Chiesa

di Davide Vairani

Papa Francesco prepara l’incontro con il sultano

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Una croce e una mezzaluna. Il verde e il rosso, ad evocare il Marocco; il giallo e il bianco (sullo sfondo) per il Vaticano. Sotto le immagini, il nome del Papa con il motto: “Servitore di Speranza”. Scritta in arabo: Marocco 2019. Prendi simboli, parole e colori, shakerale in grafica e ci ottieni un logo: il brand scelto per celebrare il prossimo viaggio apostolico di Papa Francesco in terra marocchina, il 30 e 31 marzo prossimi, su invito del Re Mohammed VI e dei vescovi del Paese.

Shakera i pixel e con un po’ di suggestione immagina che cosa può evocare quel logo francamente bruttino.

La Mezzaluna islamica circonda e soffoca come una morsa la Croce di Cristo oppure (l’altra faccia della stessa medaglia) la Croce di Cristo - assediata dal simbolo dei saraceni e ottomani - buca l’orizzonte e fuoriesce vincitrice, schiacciando gli infedeli. Seconda suggestione: Croce e Mezzaluna che si abbracciano e finiscono per mischiarsi e trasformarsi in una nuova sincretica religione, che prende un po’ da questa e un po’ da quell’altra. Quale delle due?

Papa Francesco incontrerà anche il capo dei musulmani del Marocco: 800 anni dopo l’incontro di Francesco d’Assisi con il sultano al-Malik al-Kāmil a Damietta, a pochi chilometri di distanza dal Cairo.

Croce e Mezzaluna. Ieri come oggi. La guerra santa, invasioni e scorribande, scontri violenti. Il leone di Venezia con la spada in mano alla conquista dell’Asia; i velieri saraceni all’assalto dei cani infedeli occidentali.

“Allah akbar”, ‘Allah è più grande di ogni cosa’, nell’immaginario di tutti quanti noi è il grido dei folli kamikaze dell’Islam che infiamma di terrore il Vecchio Occidente e gli Stati Uniti.

Asia Bibi, cristiana condannata a morte per blasfemia, giudicata innocente dopo dieci anni di prigionia, è nascosta da qualche parte in Pakistan ostaggio dei fondamentalisti islamici che tengono in scacco il governo e non la vogliono fare uscire dal Paese. Un cristiano ogni 7 vive in un Paese di persecuzione, due terzi dei quali in stati a maggioranza politica e religiosa musulmana. “Oggi ci sono più martiri che nei primi secoli” - ebbe a dire lo stesso Papa Francesco in una Omelia a Santa Marta. “I media non lo dicono perché non fa notizia, ma tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo! Questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione”.

Cambiano i nomi e i secoli, eppure sembra che la storia ci abbia come condannato ad un eterno scontro, i cui esiti sono sempre appesi ad un filo. Il quadro geo-politico nel quale siamo immersi lo conosciamo tutti e tutti siamo sempre molto bravi nelle analisi. Il punto è tuttavia un altro: la pars construens.

Torno all’interrogativo posto inizialmente e lo rilancio meglio: che ci va a fare quell’uomo vestito di bianco in bocca agli infedeli? Se così è, quale il compito della Chiesa cattolica?

“Il viaggio di Francesco in Marocco ha il logo della resa agli islamici”, scrive Silvana De Mari su “La Verità” del 13 gennaio scorso. Le fa eco il giornalista de “Il Foglio”, Guido Meotti, che twitta: “A cosa porta questo sincretismo cattolico arrendista? In Medio Oriente, come nel logo, all’Islam che inghiotte il cristianesimo. Mi manca il Papa di Ratisbona che si rifiutò di andare ad Assisi”.

Nel 1219 la guerra divampava tra i crociati e l’Islam. Due secoli prima, il sepolcro di Cristo era stato ridotto in macerie dalle truppe del sultano. Sulla piana egiziana di Damietta, nel delta del Nilo, le due armate si stavano fronteggiando. San Francesco incontra il Saladino. La vittoria dei crociati e la conquista di Damietta durò il soffio di due anni. Sappiamo come è finita la storia delle crociate. Così come ben sappiamo che la guerra e lo scontro non siano mai cessati, ce lo siamo già ripetuti milioni di volte. Oggi è in atto la stessa guerra, condotta con armi e modi totalmente differenti: si chiama demografia. Non ci sarà bisogno di armi e conquiste di terre. Basterà attendere che il tempo passi e ci conduca per mano in un’Europa guidata dai figli dei figli dei popoli islamici.

Il successore di Pietro, il Servo dei Servi di Dio, “Servitore di Speranza”. “In quale punto del Vangelo è racchiusa la dizione ‘servo della speranza’ - si domanda Silvana De Mari - che si legge nel simbolo? Il vicario di Cristo deve essere servo dei servi di Dio. O è servo dei servi di Dio, o non è”.

