Chiesa

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Benedetta Bianchi Porro verso la beatificazione

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Dallo scorso luglio non venivano promulgati nuovi Decreti dalla Congregazione delle Cause dei Santi. Quelli di questo novembre sono anche i primi a essere stati autorizzati da papa Francesco al nuovo Prefetto della Congregazione, il cardinal Giovanni Angelo Becciu. Le vite che si nascondono dietro la lista pubblicata dal Bollettino della Sala Stampa vaticana parlano di gioia nella sofferenza, di martirio, di fatiche apostoliche nella fondazione di nuove realtà, di attenzione alle povertà e ai bisogni di tanti fratelli.

Ricevendo il cardinal Becciu, quindi, il Papa ha autorizzato per primo il Decreto sulle virtù eroiche e sulla conferma del culto da tempo immemorabile, ottenendo quindi la beatificazione equipollente, di Michał Gjedrojć, noto anche come Mykolas Giedraitis. Nato a Giedrojcie, oggi in Lituania, intorno al 1420, fu di salute gracile fin dall’infanzia. Dato che i genitori quasi lo trascuravano, passava il suo tempo in solitudine. Questo lo condusse a domandare di entrare tra i Canonici Regolari della Penitenza dei Beati Martiri, un ordine ormai estinto ma improntato alla Regola di sant’Agostino. Si trasferì quindi a Cracovia e studiò presso l’Università Jagellonica. La chiesa del monastero del suo ordine divenne quasi la sua seconda casa, tante erano le ore che vi trascorreva in preghiera con le braccia spalancate in forma di croce. Moltissimi venivano da lui a chiedere consigli e a raccomandargli le proprie intenzioni.

Morì il 4 maggio 1485 e fu sepolto nella chiesa di San Marco a Cracovia. La fama di santità che lo aveva accompagnato non è venuta meno nel corso dei secoli: i fedeli lo pregavano spontaneamente e dichiaravano di aver ricevuto guarigioni e grazie significative per mezzo di lui. Nel 1999 i vescovi lituani hanno scritto per domandare alla diocesi di Cracovia l’apertura del processo di beatificazione per le due ragioni già indicate. Il nulla osta della Santa Sede rimonta al 2001, ma la “Positio” è stata consegnata solo lo scorso anno.

La prima Beata che ha visto l’approvazione di un miracolo è invece Edvige Carboni, che il 4 maggio 2017 era stata dichiarata Venerabile. Nata a Pozzomaggiore in provincia di Sassari nella notte tra il 2 e il 3 maggio del 1880, era la secondogenita di Giovanni Battista Carboni e Maria Domenica Pinna. Non ebbe un’istruzione completa: dovette fermarsi alla quarta elementare. Desiderava farsi religiosa, ma dovette restare accanto alla madre, molto malata. Da allora trascorse la sua vita domestica in maniera sobria e raccolta, alternando le faccende di casa ai momenti di preghiera.

Nel 1911, a circa trent’anni, le si manifestarono sul corpo i segni della Passione di Gesù. Edvige cercava di occultarli, ma in molti sapevano che i suoi vestiti erano macchiati di sangue. Questo e altri fenomeni mistici che le venivano attribuiti furono indagati nel processo canonico del 1925, cui lei si sottopose in completa obbedienza. Si trasferì quindi a Roma col resto della famiglia, proprio negli anni in cui stava per esplodere la seconda guerra mondiale. Anche in quel periodo, Edvige operò silenziosamente la carità, pregando anche per i morti, fascisti e non. Morì quasi improvvisamente la sera del 17 febbraio 1952.

Il miracolo che la porta alla beatificazione, come segnala il sito del Comitato attore della sua causa, riguarda Antonio Fois, spaccapietra di mestiere, che nel 1954 ebbe un incidente sul lavoro: si ferì all’alluce di un piede con uno scalpello. La ferita degenerò, rischiando di mandare in cancrena il piede e tutto l’arto. Sua moglie fu invitata a chiedere l’intercessione di Edvige da uno dei frati della chiesa di San Francesco ad Alghero, dov’era andata a Messa: era il secondo anniversario esatto del suo transito. Quando tornò a casa, la donna vide Antonio che si toglieva le bende dal piede, che risultava guarito. L’uomo morì nel 1975, per cause estranee all’incidente.

