Società

di Rachele Sagramoso

Utero in affitto? No grazie!

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Ci sono ostetriche che potrebbero essere a favore dell’utero in affitto come gesto di generosità per chi non può avere figli (indipendentemente dal tipo di coppia richiedente), come dichiarò un’ostetrica di Battipaglia -che ebbe la sfortuna di perdere il figlio e la possibilità di averne altri, raccontando che la propria sorella era disposta ad averne per lei- su Repubblica.it e c’è stato un silenzio eloquente quando chi ha approfittato di tale pratica ha fatto affermazioni discutibili sull’argomento. Chi non ricorda quando Lo Giudice spiegò per esempio, che il figlio avuto con l’utero in affitto non prese il latte materno sin dall’inizio (nonostante l’OMS dia indicazioni non interpretabili in tal senso: un neonato deve poppare totalmente sino ai 6 mesi e poi è consigliata l’alimentazione complementare al cibo solido, fino ai due anni), poiché il rapporto tra la donna e il bambino non deve essere considerato come il rapporto tra madre e figlio? Non furono diffuse dichiarazioni eclatanti e pubbliche in risposta a tale affermazione, da parte di associazioni e professionisti che ruotano attorno alla nascita e al periodo perinatale (si parla di un mondo composto da molte figure: ostetriche, ginecologi in modo diretto, poi annoveriamo anche tante figure professioniste o meno, come consulenti per l’allattamento, educatrici perinatali, doule e altre). Per tale motivo, il vuoto va almeno parzialmente colmato e, per farlo, è necessario introdurre un altro tema strettamente connesso – che infiamma ultimamente l’ambito del maternage - : sto parlando della cosiddetta “Violenza Ostetrica”.
Quest’ultima è una definizione nata una decina d’anni fa che ha raccolto tutta una serie di azioni indiscutibilmente pesanti che avvengono quando la donna è privata della propria consapevolezza nella gestione della nascita del proprio figlio e, perciò, viene sottoposta a manovre che sono, sia vissute come violente, sia oggettivamente aggressive. Si tratta, quindi, di un insieme di gesti errati e dolorosi compiuti sulla donna mentre dà alla luce il proprio figlio e il punto del quale ci interessa è quello che riguarda l’impedire l’unione iniziale del bambino alla madre senza una causa medica, impedendo così l’attaccamento precoce e bloccando la possibilità di tenere, curare o allattare al seno immediatamente il bimbo dopo la nascita.
Il bambino, che durante la propria gestazione viene cullato dal ventre materno e che impara a riconoscere i rumori che lo circondano (la voce della mamma sicuramente, ma anche la voce del papà e dei fratelli), i sapori che lo nutriranno (e che vengono filtrati grazie al liquido amniotico che ingerisce) e le emozioni che vive chi lo sta ospitando (il ruolo dei neurormoni è ritenuto fondamentale per lo sviluppo fetale), si lega moltissimo alla madre. Grazie agli studi che sono stati compiuti e che oramai danno per scontato tutto un mondo fatto di relazione tra madre e nascituro, è stata messa a punto tutta una serie di accorgimenti clinici che si basano sul “dialogo” e sulle interazioni fisiche che sono vitali per il nascituro.
Pensiamo a tutti quegli approfondimenti scientifici che ci dicono che già a partire dal primo trimestre di gravidanza (fino alla dodicesima settimana di gestazione), il 30% delle donne pensa al proprio bambino come a una persona reale e questo incrementa la relazione tra madre e feto. Relazione che è venuta ad arricchirsi da quando, ovviamente, esistono gli ultrasuoni -ecografie- (cfr. A history of the theory of prenatal attachment pubblicato su Journal of Prenat Perinat Psychol Health). Per quanto riguarda i rapporti tra madre e nascituro, dal momento in cui fu inventata la cosiddetta “Terapia del Canguro” sappiamo quanto siano fondamentali i momenti che un neonato passa con un organismo che conosce da prima di venire alla luce: tale modo di mantenere in vita i neonati sottopeso o pre-termine fu creata appositamente per far sì che le mamme potessero continuare la “gestazione” dei bambini nati precocemente tenendoseli addosso, laddove non c’erano disponibili incubatrici. Fu poi messa a punto in tutte le cliniche più avanzate e, adesso come adesso, viene adottata per tutti i neonati (cfr. Kangaroo Mother Care, Una guida pratica pubblicato su Acta Neonantologica & Pediatrica, 1, 2006, 5-39).
