Confederation https://www.elfac.org/), dice che alla rivoluzione femminista, e alla rivoluzione ecologista, è giunto il momento della rivoluzione familiare. Io credo che uno Stato non risolva il problema solo aumentando il numero degli asili nido. Primo perché come mamma ho potuto verificare che andare a lavorare fuori costa molta fatica alle mamme e alla famiglia. Da tempo e anche oggi si moltiplicano le strutture che danno la possibilità alle persone di andare a lavorare, ma noi crediamo che sia altrettanto importante dare alle mamme la possibilità di scegliere tra il lavoro in casa e quello fuori, ovviamente a pari condizioni, cioè retribuendo anche quello in casa. La famiglia ha bisogno di presenze, i figli hanno bisogno di presenza del padre e della madre. Se noi vogliamo crescere famiglie sane e figli sani è necessario che ritorniamo a renderci conto quanto siano fondamentali i primi anni di vita con la presenza della figura materna in modo tutto particolare. Quindi moltiplicare gli asili nido non è la soluzione vincente poiché tante mamme che ho conosciuto sarebbero ben contente di stare a casa coi loro bimbi (ricordo che Raffaella sono venticinque anni che si occupa del sostegno familiare, per cui la sua esperienza è vasta, n.d.r.).

Adesso come adesso la società non te lo permette poiché per vivere servono due stipendi: uno per l’affitto o il mutuo e l’altro per le spese. Le famiglie sono realmente strozzate. Ma la famiglia regge e, nonostante tutto, rimane un grande ammortizzatore sociale.

Questo resta vero anche se oggi una famiglia che ha 40.000,00 € di reddito con due persone viene tassata quanto una famiglia che ha lo stesso reddito ma sei componenti! Questo ci dice che la riserva maggiore di prelievo delle tasse sono le famiglie e questo è un grande difetto del nostro Paese. Se lo Stato non deve e non può sostituirsi alla famiglia deve però metterla nelle condizioni di poter “essere quella che è: risorsa prima e di base della società”, senza dimenticare gli obblighi che può avere per altre categorie di persone, ad esempio gli anziani; se queste categorie portano nell’immediato voti, la famiglia numerosa non porta voti: i bambini non vanno a votare. Per questo avevamo lanciato come Associazione la sfida “Un figlio un voto”. E finché i politici e le istituzioni ragioneranno a breve termine (ovvero quello concesso dalle campagne elettorali), non avremo mai delle politiche per la famiglia. Con una eccezione che conosco e faccio un piccolo esempio: il sindaco di Alghero (Mario Bruno), accanto a molte altre iniziative a favore delle famiglie, ha fatto dei piccoli aumenti sulle tasse dei rifiuti ai nuclei monofamiliari per diminuirle alle famiglie e spiegando il motivo di questa scelta poiché da uno studio sul territorio ha visto che in cinquant’anni, la sua città si spopolerebbe del tutto, morendo. Le famiglie, oltre che essere un ammortizzatore sociale sono soggetto privilegiato dell’economia: se non ci sono bambini le scuole chiudono, gli insegnanti non trovano lavoro, i consumi diminuiscono. Aiutare la serenità delle famiglie perché possano svolgere la loro azione educativa in modo consapevole avendo il tempo necessario, è fondamentale per la società, se la società stessa vuole stare bene. La politica non si può preoccupare solo delle prossime votazioni: bisogna essere lungimiranti; prima di essere la famiglie ad avere bisogno della società - dello Stato - sono Società e Stato ad avere bisogno della famiglia, senza i cui valori Stato e Società vanno alla deriva perché senza le famiglie, la società muore. La cellula fondamentale della società è la famiglia. E chi conosce la storia sa che il nostro Paese nasce dall’incontro di popoli che vengono dall’esterno (il marito di Raffaella è uno storico, n.d.r.), ma oggi, però, non possiamo pensare che gli immigrati bastino ad aiutarci economicamente. Più di una ragione: innanzitutto perché, una volta giunti da noi assorbono la cultura consumistica, adeguandosi, quindi non fanno più tanti figli avendo acquisito il nostro modello familiare e abbandonando la loro millenaria tradizione. Spesso, poi, sono famiglie che tornano al loro Paese una volta “fatta fortuna” o, direttamente, mandano al loro Paese la maggior parte del loro salario e delle stesse pensioni. Alla fine, quindi, gli immigrati possono essere oggi necessari al mercato del lavoro ma non risolvono il problema.