L’inchiesta diocesana sul miracolo è stata convalidata il 6 ottobre 2000, ma solo dopo il decreto sulle virtù eroiche, secondo la prassi, è stato possibile esaminarla: il 23 novembre 2017 si è pronunciata la Consulta Medica, mentre i Consultori teologi, il 26 ottobre scorso, hanno dato parere favorevole sul nesso tra l’invocazione della Venerabile e la guarigione del signor Fois.

Se Michał Gjedrojć dovette muoversi già da piccolo con le stampelle e stupì per la sua tenacia negli studi, anche Benedetta Bianchi Porro ha affrontato molte prove fisiche, ma con un cuore lieto. Nata a Dovadola presso Forlì l’8 agosto 1936, tre mesi dopo si ammalò di poliomielite: guarì, ma rimase con una gamba più corta dell’altra. A dispetto delle condizioni di salute, s’iscrisse alla facoltà di Fisica dell’Università degli Studi di Milano, ma dopo un mese passò a quella di Medicina. Proprio questi suoi studi le permisero, nel 1957, di riconoscere da sola la natura della malattia che l’aveva intanto resa cieca e progressivamente sorda: neurofibromatosi diffusa o morbo di Recklinghausen.

La vicinanza degli amici le permise di uscire a poco a poco dal dolore. Due volte fu pellegrina a Lourdes, scoprendo quale fosse la propria vocazione: lottare e vivere in maniera serena la sua situazione. Scrisse molte lettere agli amici, a quanti aveva conosciuto, ma anche a chi minacciava di togliersi la vita. Morì alle 10.40 del 23 gennaio 1964, a ventisette anni, con un “Grazie” come ultima parola. Dal 22 marzo 1969 le sue spoglie mortali riposano nella chiesa della badia di Sant’Andrea a Dovadola.

Benedetta era stata dichiarata Venerabile il 23 dicembre 1993, ma il miracolo che ora è stato riconosciuto è avvenuto nel 1986. Il quotidiano «L’Arena», il 7 marzo 2014, ha raccontato che riguarda un giovane di Genova, Stefano Anerdi, all’epoca ventenne. Si svegliò dal coma in cui era caduto a seguito di un incidente stradale dopo che sua madre, che aveva letto una biografia di Benedetta, fece iniziare una novena per chiederle di vegliare su suo figlio: al termine dei nove giorni di preghiera, Stefano si riprese del tutto.

Domani, a Barcellona, saranno beatificati sedici martiri uccisi durante la guerra civile spagnola, ma presto anche la città di Oviedo sarà luogo di una cerimonia simile. Il 7 ottobre 1934, nel corso della cosiddetta rivoluzione delle Asturie, venne dato fuoco al convento di San Domenico e al Palazzo Vescovile di Oviedo. I seminaristi diocesani cercarono rifugio, ma sei di loro vennero scoperti perché alcuni di essi avevano la tonsura, come d’uso all’epoca. Erano Ángel Cuartas Cristóbal (suddiacono), Mariano Suárez Fernández (che aveva ricevuto solo gli ordini minori), Jesús Prieto López (alunno di II Teologia), Cesar Gonzalo Zurro Fanjul (anche lui di II Teologia), José María Fernández Martínez (di I Teologia) e Juan José Castañón Fernández (al terzo anno di Filosofia). Si erano nascosti in una soffitta, ma, una volta scoperti, vennero fucilati in strada.

Al loro gruppo sono stati aggiunti altri allievi dello stesso Seminario, morti negli anni seguenti. Uno è Luis Prado García, che durante la guerra civile si era rifugiato dai familiari ad Avilés. Prelevato dai miliziani, venne fucilato il 4 settembre 1936, a ventuno anni. Il 22 settembre 1936 fu invece assassinato, con uno sparo a distanza, il seminarista di V Teologia Manuel Olay Colunga. Infine, il 27 marzo 1937, fu il turno di Sixto Alonso Helvia, che era prima stato arrestato insieme a suo padre, durante le vacanze estive, poi obbligato a unirsi all’esercito rivoluzionario. Quando fu chiaro che le sue intenzioni erano altre, venne aggredito e pugnalato a morte.