A questo punto occorre fare una piccola parentesi sulla famosa foto che ritrae un uomo nudo che accoglie un neonato appena venuto alla luce. Partendo con l’idea sbagliata che il neonato si “attacca” a chiunque venga messo in braccio appena nato, si pensa bene di “confondere” un bambino – prendendosi gioco di lui, in sostanza - consegnandolo in braccio alla prima persona che passa per la strada. Tale procedura - deliberatamente mal interpretata - ha una solida base scientifica oramai in uso in molti ospedali e anche quando una donna è sottoposta a taglio cesareo: si chiama “pelle a pelle” e, se una volta veniva proposta solo per invogliare la mamma ad attaccare il bimbo al seno, adesso molti studi ci informano che ha risvolti a lungo termine sulla salute del bambino (cfr. Mother-to-infant microbial transmission from different body sites shapes the developing infant gut microbiome pubblicato su Cell Host and Microbe).
Far sì che il neonato venga cullato nudo sul corpo che non l’ha partorito, quindi, è un gesto ingannatore e antiscientifico. Mi si potrebbe replicare che il “pelle a pelle” viene fatto spesso anche coi papà (per esempio in caso di gemellarità o di salute cagionevole della madre), ma non dimentichiamo un concetto: i papà che aiutano i loro neonati in questo modo, sono quei signori che hanno visto i loro bambini crescere nella pancia della donna che amano, sono legati affettivamente a quei bambini e sono comunque persone delle quali il bambino ha percepito la voce durante la gestazione. Non sono persone qualunque.
Torniamo al termine usato prima: il neonato si “attacca” a chi sente (attraverso la pelle) per primo in sala parto (cfr. Bonding: un legame per la vita su UPPA.it). Partiamo con un presupposto: i neonati non hanno l’imprinting come l’ochetta Martina di Konrad Lorenz che, vedendo lui appena uscita dal guscio, lo seguì tutta la vita, mentre i neonati instaurano un bonding (parola che nasce con la Teoria dell’Attaccamento di Bowlby e poi perfezionata da Ainswort e molti altri secondo i quali il bambino si sviluppa sano solo se tenuto vicino alla madre: infatti la separazione precoce tra madre e neonato ha effetti deleteri sulla personalità del bambino prima e dell’adulto poi), che si basa sul fatto che tra la madre che lo ha tenuto in gestazione e il neonato, ci sia tanta relazione che sarà indelebile e di cui l’allattamento al seno ne è solo una parte. Non basta, quindi, staccare un neonato dal corpo della donna che lo partorisce e “attaccare” il bambino al petto di chiunque. Non c’è il velcro. Non basta non consentire al bambino di ciucciare dalle mammelle della mamma, perché egli non soffra, poiché la sua memoria interiore non è cancellabile (come ben sanno i neonati adottati anche alla nascita). Non basta dargli tutto il corredino, poiché al neonato/bambino serve una cosa sola: colei con la quale ha avuto l’endogestazione prima e l’esogestazione poi (i nove mesi di gravidanza e i primi dodici di vita).
