Società

di Rachele Sagramoso

Vivere da madri per essere donne

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Una donna che uccide il proprio bambino, è un dramma. È un dramma per la madre, per il padre del bambino, per tutti i loro parenti e, ovviamente, per il bambino stesso. Ed è un dramma per una società nella quale il più debole (un neonato, un malato, un vecchio: sono tutti delicati) è accettato con fatica, perché è una società che muore.

Non è facile né compiere un’analisi a mente fredda, né pensare che quella donna, da oggi in poi, potrebbe solo maledirsi sino al giorno della propria morte. Sino al giorno in cui, incontrandosi con il proprio figlio, non riceva da lui stesso il perdono. Quello che è possibile compiere, oltre che stringerci in preghiera per la redenzione di quest’anima perduta, è farci qualche domanda.

Quando diventai madre, avevo 22 anni ancora da compiere. Non era una neonata “programmata”, anche se accettata subito di buon grado, e la sua nascita fu fonte di sofferenze indicibili a causa di un cesareo di emergenza che, oltre che doloroso, creò una ripresa molto lenta anche a causa di un’impreparazione all’arrivo di una bambino. Oltretutto io, di neonati, non ne avevo mai visti. L’allattamento non andò meglio: ragadi dolorose e sanguinolente (tantissime mamme sanno sicuramente di cosa parlo), coliche (ovvero sia ‘pianti inconsolabili senza motivazione apparente’) e molta impreparazione anche solo nei confronti di ‘cosa’ sia effettivamente un neonato. Il suo pianto lo vivevo come un continuo giudizio nei confronti della mia impreparazione. E mi pareva che piangesse per ore intere. E non dormisse, per ore intere.

A partire da un certo periodo culturale, le donne ‘decisero’ che fosse meglio dedicarsi alla propria carriera e poi alla filiazione. In quel medesimo periodo, ovviamente, nacquero movimenti di pensiero pediatrici e pedagogici che misero in dubbio il fatto che la donna sapesse produrre il proprio latte e che questo fosse biologicamente fisiologico per il proprio figlio e, contemporaneamente, che i bambini crescessero meglio lontano dalla madre (come si diceva all’epoca, il rischio era quello di avere bambini “viziati”): si scelse di delegare la cura del proprio bambino a lettini, culline, biberon e asili nido o tate. Sempre più o meno nello stesso momento storico, le famiglie si smembrarono “nuclearizzandosi” ovvero diventando formate solo dalle figure genitoriali e solo uno o, al massimo, due figli (1.5 figli per donna nel 1970). Questi fattori hanno comportato diverse conseguenze, sulla donna: al momento di diventare madre, infatti - dal far parte di una famiglia nella quale la solitudine era difficile da trovare e le case erano quasi “sovrappopolate” – è sola e, il non poter occuparsi del proprio bambino in modo spontaneo con lo spauracchio del “viziarlo”, fa sì che si modifichino le sue spontanee propensioni all’accudimento o, per lo meno, l’intrinseca sensibilità verso un essere indifeso e bisognoso di accudimento che caratterizza la femminilità. Essere una neo-mamma sola ed avere a che fare con un neonato era difficile negli anni ’70 - quando la maggioranza delle donne aveva per lo meno avuto delle cugine o delle zie - ma a partire dagli anni ’90 - quando la stragrande maggioranza delle donne è nata e rimasta figlia unica in una famiglia lontana da quella di origine -, è impossibile senza incontrare difficoltà.

Avere l’imposizione del pediatra che dice che un bambino allattato più di venti minuti rischia di morire di indigestione, che un neonato deve assolutamente dormire nel proprio letto e avere pause di sonno di otto ore la notte e due di giorno, che deve addormentarsi rigorosamente da solo altrimenti diverrà sicuramente un adulto incapace di autonomia (mai parola fu più usata impropriamente), che a quattro mesi deve consumare cinque pasti semisolidi di cibo dolciastro e sciapito (per poi passare a dodici mesi alla pastasciutta al pomodoro) altrimenti presenterà disturbi alimentari, è quanto di più logorante possa accadere a una donna. Che magari ha passato una gravidanza un po’ turbolenta dovuta anche solo al fatto di aver dovuto lavorare fino al giorno prima della nascita, ha attraversato un parto indelicato e traumatico (se la donna non ha mai visto neonati, non ha neppure mai vissuto come normale la nascita di un figlio), e forse abita a centinaia di chilometri dalla propria madre della quale comunque, in quei momenti, si ha bisogno (la neo-mamma sente molto la necessità di ricevere coccole), le ha distrutto del tutto l’idea che esista la bellezza della maternità.

