Società

di Lucia Scozzoli

Gay e suicidio: numeri più alti dove minore è lo stigma sociale

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Un comunicato stampa del 12 novembre su “Le Scienze” ci informa che è stato pubblicato un nuovo studio dell’Università di Milano-Bicocca, dal titolo “Estimating the risk of attempted suicide among sexual minority youths” (Stima del rischio di tentato suicidio tra giovani minorenni per motivi sessuali), sulla rivista JAMA Pediatrics (doi:10.1001/jamapediatrics.2018.2731).

Neanche 24 ore e subito i risultati dello studio vengono riportati dalla testata giornalistica che non ti aspetti, la prima, l’unica a farlo, finora: Avvenire.

Il comunicato stampa recita: «Il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti, a livello mondiale. Nonostante fosse già nota questa tendenza da parte delle minoranze sessuali, per la prima volta è stata compiuta una più precisa valutazione dell’entità del fenomeno negli adolescenti LGBT.

Lo studio di Ester di Giacomo, psichiatra e dottoranda in Neuroscienze del gruppo di ricerca guidato da Massimo Clerici, docente di Psichiatria e direttore della scuola di specializzazione in Psichiatria dell’Università di Milano-Bicocca, ha preso in esame 35 studi accademici sul tema e un campione di quasi due milioni e mezzo di adolescenti tra i 12 e 20 anni, di dieci nazionalità diverse.

Dall’analisi è risultato che gli adolescenti appartenenti al gruppo complessivo delle minoranze sessuali mostrano un tasso di rischio di suicidio (OR=3.50) superiore alle tre volte e mezzo rispetto ai loro coetanei eterosessuali.

La valutazione del rischio di tentato suicidio è stata analizzata anche all’interno di ogni gruppo di minoranza sessuale. I dati dimostrano che gli adolescenti transgender sembrano i più afflitti dal fenomeno (OR=5.77), seguiti dai bisessuali (OR=4.87) e dagli omosessuali (OR=3.71). I fattori di rischio più noti per suicidio sono: tentativi di suicidio precedenti, una storia di malattia psichiatrica, specialmente depressione, psicosi ed alcuni disturbi di personalità, e ancora, essere vittime di bullismo, e abuso e trauma infantile».

La situazione presentata è drammatica già nel suo incipit: che il suicidio sia la seconda causa di morte tra adolescenti dovrebbe gettare nella disperazione la società intera, interrogandoci con urgenza sulle motivazioni ultime che tolgono la speranza a tanti ragazzi, al punto da indurli a gesti estremi e senza ritorno.

L’analisi della situazione particolare degli adolescenti LGBT, però, accende una parziale luce sul fenomeno, perché, come ha spiegato Ester di Giacomo, la questione cruciale sta tutta nella definizione dell’io: l’identità di genere, infatti, «fa parte dell’“io” e contribuisce al pieno sviluppo di un essere umano adulto. Anche se le sue radici affondano nell’infanzia, l’orientamento di genere si esprime pienamente durante l’adolescenza, soprattutto a causa dell’inizio del desiderio sessuale».

È quindi nell’adolescenza che l’identità dell’individuo prende una forma più definita, direi quasi definitiva, ma non nel senso di immutabile, bensì di chiaramente caratterizzante la persona stessa. L’adolescente sente il bisogno di rispondere alla domanda pressante “chi sono io?” e, per fare ciò, riflette se stesso in tutte le persone che gli ruotano intorno, non solo nella famiglia d’origine. Gli atti di bullismo, l’esposizione alla violenza, l’isolamento infliggono ferite profonde, destabilizzano dall’interno, impediscono la definizione serena della propria personalità.

Questi tristi fenomeni riguardano tutti gli adolescenti, quindi a maggior ragione quelli LGBT che hanno una fragilità in più rispetto ai coetanei.

Le conclusioni dello studio, dunque, sintetizzano così i risultati: «una maggiore consapevolezza ad opera dell’opinione pubblica e un adeguato sostegno centrato su sforzi di inclusione e de-stigmatizzazione dovrebbero essere obiettivi dei Piani progettuali nelle aree della Pubblica istruzione e della Sanità»

Avvenire aggiunge ai risultati della pubblicazione anche l’intervista a padre Pino Piva, gesuita responsabile per la pastorale di frontiera, il quale redarguisce pure la Chiesa e auspica un nuovo lessico: «Espressioni come ‘sessualmente disordinato’ possono convincere i ragazzi di essere irrimediabilmente fuori posto con conseguenze spesso molto pesanti. Ma anche il messaggio che lasciamo filtrare talvolta appare senza speranza. Le vocazioni più immediate sono precluse a un ragazzo omosessuale: non può formarsi una famiglia, non può entrare in seminario, non può pensare a una vita di coppia. Cosa gli resta?».

