Politica

di Gabriele Marconi

La Costituzione USA non tutela l’aborto

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Se mai la canzone di John Denver è stata indicata per espirare la voce della Virginia Occidentale, le Midterm Elections hanno offerto un palco allo stato di Charleston, nell’Upper South appena fuori dall’East Coast, la prima fascia della vituperata “America profonda”. Là dove la vita è “vecchia, più vecchia degli alberi, più giovane delle montagne” ieri al Senato hanno formalmente vinto i DEM col 49,5%, ma per spuntarla si sono dovuti affidare di nuovo al vecchio ex-governatore bipartisan Joe Manchin (secondo il Partito Repubblicano “troppo liberale per la West Virginia” per accoglierlo nelle proprie fila), eppure svagato oppositore di Barack Obama e in qualche occasione, anche se non l’ultima, votante per il definanziamento di Planned Parenthood, salvo poi farsi fotografare in qualche occasione con le attiviste di PP per saldo elettorale. Da noi lo chiameremmo un franco tiratore, dal grilletto facile – ah, gli stereotipi del Sud federato! – per giunta: uno che un anno fa non si è fatto problemi, di fronte al candidato avversario che lo provocava a lasciare il gruppo senatoriale guida del Partito Democratico, a dire «Semplicemente, non me ne frega un c***o. Non mi frega se vengo ri-eletto, non mi frega se vengo sconfitto. Come la mettiamo?». Un’occupazione tollerata più che approvata dall’establishment progressista, che potrebbe andare più a vantaggio di Trump che a suo sfavore, non per nulla alla Camera i Repubblicani hanno incassato tutti e tre i seggi, con percentuali tra il 54 e il 65%. In realtà in uno stato in cui il gradimento del presidente è alle stelle, Manchin potrebbe trovare altre ragioni, oltre alla scarsa lealtà di partito, per non contrariare il proprio elettorato.

Infatti i cittadini all’ombra degli Appalachi, i Mountaineers, ieri dovevano affrontare un’altra votazione ad effetto costituzionale, perciò potenzialmente più decisiva dell’insediamento del senatore sedicente pro-life, al massimo a targhe alterne. Si trattava d’un referendum d’iniziativa popolare per l’inserimento di una riga molto semplice, l’emendamento 1 nella costituzione della West Virginia che recita: “Nulla in questa Costituzione assicura o protegge un diritto all’aborto, né esige il suo finanziamento”. Semplice, ma determinante, visto che in Virginia Occidentale la qualifica di aborto a “diritto” figura in una sentenza della Suprema Corte del 1993, la “Panepinto”, (in)degna applicazione della Roe vs Wade, in base alla quale sono stati soppressi più di 35mila nascituri, anche abortiti nell’ultimo trimestre.

I Mountaineers hanno approvato l’emendamento con 19mila voti di margine a vantaggio dei 292mila votanti a favore, uno scarto attorno del 3,3%. Grande risultato di una campagna sostenuta dalla Susan B. Anthony List con 500mila $, più altri 785mila $ finalizzati a contrastare quella elettorale dell’ex-governatore. Manchin alla vigilia si era detto contrario perché l’emendamento non contemplava «le eccezioni di incesto, stupro e [rischi per] la vita della madre», lasciando intendere che l’emendamento impedisse l’accesso all’aborto. In realtà l’emendamento negando lo statuto di “diritto” restringe sensibilmente le condizioni d’accesso e finalmente solleva i cittadini dall’obbligo di sostenerlo con la fiscalità (la WV è uno dei 13 stati in cui vige l’obbligo). Chissà se un eletto così sensibile alle folate di vento, uno che ha supportato la conferma di Brett Kavanaugh, farà pesare davvero la sua opposizione. Di certo ora la vita è tornata a “crescere come una brezza” in West Virginia.

La brezza è cresciuta fino ad un vento di scala ciclonica dall’Upper al Deep South, vociando in Alabama dove un omologo emendamento costituzionale si è spinto fino a proclamare “la sacralità della vita prenatale e dei diritti dei nascituri”, testo che “dispone che la costituzione di questo stato non protegge il diritto all’aborto, né esige il finanziamento dell’aborto”. L’emendamento 2 è passato col 59% di voti, nonostante l’investimento di 1.34 milioni di $ per la campagna ostile da parte di Planned Parenthood. Nei 7 collegi dell’Alabama per la Camera i Repubblicani hanno vinto 6 dei 7 seggi, mentre nell’unico collegio vinto dalla candidata dei Democratici l’avversario repubblicano si era ritirato. Vittoria stracciante anche per la governatrice repubblicana Ivey e per un’ulteriore votazione, concernente l’esposizione dei Dieci Comandamenti nelle sedi delle istituzioni e dei luoghi pubblici: han votato sì il 71% dei votanti.