Il nulla osta per la loro causa rimonta al 12 maggio 1993. Dopo che l’inchiesta diocesana fu conclusa il 29 novembre 1997, i documenti relativi andarono smarriti non appena giunsero a Roma. Grazie al fatto che gli originali erano ovviamente a Oviedo, se ne è potuta fare nuova copia, ottenendo la convalida dell’inchiesta diocesana il 24 febbraio 2012. La “Positio” è stata quindi trasmessa nel 2016.

Anche il laico Mariano Mullerat Soldevila ha testimoniato la propria fede fino alla fine nella Spagna della guerra civile. Nato a Santa Coloma de Queralt presso Tarragona, era il penultimo di sei figli. Dal 1914 al 1921 studiò Medicina all’Università di Barcellona, laureandosi con voti molto alti. Dal 1921 esercitò l’arte medica ad Arbeca. L’anno successivo sposò Dolores Sans y Bové che gli diede cinque figli. Nel 1923 diede vita al quindicinale «L’Escut» («Lo Scudo»), che, nei suoi settantadue numeri, conteneva articoli di storia locale, religione, agricoltura e altro.

Per due trienni fu sindaco di Arbeca e lo sarebbe stato ancora, se il 13 agosto 1936 non fossero arrivati in casa sua alcuni miliziani, che si diedero al saccheggio. Consapevole di essere prossimo a morire, Mariano si congedò dalla moglie, invitandola a perdonare gli aggressori, come lui stesso aveva fatto. Venne fucilato insieme ad altre cinque persone. La sua inchiesta diocesana si è svolta a Tarragona dal 9 luglio 2003 al 26 aprile 2004 ed è stata convalidata il 9 novembre 2007.

L’ultimo martire di questa lista rimanda al Guatemala dove hanno vissuto e operato anche i Beati Stanley Francis Rother, Tullio Maruzzo e Luis Obdulio Arroyo Navarro, elevati agli altari proprio quest’anno. Fratel James Alfred Miller, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, si trovava lì, precisamente al †Centro Indigena La Salle» di Huehuetenango, per insegnare ai giovani quanto servisse per diventare guide esperte e competenti nei loro villaggi rurali. Ancora prima, era stato destinato al Nicaragua, dove risiedette dal 1974 al 1979, quando fu costretto ad andarsene per la rivoluzione sandinista.

Fratel James, o Santiago come lo chiamavano traducendo il nome in spagnolo, era statunitense come padre Rother: era infatti nato a Stevens Point, nel Wisconsin, il 21 settembre 1944. Era stato allievo dei Fratelli delle Scuole Cristiane nell’Istituto Pacelli della sua città. Dopo il tempo del postulandato e del noviziato, nell’agosto 1962 ricevette l’abito religioso e cambiò nome in fratel Leone Guglielmo; successivamente, come altri Fratelli, riprese il nome di Battesimo. Il 13 febbraio 1982 alcuni uomini, a volto coperto, gli spararono mentre riparava un muro del Centro che oggi porta il suo nome. Il riconoscimento del martirio di fratel James appare la riprova dell’importanza delle intuizioni pedagogiche del fondatore dei Fratelli delle Scuole Cristiane, san Giovanni Battista de La Salle, nel terzo centenario della sua morte.

Dopo i Beati, i nuovi Venerabili. Il primo è monsignor Giovanni Jacono, nato a Ragusa il 14 marzo 1873. A causa della scarsità di mezzi finanziari, rischiava di non poter diventare sacerdote, ma fu accolto nel Seminario di Catania: venne ordinato il 21 settembre 1902. Approfondì gli studi al Collegio dell’Apollinare a Roma. Dal 1906 al 1916 fu direttore spirituale del Seminario di Catania, del quale divenne poi rettore. Nel 1918, però, venne nominato vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi: l’ordinazione si svolse l’8 settembre 1918 nella Cattedrale di Catania. Dopo neanche tre anni, nel 1921, fu trasferito alla sede vescovile di Caltanissetta.

Fedele al suo motto episcopale, “Super omnia charitas”, “Al di sopra di tutto [ci sia] la carità”, monsignor Jacono aprì l’episcopio ai feriti della seconda guerra mondiale, accolse i seminaristi di Palermo nel Seminario di Caltanissetta e, mentre la città veniva bombardata il 9 luglio 1943, rimase al suo posto per difendere il popolo. Nel 1956, al termine del suo mandato, si ritirò a Ragusa, dove morì il 25 maggio 1957. L’inchiesta diocesana si è svolta dal 13 gennaio 2008 al 27 settembre 2012, a Caltanissetta.

