{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Il problema con la libertà dei politici al governo

Politica

di Emiliano Fumaneri

Il problema con la libertà dei politici al governo

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Più passa il tempo e più cresce la sensazione che il governo gialloverde abbia un rapporto tormentato, per dire il meno, con la libertà.

Certo “libertà” non appare tra le prime parole d’ordine dei cinque stelle (e forse neanche tra le ultime).

In almeno tre occasioni, recentemente, i pentastellati hanno messo in mostra un temperamento decisamente illiberale. Primo fra tutti, il tentativo di abolire la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Con la scusa di azzerare l’impunità dei “corrotti” il M5S vuole scardinare una libertà essenziale come la presunzione di innocenza dei cittadini.

È nata così l’idea di una riforma — promossa nientemeno che dal ministro grillino della giustizia — che il giurista Aldo Vitale ha bollato senza mezzi termini come un vulnus allo stato di diritto. «L’abolizione della prescrizione», scrive Vitale su “Tempi”, «rappresenta un grave danno per la tenuta della democrazia e delle più elementari libertà e garanzie individuali che, invece, dovrebbero essere quanto più sacre in uno Stato di diritto che si presuma realmente tale».

Come spiega bene Vitale, l’istituto della prescrizione non mira affatto a garantire l’impunità ai colpevoli quanto a salvaguardare il cittadino dall’onnipresenza dell’apparato giudiziario. Con la scadenza del termine della prescrizione il reato si estingue perché la legge concede un determinato periodo di tempo per smentire la presunta innocenza dell’imputato. Se così non fosse i processi potrebbero nascere anche a molta distanza dalla consumazione dei reati e quelli avviatisi poco dopo i fatti potrebbero durare in eterno, lasciando l’imputato sospeso a una decisione del tribunale senza alcun limite di tempo. Come trovare, accusati di un reato dopo dieci o quindici anni, gli strumenti per difendersi? E dopo tanto tempo chi si ricorderebbe più dov’era, cosa faceva? Chi riuscirebbe a trovare le prove e i testimoni per scagionarsi?

Abolire la prescrizione significa mettere in pericolo la libertà dei cittadini consegnandoli tutti, in potenza, al terrore della persecuzione giudiziaria. E vi sembra poco?

Il larvato totalitarismo grillino si è manifestato anche nella vicenda delle epurazioni — dal vago sapore nordcoreano — inflitte ai pentastellati “ribelli” sul condono di Ischia. Ma più grave ancora è il fatto che le espulsioni siano state accompagnate dalla promessa, uscita dalla bocca del sottosegretario Fantinati, di abolire l’articolo 67 della Costituzione. In altre parole, dopo la prescrizione i giacobini a cinque stelle vogliono eliminare anche il libero mandato dei parlamentari.

Anche questo scempio, va da sé, viene legittimato con argomenti demagogici (la lotta contro i voltagabbana) per sostenere un’impresa che ha fulgidi precedenti nelle “democrazie popolari” e in quel paradiso dei diritti che è stata l’Unione Sovietica, dove a dettare legge era l’oligarchia del partito unico, non certo il popolo.

Il quadro diventa ancora più inquietante se pensiamo ai beceri insulti rivolti da Di Maio e Di Battista alla stampa, colpevole di non aver trattato coi guanti di velluto Virginia Raggi. Eppure quando erano all’opposizione i grillini spiccavano per giustizialismo e cavalcavano senza ritegno la retorica anticasta dei giornali. Salvo pretendere di essere trattati con ben altra misura ora che sono loro al governo.

Viene alla mente quanto scriveva don Sturzo sulla concezione «geografica» della libertà tenuta dai partiti comunisti, diversa a seconda che si parlasse «di paesi di qua o di là della cortina di ferro».

Toccherà sperare nella Lega di Salvini? Più di un fatto ne fa dubitare. È vero che alla Camera i leghisti hanno presentato un paio di (timidi) emendamenti al ddl “spazzacorrotti” del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Peccato che li abbiano anche ritirati dopo aver ottenuto garanzie dal M5S sul decreto sicurezza… (come se attentare alla prescrizione non mettesse in forse anche la sicurezza degli italiani, ma tant’è).

Aggiungiamoci pure il granguignolésco show che martedì ha visto protagonista un Matteo Salvini a mezza via tra l’O’Brien di “1984” e un trucido conte Dracula. Il ministro degli interni è apparso molto divertito di aver coniato quello che lui stesso, tra un risolino e una battuta di spirito, ha definito un «ossimoro»: la «donazione volontaria e obbligatoria» di sangue nelle scuole. Una espressione che fa molto neolingua orwelliana. Credendo forse di migliore le cose (sangue fresco alla patria?) Salvini ha dichiarato che si tratta di «una questione di sicurezza nazionale».

In attesa di capire come si realizzeranno queste spiritosissime «donazioni volontarie e obbligatorie» preoccupa, più ancora di questi fatti, la mancanza di reazioni, senza contare i giustificazionismi di chi si arrampica sugli specchi pur di incensare il “capitano”. Per chi ha a cuore la libertà c’è decisamente materia per foschi pensieri.

Spero di non scandalizzare nessuno se confesso di non avere particolari rimpianti per chi ha lasciato il PdF per andare ad ingrossare le file dei fiancheggiatori del “governo di tregua”. Non mi appassionano le fughe dalla libertà di chi va a mendicare protezione alla corte del principe di turno.