Un bel battente per lo Stato dello Yellowhammer (il picchio dorato), dopo la pronuncia della Corte Suprema di Stato nel caso contro Jessie Phillips di 2 settimane fa, il cui giudice Tom Parker aveva decretato «il valore della vita di un nascituro non è inferiore al valore della vita di altre persone, […] i bambini non nati sono persone che hanno diritto alla piena e uguale protezione della legge» per condannare «non l’assassinio di una gestante, ma di due persone». Nella sua sentenza Parker ha annunciato istanza presso la Corte Suprema degli Stati Uniti per rovesciare la Roe vs Wade: «Esorto la Corte Suprema degli Stati Uniti a riconsiderare l’eccezione Roe e a superare questa aberrazione costituzionale», approfittando il prima possibile della nuova maggioranza determinata da Kavanaugh. Ieri si sono svolte anche le elezioni (partitiche) per 5 seggi della Corte Suprema di Stato, dove Parker è stato confermato col 57,5%.

Le votazioni collaterali alle Midterm hanno documentato un mosaico legislativo statuale in continuo sviluppo oppositivo alla Roe vs Wade, che renderà la sua applicazione federale sempre più difficile, nella speranza che a seguito di queste conflittualità costituzionali si faccia sempre meno eludibile la sua revisione da parte della Corte Suprema federale. Di fronte alle restrizioni anti-abortive di West Virginia e Alabama, l’Oregon ha invece votato contro la Misura 106 (35-65%), un emendamento non molto dissimile dai suddetti che avrebbe impedito il finanziamento pubblico “tranne quando necessario sul piano medico o come potrebbe essere disposto dalla legge federale”. Non un grande cambiamento in ogni caso, dunque, per cui ha molto inciso il finanziamento dell’opposizione di quasi 10 milioni di $ contro i 450mila dei promotori.

Notevoli sono stati gli eletti di Camera e (soprattutto) Senato autenticamente pro-life. Tra essi spicca Marsha Blackburn, senatrice eletta per i Rep. in Tennessee (sempre a cavallo dell’Upper e Deep South), anche lei supportata fortemente dalla SBA List e boicottata dai social-media, che le hanno negato le sponsorizzazioni. La sua elezione non era affatto scontata, in uno stato orfano dei suoi leader repubblicani storici in ritiro, il senatore Bob Corker e il governatore Bill Haslam, ma la Blackburn ha comunque incassato un solido 54,7%. Alla Camera, solo i due seggi su 9 intorno alle grandi città di Memphis e Nashville sono andati ai Democratici. Sebbene i deputati DEM abbiano ottenuto grandi risultati in minoranza, la notizia rimane quella della Blackburn, che ha sconfitto l’ex-governatore democratico Phil Bredesen. Marsha Blackburn è infatti stata a capo della commissione camerale d’indagine su Planned Parenthood, istituita a seguito della diffusione dei video in cui i dirigenti della catena di cliniche raccontavano di come avessero asportato tessuti, organi ed arti da feti abortiti ancora vivi. La campionessa dei pro-life a tutto spettro, nonché oppositrice del matrimonio omosessuale, è una fedelissima del corso Trump, tanto che è stata firma di una lettera che lo proponeva per il Nobel per la Pace in quanto protagonista dello storico accordo di pace con la Corea del Nord. Al Senato si è rafforzata non solo la presenza del GOP, ma la presenza dei pro-life, che possono così arginare anche l’influenza delle senatrici repubblicane di area liberale come Susan Collins e Lisa Murkowski.

Contro la non pervenuta onda blu per i DEM, s’ode invece il rombo di un vento crescente pro-life, coraggioso come mai prima, pronto a montare in uragano. È la voce dell’America profonda, domina il chiasso delle megalopoli sulle coste atlantica e pacifica e sui Grandi Laghi. Magna vox, vox populi: ed oggi quel popolo fa la voce grossa, per la vita.

Giovanni Marcotullio

00:33 (16 ore fa)

a me

di Piero Chiappano

Una recente conversazione avvenuta durante un pranzo di lavoro in una bottiglieria milanese mi stimola una riflessione su quelli che chiamo i tempi penultimi, ovvero i tempi in cui è ancora possibile esprimere un pensiero non allineato al pensiero unico, ma con poche speranze di provocare una reazione sensibile verso chi la pensa diversamente.

Ero in compagnia di tre avvocati, un uomo della mia età, 50 anni, e due di 30 (un uomo e una donna): tutti eterosessuali.