Non faccio fatica a credere che moltissime donne siano terrorizzate all’idea di perdere la stabilità di un lavoro (magari acquisito dopo anni di studio), di un’autonomia economica, di una certa serenità della famiglia (se una donna ha avuto genitori separati può essere spaventata di averne una o non esser capace di ‘tenerla insieme’ nonostante l’impegno) e che quando si relazionano con altre donne magari diffondano il messaggio che il matrimonio e la maternità siano terribili.

Ricordo distintamente l’ultima notte prima del mio crollo emotivo dopo il quale (Dio lo benedica), mio marito ha esercitato la propria virile mascolinità, dicendomi chiaramente che da quel momento avrebbe deciso lui cosa fare con nostra figlia. Erano le cinque del mattino e la mia bambina (che adoravo, sia chiaro) si era svegliata la ventiduesima volta. Il rito era: poppata (massimo venti minuti), addormentamento ninnandola, abbandono nel lettino, ritorno nel mio letto. La ventitreesima volta mi alzai e presi a pugni un mobiletto. Fu lì che il padre di mia figlia la prese e la mise nel letto con noi. Adesso ha diciassette anni ed è da almeno dodici che non dorme con me (giusto per tranquillizzare il suo pediatra). Grazie a quel gesto e al fatto che il regalo successivo fu un marsupio col quale io, improvvisamente, avevo le mani libere, rinacqui.

Mia figlia è la prima di una lunga fila di figli (la gran parte non ‘cercati’ e amati proprio per questo) ha avuto la fortuna di poter vedere la propria madre ingrossarsi per la gravidanza (sviluppando la sensibilità nei confronti di chi ha bisogno di aiuto), avere dolori per il travaglio di parto (maturando serenità nei confronti di un momento fisiologico nella vita di una donna parimenti al ciclo mestruale), dormire in orari inusuali (affinando capacità culinarie), avere a che fare con ‘le coliche’ di un neonato (acquisendo sangue freddo). Non è una figlia speciale, ma è una tipica figlia di famiglia numerosa che dovrà sicuramente fare un po’ meno fatica ad abituarsi alle trasformazioni fisiologiche per una donna. E tra le sue amiche è l’unica.

La cultura che ci ha portato verso un progressivo deperimento dell’istinto materno e di cura, ci sta mettendo di fronte a situazioni malate nelle quali ognuno di noi deve confrontarsi per forza, con la società che lo circonda: l’autodeterminazione accecante ed edonistica, ha reso le donne insensibili venusiane che sono razionalmente convinte del fatto che un figlio sia un essere che si annidi nel loro corpo e che pretende da loro la propria sopravvivenza, che il proprio uomo possa trasformarsi quotidianamente in un mostro di egoismo da femminilizzare e detronizzare pena il fatto di soggiacere ai suoi istinti testosteronici, e che creare una famiglia sia solo un modo patriarcale per chiudere le donne nelle loro cucine.

E invece i dati e gli eventi ci dicono il contrario: ci informano che le donne fanno figli tardi (trent’anni per il primo figlio è inesorabilmente tardi), che le si dividono tra chi teme di avere figli e chi fa di tutto per averne, che i neonati sono allattati pochissimo rispetto alle loro necessità, che il mercato dell’oggettistica per bambini è fiorente ma non corrisponde alla realtà di ciò che abbisognano realmente i bambini, che la politica si affanna a promettere asili nido (luoghi dove le madri delegano altre donne ad allevare i loro figli) pensando che possa aiutare il desiderio di generare, che il desiderio di fare famiglia è in caduta libera, che ci siano delle drammatiche problematiche di relazione tra genitori e figli. Di tutto questo non è necessario trovare un responsabile, ma è fondamentale fornire uno spunto di partenza per ricominciare.

Ricominciare è necessario perché la vita ci sta sfuggendo di mano. Perché la maggioranza delle adolescenti che conosco è realmente spaventata o del tutto insensibile, nei confronti di neonati e vecchi. Perché nessun giovane potrebbe interessarsi all’ecologia del futuro mondiale, visto che non farà figli (li abortirà o eviterà accuratamente di averli). Fare figli è razionalmente decidere che non bisogna temere di essere legati a persone che ci amano e hanno bisogno di noi, per questo i giovani non ne fanno: non sono stati amati (le conseguenze della pedagogia a basso contatto ha generato insensibili) e temono di avere legami. È necessario, adesso, che si ricominci ad amare. Ad amare gli altri, come noi stessi.

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05/12/2018
1012/2018
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