Restare ora nel Popolo della Famiglia richiede infatti motivazioni ben distanti dalla paura. Può capirmi solo chi condivide la passione di uno dei massimi ispiratori del PdF. Mi riferisco sempre a lui, a don Luigi Sturzo, il quale è stato, prima di tutto, un incrollabile amante della libertà.

Sturzo non si è mai stancato di gridare il suo amore per la libertà, nemmeno quando tutto sembrava congiurare in senso contrario. Come nel 1935, quando il regime fascista stava vivendo la fase della sua piena maturità. Erano gli anni che Renzo De Felice avrebbe definito del «consenso». Il fascismo, forte di una straordinaria partecipazione popolare, dominava incontrastato in Italia, mentre Luigi Sturzo da quasi dieci anni viveva a Londra, dove si era rifugiato per evitare di fare la fine di don Minzoni, il sacerdote romagnolo massacrato da una squadraccia fascista.

Ma è proprio in quel momento che Sturzo, dal suo esilio londinese, scrive un articolo intitolato «Libertas». Come lascia intuire il titolo, è una difesa a tutto campo della libertà.

«Della parola libertà», riconosce Sturzo, si è fatto purtroppo «tanto scempio». E così «si è confusa la libertà organica e fondamentale dell’individuo e dei gruppi sociali (famiglia, comune, cantone, regione, stato» con ogni sorta di licenza». Per questa ragione «i cattolici hanno avuto quasi paura di parlare di libertà ed han lasciato la parola (e spesso il suo significato reale) in mano agli avversari».

Se il PdF ha posto nel sostegno alla famiglia la pietra angolare della sua azione politica non è certo per qualche bizzarra suggestione reazionaria. Il fatto è che la famiglia costituisce, come ha scritto una volta G. K. Chesterton, «la vitale antitesi dello stato servile». Il matrimonio è legame liberante che «crea un piccolo stato all’interno dello stato». Servire la famiglia è il miglior servizio reso alla libertà personale.

In un tempo come il nostro, nel quale la libertà è stata sfregiata una infinità di volte, non è facile intendere il senso profondo delle parole di don Sturzo: «Ora di fronte a tutte le correnti monopolistiche dello stato, socialismo, comunismo, fascismo, nazismo, monarchie assolute, dittature, noi dobbiamo affermare la libertà e difenderla coraggiosamente».

Il cristiano non deve commettere l’errore di accodarsi ai nemici della libertà. Il volto della libertà non va deturpato una volta di più. Piuttosto va purificato. Deve essere liberato dalle tante maschere che hanno abusato del suo nome.

La libertà che ha in mente Sturzo è una libertà esigente, per la quale si deve lottare. Non è per nulla analoga a un frutto cresciuto spontaneamente su un albero. È sempre legata al senso del dovere e della responsabilità. «La libertà si conquista sempre; non è un dono gratuito di Dio, è un dono oneroso che importa doveri e che impegna alla difesa».

Essa è fondamento della vita democratica e condizione della prosperità dei popoli. Ogni sua violazione reca danni gravissimi. Per questa ragione la libertà non può conoscere passaggi a vuoto, intermittenze, compartimenti stagni. «La libertà è totale o non è libertà», sentenzia il fondatore del Partito Popolare.

«La libertà», avverte Sturzo, «non è divisibile; buona nella politica o nella religione e non buona nell’economia o nell’insegnamento: tutto è solidale. Vedo che certi cattolici sociali ora sarebbero disposti ad abbandonare la libertà economica e non comprendono ch’essi così abbandonano la libertà in tutti i campi, anche quello religioso».

Così facendo si trascura il legame organico tra libertà e autorità, le quali “simul stabunt vel simul cadent”: o staranno assieme oppure assieme cadranno.

Vanno perciò rigettati tanto l’autoritarismo — cioè l’esercizio dell’autorità contro la libertà — quanto il libertarismo, che a lungo andare finisce per produrre effetti identici al primo. Darsi a una libertà disordinata porta infatti ad abbandonare il gusto della vera libertà. È allora che si è interiormente pronti a sottomettersi alla tirannia del fondamentalismo religioso, come accade in un famoso romanzo di Houellebecq intitolato proprio “Sottomissione”. Alla fine i cantori della “libertà obbligatoria”, per dirla con Giorgio Gaber, si rivelano sempre come i primi adoratori dell’autorità.

Sturzo ha piena coscienza di questo pericolo; sa quanto possa essere dannoso separare libertà e autorità. Per questo ammonisce i molti che «amano parlare solo dell’autorità, dimenticando che la libertà è quella che dà veste morale all’autorità, come l’autorità bene intesa è quella che assicura l’attuazione della libertà».

Nel momento esatto in cui si consuma una tale scissione cominciano a proliferare simultaneamente le maschere della libertà e dell’autorità: una libertà senza ordine si alterna a un ordine senza libertà; al mito del pensiero debole segue immancabilmente il mito dell’uomo forte…

«Il giorno che la dittatura arriva in un paese», conclude Sturzo, «cessano realmente libertà e autorità, e vengono sostituite con la licenza e l’arbitrio in alto, la servitù e la cortigianeria in basso. La dignità di uomini e di cristiani cessa in quel momento».

Non dimentichiamo mai la vocazione del PdF: lottare per la libertà, ossia per la dignità della persona umana, contro le maschere che degradano le persone a cose.

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23/11/2018
2105/2019
Santa Caterina da Genova

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