Un semplice accenno all’ormai celebre fermata della metropolitana di Porta Venezia che l’ATM su invito del Comune di Milano ha deciso di allestire in via permanente con la bandiera arcobaleno e la conversazione passa da cordiale confronto tra il Nebbiolo piemontese i vini della Valtellina a uno scontro senza margini di sutura su un tema evidentemente di moda.

Mi accorgo di trovarmi dinnanzi a due radical chic fatti e finiti ed il tavolo si spacca in due fazioni. Io e il giovane trentenne da una parte, il cinquantenne e la donna dall’altra.

Poche battute e capisco che non è più una conversazione, perché i miei interlocutori avvocati non erano nemmeno disposti a imbracciare il loro mestiere per argomentare e controbattere, in quanto avevano già emesso sentenza.

A nulla vale spiegare che il problema non è l’inclinazione sessuale del prossimo, ma il fatto che qui le istituzioni e gli enti pubblici, lautamente retribuiti dalla cittadinanza, stanno facendo ideologia e politica di parte esercitando una sottile e costante pressione sui passanti ai quali già i media hanno messo intorno una cintura di conformismo alla rovescia: noi siamo automaticamente omofobi in quanto vogliamo impedire a chicchessia di manifestare il proprio essere in nome di convinzioni fondate sul nulla.

Sorpreso dalla veemente reazione di persone che conoscevo come equilibrate e colte, cito la finestra di Overton e la teoria del piano inclinato, spiegando che questa assuefazione al tema (basti pensare all’attuale saldatura televisiva nazionale: Barbara D’Urso da sempre attivista esaltata del gender, Mara Venier che difende quel disgraziato di Miguel Bosè, il Grande Fratello con Alfonso Signorini, Ivan Cattaneo e Cecchi Paone superstar, Carlo Conti che ingaggia Luxuria a Tale e Quale show, ma la lista sarebbe ancora lunga…) non è casuale, ma un progetto preciso, paziente e di lunga portata, teso a preparare il terreno per dichiarare “famiglia” la formazione omosessuale e a quel punto concedere l’adozione e la maternità surrogata. Risultato: un grazie per aver ricevuto un’infarinatura su questo curioso metodo persuasivo, ma anche una solenne indifferenza verso la mia tesi.

Non mi do per vinto e ricordo ai due avvocati che i bambini nascono da un uomo e da una donna, e questo è un fatto, non una mia opinione: il sistema naturale della procreazione vuole questo, non esistono alternative, è così da sempre e sempre sarà così. Possiamo discutere se dietro questa legge ci sia o meno un Dio creatore e ordinatore, ma non sul fatto che si nasca in questo modo e che sia un fatto della massima importanza perché proprio il principio della vita consente poi il suo sviluppo e quindi la capacità di apprendere, conoscere, confrontare, pensare sentire, insomma: vivere.

La risposta mi agghiaccia: sarà anche così, ma legalmente non prova nulla. Sulla natura prevale il contratto, che gli uomini votano e sottoscrivono. Cambia il contratto, cambia la legge. Dalla natura non promanano leggi. Se la natura è oggettiva, il diritto è soggettivo e l’uomo lo plasma secondo le sue esigenze.

Ma non finisce qui: mentre la trentenne continua a ripetere che i gay devono poter adottare i figli perché è un loro diritto, il cinquantenne la prende alla lontana vantandosi di non aver mai visto Drive In negli anni Ottanta e di non essersi mai vestito da paninaro, perché tutti i problemi sono cominciati con la tv frivola e spazzatura di Berlusconi (senza pensare che le tv del biscione oggi divulgano esattamente il suo pensiero gender free), concludendo poi che l’Italia è piena di fascisti ignoranti e che il suffragio universale è un problema, perché non tutti dovrebbero avere diritto di voto.

Non sono andato oltre, non ne valeva la pena, non sarebbe cambiato niente. Rimane il fatto che queste due persone sono laureate in giurisprudenza, di famiglia benestante, di provata e onesta professionalità. Noto però anche che, come praticamente tutti i sostenitori del gender, non hanno figli e non so se abbiano intenzione di averne, ma soprattutto non hanno nessuna intenzione di cambiare opinione: sono profondamente ideologizzati, pur non avendo frequentazioni gay.