Segue nell’elenco un altro vescovo, monsignor Alfredo Maria Obviar, nato a Lipa nelle Filippine il 29 agosto 1889. Rimasto orfano di entrambi i genitori in tenera età, fu accolto dai parenti della madre. Nel 1907 cominciò la formazione verso il sacerdozio e venne ordinato il 15 marzo 1919. Sia come parroco di Malvar, sia nella città di Lipa, sviluppò una grande attenzione nella formazione dei catechisti e nell’insegnare lui stesso gli elementi della fede. Il 29 giugno 1944 divenne vescovo ausiliare della diocesi di Lipa, mentre continuava a ricoprire il ruolo di cappellano delle monache carmelitane del luogo.

Negli anni tra il 1948 e il 1950 si diffuse la voce che la Madonna fosse apparsa a una novizia del convento. Monsignor Obviar, quando la Conferenza Episcopale delle Filippine si pronunciò circa la non soprannaturalità delle asserite apparizioni, accettò di non parlarne più. Venne quindi nominato vescovo della diocesi di Lucena, di recente creazione. Riconoscendo la necessità di un aiuto ai pochi sacerdoti diocesani, fondò le suore Missionarie Catechiste di Santa Teresa del Bambin Gesù.

Ancora a ottant’anni, continuava a impartire conferenze catechistiche, incoraggiando i sacerdoti a fare altrettanto. Morì il 1° ottobre 1978, nella Clinica Monte Carmelo da lui fondata a Lucena. La sua inchiesta diocesana, svolta a Lucena dal 28 maggio 2004 al 30 aprile 2005, è stata convalidata il 27 aprile 2007; sette anni dopo, è stata trasmessa la “Positio”. Le Missionarie Catechiste di Santa Teresa del Bambin Gesù hanno case anche al di fuori delle Filippine: la comunità di Milano è molto attiva nel servizio pastorale dei loro conterranei.

Anche don Giovanni Ciresola, veronese, fondò una congregazione femminile, le Povere Ancelle del Preziosissimo Sangue – Cenacolo della Carità. Nato a Quaderni di Villafranca il 30 maggio 1902, fu profondamente segnato dalla morte della madre, avvenuta quando aveva sei anni. Nell’autunno del 1916 divenne alunno esterno del Seminario di Verona, perché la sua famiglia non poteva pagargli la retta e perché era di salute debole. Il 27 ottobre 1919 si trasferì nell’Istituto Don Bosco di Verona, dove si appassionò al modello religioso salesiano. Tuttavia, anche in quel caso la salute costituì un ostacolo. Seguendo il consiglio di don Giovanni Calabria, futuro Santo, s’impegnò a diventare un santo sacerdote diocesano.

Fu ordinato il 10 luglio 1927 e cominciò il ministero come curato (ossia viceparroco, secondo l’uso veronese), restando attento alle buone ispirazioni che sentiva in cuore, come gli suggerì don Calabria. Dopo essere diventato parroco a Cancello di Mizzole, nel 1932, cominciò a seguire alcune ragazze di Azione Cattolica che desideravano consacrarsi a Dio, ma venivano respinte ogni volta che ci provavano. Don Giovanni compilò un Regolamento per loro e il 31 maggio 1936, solennità di Pentecoste, diede vita al Coenaculum Charitatis, le cui aderenti si sarebbero dedicate alla preghiera per la santificazione dei sacerdoti.

Dal 1939 al 1961 fu parroco di Poiano, mentre seguiva la formazione delle sue Cenacoline, che nel 1965 partirono per il Brasile. Dal 1982 la salute di don Giovanni cominciò a declinare, fino al giorno della morte, avvenuto il 13 aprile 1987 a Quinto di Verona, sede della casa madre delle sue religiose. L’inchiesta diocesana si è svolta a Verona dal 19 marzo 2005 al 2006, mentre la “Positio” è stata consegnata nel 2012.