Il gesuita conclude confidando nel documento finale del Sinodo dei giovani, da cui spera che esca qualche riflessione concreta, tipo incoraggiare i gruppi di accoglienza specifici già presenti in alcune diocesi.

Ora urge una riflessione approfondita: prima di tutto lo studio non riporta dati italiani (perché non ci sono rilevazioni a tal proposito, o non si sono verificati casi, non si sa) e le percentuali più drammatiche di rischio suicidio si riscontrano nel Nord Europa, proprio in quegli stati liberali e libertini in cui l’inclusione a favore degli LGBT è una realtà sancita da leggi severe. In Inghilterra in qualche college hanno adottato divise unisex per non discriminare i trans, sono comparsi i servizi LGBT, ogni atto di presa di distanza dalla lode unanime al meraviglioso mondo omosessuale viene interpretato come omofobia e penalmente perseguito (famosa la causa contro i pasticceri che non volevano fare una torta per un matrimonio gay, ma a cui la corte suprema britannica ha infine dato ragione).

In questi paesi l’omosessualismo ha raggiunto tali livelli fuori da ogni logica che pure uno stupratore seriale è stato messo in una prigione femminile perché ha dichiarato di sentirsi donna, salvo poi dovergli cambiare istituto quando si è avventato sulle compagne di detenzione.

A maggio a Windsor un uomo che si ritiene donna ha citato in giudizio una spa perché una dipendente femmina (musulmana, tra l’altro) si è rifiutata di fargli una ceretta brasiliana (cioè all’inguine e genitali), perché si è sentito discriminato, affermando che i suoi genitali erano irrilevanti per il suo genere e che questa lavoratrice avrebbe dovuto sentirsi perfettamente a suo agio, dato che si trattava di un pene femminile, perché in realtà era una donna.

In realtà.

Quale realtà?

Alle terme nella Columbia Britannica un transgender ha depositato 16 denunce come questa, una per ogni rifiuto incassato da donne alla richiesta di ceretta sui genitali. Qualcuna, per chiudere la causa in fretta, ha pagato $2500 per convincere il tizio a ritirare la denuncia.

Vogliamo davvero parlare di discriminazione verso i trans e gli omosessuali?

Davvero ancora crediamo alla storiella che siano i pregiudizi della società a far triplicare il rischio suicidio nei giovani LGBT?

Si stenta a credere che la sorte di questi ragazzi interessi a qualcuno seriamente: lo studio ha rilevato come fattori di rischio associati ai disturbi della sfera sessuale anche malattie psichiatriche, storie di tentativi di suicidio precedenti, depressione, psicosi. Possibile che questo mare di problemi psichici sia interpretabile sempre e solo come una conseguenza della discriminazione e mai come una causa della disforia?

Come nella contraddittoria relazione del comitato di bioetica con cui si è autorizzata la prescrizione della triptorelina per bloccare la pubertà ai bambini che manifestano desidero di effettuare una transizione di sesso, anche qui si descrive il quadro con precisione e poi si traggono conclusioni illogiche: assieme alla disforia di genere, spessissimo si rilevano patologie psichiche gravi, tra cui anche la tendenza al suicidio. Depressioni, ansie, psicosi, associate alla difficoltà di focalizzare se stessi e la propria identità, devastano queste persone che vivono sofferenze profonde e la statistica ne rileva i drammi. Non possiamo rispondere ad un problema tanto grave con una soluzione superficiale come i corsi contro le discriminazioni di genere, fingendo che un bullismo qualunque possa essere l’unica causa di queste altissime percentuali di tentato suicidio.

Anche la Chiesa, tanto attenta alle sofferenze dell’umanità, non può accontentarsi di dare risposte da baci Perugina, derubricando angoscianti mali di vivere a banali sensi di esclusione.

La società si sta sgretolando insieme all’aumento costante di divorzi, alla diminuzione delle relazioni stabili, alla moltiplicazione di situazioni di figli sballottati da una mezza famiglia ad un’altra, con un genitore perso di vista o magari odiato perché se n’è andato a rifarsi una vita altrove. I ragazzi hanno sempre meno riferimenti familiari sicuri, non sanno chi sono né chi vorrebbero diventare. E la risposta sarebbero i corsi anti bullismo a scuola?

Negare pervicacemente che l’omosessualità e la disforia di genere abbiano una connessione con le vicissitudini familiari subite e catalogarle banalmente in semplici varianti della sessualità impedisce l’analisi del problema e la ricerca di soluzioni vere, trattando i dolori di esistenze sperdute come malattie immaginarie. Come si fa a far sentire accolto qualcuno veramente se non si accoglie con onestà prima di tutto la sua storia?

In effetti servirebbe «una maggiore consapevolezza ad opera dell’opinione pubblica e un adeguato sostegno», ma per dare risposte che siano vere e non baggianate da gessetti colorati o peggio, come il pene femminile del trans di Windsor.

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15/11/2018
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