Questo è l’enorme potere della lobby, che è tanto più potente, quanto più, come il diavolo, vuole far credere che non esiste. È solo una conferma, l’ennesima, ma qui il problema è un altro: da dove viene questo tipo d’uomo che crede di essere democratico, aperto culturalmente, giusto e razionale, quando invece è l’esatto opposto? La storia ci insegna, senza andare troppo indietro nei secoli, che già l’Illuminismo aveva prodotto certi fenomeni, che in nome della ragione si è spesso finito per sragionare e possiamo immaginare che le varie miscele filosofiche che alchimizzano De Sade, Rousseau, Voltaire ecc. siano ben aldilà di essere state tutte combinate ed esaurite, però un conto è il massimalismo grottesco e sgangherato dei 5 Stelle, un altro invece il qualunquismo intellettualistico dei piddini (tali si sono dichiarati i due avvocati). Torno a ripetere: da dove viene e dove condurrà questa nuova, strisciante e virale banalità del male? Uso la parola virale perché questo atteggiamento attecchisce e prolifera come una cellula tumorale e proprio come un cancro si rivelerà esiziale per una civiltà intera.

Siamo ormai dominati dalla cultura della morte (utero in affitto, aborto, eutanasia, distruzione della famiglia naturale), che agisce con l’inganno e perpetra la frode, appoggiandosi a sempre più numerosi “utili idioti” che pensano di discernere, ma in realtà compulsano teorie che pervertono la vita. È chiaro che tutto questo muove da un sostanziale disconoscimento della speranza nel futuro, della vita oltre la morte, della morale fondata sulla relazione e non sull’utile.

Generazioni molli avanzano senza scopo, credendo di aver capito tutto, manovrate da oligarchie finanziarie e consorterie massoniche che agiscono come il mito di Procuste, il brigante seriale che stirava o amputava i corpi delle sue vittime in base a come secondo lui avrebbero dovuto essere.

Ho raccontato questo episodio quotidiano perché soprattutto mi ha colpito il fatto che al tavolo di quella bottiglieria rappresentavamo due generazioni, ma non è che i vecchi la pensavano in un modo e i giovani in un altro. Non si può liquidare la cosa dicendo che non ci sono più i giovani di una volta, perché eravamo allineati e assortiti diversamente: un cinquantenne e un trentenne da una parte, un cinquantenne e una trentenne dall’altra. E allora, complice la lettura di Storia del terrorismo in Italia di Mario Adinolfi, mi viene in mente che la radice italiana di questo brutto modo di usare la testa si ipostatizzi in documenti come la lettera pubblicata su L’Espresso nel 1971 con cui gli intellettuali di sinistra dell’epoca “condannarono” il Commissario Luigi Calabresi (cattolico e padre di famiglia) accusandolo di omicidio e consegnandolo al giustizialismo terroristico mediante una morte infame. Quell’arroganza superficiale, sprezzante, sicura, massimalista firmata da un mare di nomi – da Scalfari a Fellini, da Bocca a Fo passando per Brass e Bertolucci: un monstruum che sommava marxisti, radicali, contestatori, libertari e partigiani – che poi hanno dominato il giornalismo e le arti in Italia nei decenni a venire lo ritrovo tutto nel fanatismo scomposto dei lobbisti per i “nuovi diritti” e nei politici arrembanti della generazione X (Lega) e Y (5 Stelle). Un tipo di ideologia nefasta e imparagonabile alla contestazione americana. Perché gli hippies protagonisti dell’estate dell’amore di San Francisco come del festival di Woodstock erano comunque fieri di essere statunitensi e avevano un motivo quantomeno pratico ed eclatante per contestare: la guerra del Vietnam, che si inghiottiva i loro amici di 19 anni, magari figli di reduci della seconda guerra mondiale. In Italia invece non si protestava per riformare lo Stato, ma per rivoluzionarlo, stravolgerlo, ripensarlo dalle fondamenta e per infangare l’italianità in nome di un utopismo internazionale mal interpretato e mal conosciuto. Fallito il progetto politico, è rimasto quello culturale che ha preso le forme presentabili della nuova borghesia acculturata e radical chic, da cui non ci si difende solo grazie all’educazione dei genitori, ma tramite l’adesione a una visione del mondo che fa percepire come assurdo e antiumano un certo progetto che sembra avanzare inesorabile.

Constatare questo schema che si ripete, come italiano e come cristiano, mi fa male, perché non promette niente di buono, però mi insegna anche che la giusta missione è quella di vivere senza abbassare la guardia ed è bello poterlo fare e scrivere condividendo i propri valori con tante persone che nell’era dei social si mettono in contatto per testimoniare e promuovere un cambiamento profondo che riporti al centro il bene comune, magari canticchiando un vecchio standard americano che non passa mai di moda: “Somewhere over the rainbow skies are blue”… Da qualche parte sopra l’arcobaleno i cieli sono blu.

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08/11/2018
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