Don Giovanni Ciresola conobbe personalmente il successivo Venerabile, don Luigi Bosio, nato ad Avesa il 10 aprile 1909: il 12 dicembre 1969 dovette consegnargli la lettera con cui gli comunicava che il vescovo di Verona, monsignor Giovanni Carraro, lo sollevava dall’incarico di parroco di Belfiore. Don Luigi era stato destinato lì il 9 giugno 1940: aveva fatto costruire la nuova chiesa parrocchiale, consolidando al tempo stesso la comunità cristiana tramite la liturgia ben celebrata.

Nominato canonico della Cattedrale di Verona, trascorse gli anni che gli restavano dedicandosi alla confessione e alla direzione spirituale, per venticinque anni. Morì il 27 gennaio 1994, nella Clinica Geriatrica di Borgo Trento. La diocesi di Verona ha seguito la fase iniziale della sua causa, dal 25 gennaio 2009 al 29 gennaio 2012. La “Positio” è stata consegnata nel 2016. I suoi resti mortali, inizialmente sepolti nel cimitero di Verona, nel marzo 2013 sono stati traslati nella cripta della cattedrale di Verona.

Tra pochi giorni cadrà il centenario della morte del Venerabile Luigi Maria Raineri, Chierici Regolari di San Paolo, più noti come Barnabiti. Nato a Torino il 19 novembre 1895, inizialmente pensò di farsi Domenicano come tre suoi fratelli e uno zio, ma fu proprio lui a dissuaderlo, a causa dei suoi voti scolastici non molto eccellenti. Entrò tra i Barnabiti nel 1908, dopo aver terminato il ginnasio. Nei cinque anni successivi studiò nell’istituto “Vittorino da Feltre” di Genova, conseguendo la maturità come privatista.

Nel 1914, con gli altri chierici, venne chiamato alle armi. Dopo essere stato riformato per motivi di salute, venne dichiarato idoneo dopo una terza visita medica. Iscritto alla scuola per allievi ufficiali di Caserta, cercò di mantenersi fedele al suo ideale di religioso benché l’ambiente attorno a lui fosse ben diverso dallo studentato barnabitico. Fu quindi promosso tenente e inviato al fronte. Pochi giorni dopo l’annuncio che l’Italia aveva vinto la prima guerra mondiale, gli fu ordinato di restare alle pendici del monte Grappa. Luigi rispettò la consegna, a costo di restare in piedi, per due giorni, al freddo. La broncopolmonite che contrasse lo portò a morire il 20 novembre 1918. Il suo processo ordinario diocesano si è svolto a Genova, luogo dove riposano i suoi resti mortali, concludendosi nel 1962. La sua “Positio” è stata studiata a partire dal 1990.

Visse invece come una “monaca di casa” del Sud Italia, almeno per qualche anno, Rafaela Veintemilla Villacís, che però era nata a Quito, capitale dell’Ecuador, il 22 marzo 1836. Suo fratello Ignacio divenne Presidente dell’Ecuador nel 1876 e le impedì di entrare nel monastero delle Clarisse, come desiderava. Sul modello di Mariana de Jesús de Paredes, professò i voti in forma privata. Quando suo fratello si proclamò capo supremo della nazione nel 1882, vale a dire dittatore, scoppiarono alcuni tumulti, a causa dei quali venne incarcerata per nove mesi. Terminata la pena, venne espatriata e riparò a Lima, in Perù, dove riprese la sua vita di preghiera.

La svolta venne quando si confessò da padre Eustasio Esteban, agostiniano, col quale entrò subito in sintonia. Gli espose il progetto di voler fondare un’opera per le bambine e le ragazze a rischio, che il sacerdote appoggiò pienamente. A metà del 1885, Rafaela andò a vivere da sola in un piccolo appartamento e adottò il nome di suor Raffaella della Passione. La congregazione che fondò con padre Esteban, invece, fu denominata Agostiniane Figlie del Santissimo Salvatore. Morì a Lima il 25 novembre 1918, cinque giorni dopo il giovane chierico Raineri. La fase diocesana della sua causa è stata convalidata il 6 marzo 1992; nove anni dopo è stata completata la sua “Positio”.