Facciamo però un tentativo di rovesciare la medaglia e di credere che quel punto dell’elenco delle azioni che producono la “Violenza Ostetrica” riguardino solo la sofferenza che può provare la donna nel distacco dal proprio bambino: lo proviamo a fare poiché forse è per questo che le associazioni a favore dell’allattamento materno non hanno manifestato a gran voce contro l’ utero in affitto, come del resto non hanno fatto le ostetriche. Applichiamo, sostanzialmente, ciò che dicono le ostetriche femministe pro-choice quando negano la depressione post-aborto: «Solo la perdita di un bambino desiderato porta la donna alla depressione, ma non un aborto volontario». Quindi una donna che cederà consapevolmente un bambino che ha fatto crescere nel proprio utero, non avrà conseguenze negative. Tuttavia, questo pensiero si scontra con le femministe che dichiarano che l’utero in affitto sia un affronto alla libertà della donna poiché è lo sfruttamento del proprio corpo da parte di un padrone danaroso (infatti GPA e prostituzione sono equiparate). Inoltre, se dovessimo ammettere che la salute (fisica e mentale) di un bambino viene ben dopo le decisioni di sua madre, dovremmo porci una domanda molto chiara: chi si batte per la fisiologia della gravidanza, il rispetto della nascita e per l’allattamento, lo fa per la salute infantile o per il diritto della donna ad avere rispetto nella gestione della propria gravidanza, nel proprio parto e nel proprio allattamento? Vorremmo sperare realmente di aver inteso male e che sia la strada interpretativa sbagliata.
Allora forse abbiamo dimostrato che il punto in cui è “Violenza Ostetrica” un qualsiasi allontanamento tra madre e bambino, afferma la verità: la sofferenza fisica e psichica che prova il bambino nell’allontanamento dalla madre è dannosissima. Ma non solo: abbiamo dimostrato che la pratica dell’utero in affitto non solo genera individui che subiscono uno stress non indifferente durante la gravidanza (la donna dentro il cui grembo crescono, vive tutta la gravidanza con la consapevolezza che dovrà allontanarsi dalla persona che sta crescendo dentro di lei), ma saranno persone che avranno più predisposizione a disturbi di origine psichiatrica.
Personalmente non compiamo qui una differenza ontologica sul tipo di rapporto sessuale/erotico intercorra tra gli adulti ai quali il neonato viene affidato dopo essere stato strappato dall’utero materno: non ci interessa, in questa sede, e non arricchisce molto la consapevolezza di quello che dimostriamo. La realtà è una sola: l’utero in affitto è uno scempio programmato - fisico e psichico - di un essere umano.
Essendo “Violenza Ostetrica” a tutti gli effetti, oltretutto, andrebbe punito chiunque non prenda posizione chiara contraria e, di fatto, promuova o agisca perché tale pratica avvenga: in Italia ci sono due associazioni che si occupano di “Violenza Ostetrica” (sono la OVOItalia e la Freedom for Birth - Italia) che si dovrebbero sentire sollecitate in tal senso. Già che ci siamo, sarebbe opportuno ricordare che il neonato ha diritto ad essere nutrito al meglio con il “proprio” latte materno giacché è elemento salvavita (cfr. Protezione dell’attamento: che cosa possono fare le mamme? Su Saperidoc.it) anche in tal senso abbiamo le opportune associazioni (ad esempio: MAMI, Ibfan, Aicpam e LLLI) che dovrebbero sentirsi incalzate nel manifestare chiaramente contro l’utero in affitto sapendo che «Se si rendesse disponibile un nuovo vaccino che prevenisse un milione o più di morti infantili all’anno, e che fosse oltretutto poco costoso, sicuro, somministrabile per bocca, e non richiedesse la catena del freddo, diventerebbe immediatamente un imperativo di salute pubblica. L’allattamento può far questo ed altro, ma richiede una sua catena calda di sostegno - e cioè assistenza competente alle madri perché possano aver fiducia in sé stesse e per mostrare loro cosa fare, e protezione da pratiche dannose. Se questa catena calda si è persa nella nostra cultura, o ha dei difetti, è giunto il tempo di farla funzionare». A warm chain for breastfeeding su Lancet 1994;344:1239-41
L’utero in affitto è un’orripilante pratica ed è una scelta consapevole di causare lesioni ad un essere umano per il proprio bisogno di possederlo. È dovere precipuo di ogni organismo e ogni persona che si definisce ‘dalla parte dei bambini’, proclamare che l’utero in affitto è un atroce capitolo dello sviluppo della scienza umana. E chiunque, in questo contesto storico e sociale, non lo affermi chiaramente, palesa la propria indifferenza nei confronti dei bambini.

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28/11/2018
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