Rivolgo a Raffaella qualche domanda generica sui ragazzi di oggi e ciò che dice, in prima battuta, sulla propria situazione familiare relativa alla famosa “crisi adolescenziale”, non mi stupisce: Raffaella, infatti, mi racconta che non ricorda crisi di nessun genere.

Io e mio marito abbiamo sempre avuto un bel dialogo coi nostri figli: abbiamo rispettato la loro crescita, abbiamo rispettato le loro opinioni e dato loro la libertà di esprimerle. I nostri ragazzi più grandi sono stati un bell’ “ammortizzatore” anche nei confronti dell’unico nostro figlio che più ha patito l’adolescenza, ovvero quello che abbiamo avuto in affido per dodici anni: ma anche qui è stato tutto soft. Quindi, in realtà, non ci siamo accorti di questa fase: avere tanti figli è propedeutico all’acquisizione delle regole e alla comprensione dei valori familiari. Ricordiamoci comunque che l’adolescente è un ragazzo che sta crescendo prima che essere un ragazzo in crisi: la crisi è una sfida, una opportunità che, nella famiglia e nei luoghi che frequenta, ha già indicazioni, orizzonti e valori che lo possono orientare, sempre se la relazione in famiglia è sana e se la coppia sta bene.

Circa la situazione delle famiglie che oggigiorno affrontano l’adolescenza, spesso spaventate, io non colpevolizzerei i genitori poiché la causa la colgo soprattutto nel poco tempo che i genitori passano coi loro figli anche a causa degli orari di lavori assorbenti, della mancanza di conciliazione tra famiglia e lavoro. Inoltre le attività extrascolastiche che costringono i ragazzi a stare fuori casa, non aiutano i genitori aa avere “tempo” per stare con i figli. Di conseguenza i ragazzi stanno tante ore soli e si confrontano con amici e social network, quindi la relazione vera viene a mancare e con essa il confronto e l’educazione. Purtroppo, come già detto, la società di oggi non investe sulle famiglie, non promuove le famiglie e il loro benessere. Il Trentino Alto Adige e le iniziative che partono dal comune veronese di Castelnuovo lo hanno compreso molto bene.

In questo contesto nel Trentino è nato un progetto specifico “Comuni Amici della famiglia” nel quale ci sono delle associazioni che si occupano di anziani o di portatori di handicap per concedere del tempo libero ai genitori o a parenti che se ne occupano quotidianamente, appunto perché questi possano stare insieme.

Ancora una volta nella famiglia bisogna crederci e promuoverla: mettendone in risalto le tante potenzialità; bisogna dare alle essa la possibilità di fare i figli. Un esempio: se per l’Istat ci vogliono 7.000 € all’anno per mantenere un figlio, quelle spese non devono essere tassate!

Non è fornendo asili nido che si aiuta una mamma, poiché il bambino ha bisogno di lei: nessuno oggi può negare ciò che dicono gli esperti al riguardo, soprattutto nei primi tre anni di vita. Non sono certo i bonus bebè a risolvere il problema! Ci vogliono politiche serie. Un segnale importante sarebbe riconoscere il lavoro delle mamme che stanno a casa col proprio bambino.

Le parlo del ‘Reddito di Maternità’ e appare entusiasta, aggiungendo che questa sì che sarebbe una proposta valida. Ci sarebbero molte più mamme disposte ad aprirsi alla vita, e sono certa ci sarebbe un’altra visione della maternità! Si recupererebbe l’aspetto di gioia e armonia che dà l’arrivo di un figlio: se una qualsiasi donna deve affrontare l’arrivo del proprio bambino pensando che questo causerà precarietà economica, anche vivere con serenità l’infanzia del bambino è un problema. Come si può pensare di retrocedere nella propria carriera quando arriverà un figlio visto che tante aziende quando una donna rientra dalla maternità deve quasi ricominciare dalla gavetta? Come fa una madre a vivere bene l’arrivo di uno o, addirittura, due bambini, in questo modo? È un problema grosso che dobbiamo risolvere adesso, perché è inutile fare come in Cina dove è lo Stato che decide quanti figli devo avere! Ovviamente tutto questo va attuato con rispetto amore della persona: non costringiamo le donne a fare le mamme a tempo pieno se non se la sentono, ma diamo la possibilità di scegliere alle donne quali madri vogliono essere, perché adesso non hanno scelta alcuna. Lo Stato dovrebbe garantire la libertà di scelta alle madri e invece, con l’andare del tempo, ha costretto anche qui a fare la ‘politica del figlio unico’.