L’Ordine dei Carmelitani Scalzi ha invece una nuova Venerabile nella persona di suor Dio Maria Antonia di Gesù, al secolo Maria Antonia Pereira y Andrade. Nata a El Penedo in Spagna il 6 ottobre 1700, fin da piccola fu incline alla preghiera. Il 19 marzo 1722 si sposò ed ebbe due figli. Dopo che il marito fu emigrato per ragioni economiche, diede ascolto alla voce del Signore che la chiamava a seguirlo. Il marito e i figli furono testimoni del suo eccezionale dinamismo apostolico, confermato con doni eccezionali, e ne furono contagiati. Ancora un 19 marzo, ma del 1734, entrò nel monastero carmelitano di Santa Maria del Corpus Christi di Alcalá de Henares; anche il marito si consacrò a Dio. Nel 1748 suor Maria Antonia fondò un Carmelo a Santiago de Compostela, dove visse fino al 10 marzo 1760, giorno del suo transito. Il processo diocesano è stato convalidato il 29 novembre 1997.

Si torna al secolo scorso con la vita della Venerabile Arcangela Badosa Cuatrecasas, nata Carme (catalano per Carmen) a Sant Joan les Fonts presso Girona il 16 giugno 1878. Alla morte dei genitori, lei e i suoi sei fratelli furono accolti da alcuni zii. Molto precaria in salute, cercò comunque lavoro e lo trovò in un laboratorio d’immagini sacre. Già iscritta al Terz’Ordine Carmelitano, il 31 dicembre 1907 entrò tra le Suore della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, nella loro casa madre di Orihuela. Con l’abito religioso, divenne suor Arcangela. Professò i voti temporanei il 2 agosto 1909 e, quattro anni dopo, quelli perpetui.

Inizialmente fu incaricata dell’insegnamento, poi accettò di servire i malati, anche se non sentiva di essere portata. Assistendo i tubercolotici, contrasse a sua volta la malattia, che cercò di sopportare con fermezza e serenità d’animo. Morì il 27 novembre 1918 nella città di Elda, dove viveva da quando aveva professato i voti perpetui. Dal 18 dicembre 1999 al 30 dicembre 2002 la diocesi di Orihuela-Alicante ha ospitato le prime fasi della sua causa.

Ancora più vicina a noi è suor Maria Addolorata del Sacro Costato, una giovane monaca passionista che ha patito più per essere costretta a lasciare, a varie riprese, il suo convento che per le malattie che l’avevano colpita. Maria Luciani, questo il suo nome civile, era nata a Montegranaro il 2 maggio 1920. Dopo aver rotto il fidanzamento con un giovane del suo paese, decise di entrare tra le Passioniste claustrali a Ripatransone, vestendo l’abito religioso il 22 agosto 1946. Il 15 novembre 1947 professò i voti temporanei.

Nel settembre 1950 uscì per la prima volta dal chiostro, per essere operata a causa di un’ulcera allo stomaco. Dopo due mesi di convalescenza in famiglia, professò i voti perpetui il 30 novembre. Una seconda operazione, il 28 giugno 1951, comportò una nuova uscita dal monastero. Rientrò nel mese di ottobre, salvo uscire ancora per essere ricoverata, il 15 dicembre, a Ripatransone. Lasciò definitivamente il monastero il 9 luglio 1952: aveva la tubercolosi. Il sanatorio di Groppino, poi l’Ospedale Maggiore di Bergamo, furono i luoghi dove si consumò lentamente, sentendosi in esilio e sopportando l’ambiente che la circondava. Fu portata più vicino ai suoi luoghi nativi, il 31 marzo 1954, ricoverata nel sanatorio di Teramo. Solo per pochi giorni: morì, infatti, il 23 luglio, a trentaquattro anni. La sua inchiesta diocesana, aperta il 25 luglio 1995 nella diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, è stata convalidata il 7 novembre 2001.

L’ultimo dei nuovi Venerabili è anche l’unico laico, affiliato però al Terz’Ordine francescano. Lodovico Coccapani nacque a Calcinaia, in provincia di Pisa, il 23 giugno 1849. Fu uno dei primi presidenti delle Conferenze di San Vincenzo de Paoli a Pisa a partire dal 1894. Maestro elementare, si occupò anche dell’educazione dei ragazzi di strada. Morì per una polmonite il 14 novembre 1931, in casa propria, domandando di essere sepolto nel campo comune, in mezzo ai poveri per i quali era vissuto. Il nulla osta per l’avvio della sua causa rimonta al 28 gennaio 1997. Portano il suo nome un asilo d’infanzia, situato in quella che fu casa sua, e la mensa dei poveri della parrocchia di San Francesco a Pisa.

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09/11/2018
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