Ci sono leggi, ad esempio, che io contesto apertamente e che non hanno aiutato né la crescita sana dei figli e tanto meno le famiglie: i nostri figli cominciarono a fare dei lavori temporanei già dai quattordici anni per guadagnare quel che serviva loro per la pizza, per il cellulare, per le vacanze ecc. e questo ha dato loro maturità, consapevolezza, senso dell’uso del denaro e del tempo, ripeto a partire dai 14 anni. Oggi la legge impone l’obbligo scolastico fino a sedici anni, per cui i ragazzi non possono essere assunti se non dopo i 16 anni neppure per lavori stagionali. Se ci sono ragazzi che non vogliono andare a scuola o che comunque non sono in grado di andare, deve essere lasciata a loro la libertà di scelta dando la possibilità di andare a lavorare e di mettersi concretamente alla prova per non andare a scuola inutilmente. Quanti ragazzi conosco che hanno poi preso un diploma alle scuole serali, motivati proprio dall’esperienza lavorativa. Tanti abbandoni scolastici potrebbero avere questa spiegazione e risolversi in modo più socialmente efficace.

Questa legge dei 16 anni ha “tarpato le ali a tanti giovani” e lo Stato li costringe a essere bambini, quindi a deresponsabilizzarsi, allungando di fatto la loro adolescenza. Il fenomeno dell’adultescenza, ad esempio, è stato sollevato dai ragazzi stessi durante un festival della famiglia realizzato in Trentino qualche tempo fa. “Cresciamo troppo tutelati da una zona di confort familiare, per cui la vita è più facile e non si ha voglia di prendersi responsabilità”. Ma il figlio unico è invogliato a stare a casa e il genitore a tenerlo con sé. Invece, in una famiglia con più figli, un ragazzo è più spinto ad uscire di casa: le zone di confort nelle famiglie numerose sono rare. Quando invece un figlio unico se ne va, le coppie si trovano sole e sono tante le coppie che magari non essendo affiatate vanno in crisi quando il figlio si allontana dalla famiglia.

Pongo a Raffaella un’ultima questione: quella delle separazioni dei genitori e delle cosiddette “famiglie allargate”. Qual è il suo punto di vista?

Siamo in una società in cui c’è la mentalità “dell’usa e getta” e sicuramente non c’è più l’idea che se una famiglia dura, ha valore. La comunione che si raggiunge in una coppia a livello affettivo, psicologico e sentimentale nelle unioni di lunga durata, uno non se la immagina finché non ci arriva. Come avviene in una famiglia numerosa: finché non ci sei dentro, ti fa paura, poi invece ne vedi tutta la positività. Per me è urgente che la società faccia di tutto per potenziare le opportunità di accompagnamento e di aiuto alle coppie. Ad esempio la figura del consulente familiare dovrebbe essere più che maggiormente presente nelle realtà cittadine: in tal modo si potrebbero affrontare le situazioni problematiche fin dall’inizio. Quando una famiglia si rompe i figli vivono situazioni davvero difficili e sofferenti: io l’ho sofferto personalmente (essendo figlia di separati, n.d.r.) e le realtà che ho conosciuto e visto da vicino mi hanno mostrato ragazzi – e poi adulti – che sono rimasti alienati e disorientati per tutta la vita. Per noi è indispensabile potenziare le figure che possono prevenire le rotture familiari. Sono sofferenze che si moltiplicano in vi esponenziale. Noi non sappiamo quanto, a lungo andare, queste situazioni familiari difficili si ripercuoteranno sulla vita di tutta la società, sulle generazioni future. Io sono stata fortunata ad avere la Fede che mi ha sostenuta: altre persone della mia famiglia d’origine hanno avuto esperienze tragiche poiché, purtroppo “famiglia di separati” genera “famiglie di separati”. È fondamentale entrare nell’ordine di idee che bisognerebbe rompere questa catena, cercando di intervenire prima che la rottura sia definitiva, ripercuotendosi sui figli.

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07/11/2018
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