Il motto scelto per questa visita apostolica è preso dal titolo della lettera pastorale della Cerna – la Conferenza episcopale regionale del Nordafrica - data a Papa Francesco durante l’ultima visita ad limina del 2015. “La nostra regione sta subendo profondi cambiamenti, la Chiesa universale conosce trasformazioni importanti e le nostre Chiese locali sono in evoluzione - scrivevano i vescovi nordafricani in quella lettera -: sentiamo un rinnovato appello del Signore a essere più che mai per l’Africa settentrionale dei ‘servitori di speranza’”.

Trentatrè anni prima, a Casablanca ci andò un altro uomo vestito di bianco che - in uno stadio gremito di giovani - disse: “L’uomo è un essere spirituale. Noi, credenti, sappiamo che non viviamo in un mondo chiuso. Noi crediamo in Dio. Siamo degli adoratori di Dio. Siamo dei ricercatori di Dio.

La Chiesa cattolica guarda con rispetto e riconosce la qualità del vostro cammino religioso, la ricchezza della vostra tradizione spirituale. Anche noi, cristiani, siamo fieri della nostra tradizione religiosa. Credo che noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio. Gli uni e gli altri crediamo in un Dio, il Dio unico, che è pienezza di giustizia e pienezza di misericordia; noi crediamo all’importanza della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, della penitenza e del perdono; noi crediamo che Dio ci sarà giudice misericordioso alla fine dei tempi e noi speriamo che dopo la risurrezione egli sarà soddisfatto di noi e noi sappiamo che saremo soddisfatti di lui. La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore. Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo. Cristiani e musulmani, generalmente ci siamo malcompresi, e qualche volta, in passato, ci siamo opposti e anche persi in polemiche e in guerre. Io credo che Dio c’inviti oggi, a cambiare le nostre vecchie abitudini. Dobbiamo rispettarci e anche stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene sul cammino di Dio. Voi sapete, con me, quale è il prezzo dei valori spirituali.

Le ideologie e gli slogan non possono soddisfarvi né risolvere i problemi della vostra vita. Solo i valori spirituali e morali possono farlo, ed essi hanno Dio per fondamento.

Auspico, cari giovani, che possiate contribuire a costruire un mondo in cui Dio abbia il primo posto per aiutare a salvare l’uomo. Su questo cammino, siate certi della stima e della collaborazione dei vostri fratelli e sorelle cattolici, che io rappresento tra voi questa sera” (Giovanni Paolo II, Discorso con i giovani musulmani a Casablanca, 19 agosto 1985).

Aprile 2017. Papa Francesco al Cairo abbraccia per la seconda volta il Grande Imam di Al-Azhar, il più prestigioso ateneo dell’Islam sunnita, Ahmed Al Tayyib. Era la prima volta che un Papa visitava questa istituzione. Nel discorso alla conferenza internazionale di Pace promossa da Al Tayyib, di fronte al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, Papa Francesco ribadì con forza alcuni elementi.

“Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti;

la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione.

Educare all’apertura rispettosa e al dialogo sincero con l’altro, riconoscendone i diritti e le libertà fondamentali, specialmente quella religiosa, costituisce la via migliore per edificare insieme il futuro, per essere costruttori di civiltà. Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è la inciviltà dello scontro, non ce n’è un’altra. E per contrastare veramente la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza, occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente crescita del bene: giovani che, come alberi ben piantati, siano radicati nel terreno della storia e, crescendo verso l’Alto e accanto agli altri, trasformino ogni giorno l’aria inquinata dell’odio nell’ossigeno della fraternità. Senza cedere a sincretismi concilianti, il nostro compito è quello di pregare gli uni per gli altri domandando a Dio il dono della pace, incontrarci, dialogare e promuovere la concordia in spirito di collaborazione e amicizia. Noi, come cristiani - e io sono cristiano - non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. Fratelli di tutti. Di più, riconosciamo che, immersi in una costante lotta contro il male che minaccia il mondo perché non sia più il campo di una genuina fraternità, quanti credono alla carità divina, sono da Lui [Dio] resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani. Anzi, sono essenziali: a poco o nulla serve infatti alzare la voce e correre a riarmarsi per proteggersi. Oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di armi; oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione.

Si levi il sole di una rinnovata fraternità in nome di Dio e sorga da questa terra, baciata dal sole, l’alba di una civiltà della pace e dell’incontro.

Interceda per questo san Francesco di Assisi, che otto secoli fa venne in Egitto e incontrò il Sultano Malik al Kamil” (Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla conferenza internazionale per la pace, Al-Azhar Conference Centre, Il Cairo, 28 aprile 2017)

Sono - queste - parole che invocano un sincretismo religioso? Sono queste parole di sottomissione?

Mi si obietterà che le parole pronunciate in contesti come questi lasciano il tempo che trovano. Mi si obietterà che per incontrarsi occorre essere in due, occorre crederci e volerlo. Mi si obietterà che trattasi solo di strategia di geo-politica.

Non ho la verità in tasca e - tantomeno - ho intenzione di accodarmi alla lunga lista degli apologeti e dei denigratori di Papa Francesco e della Chiesa.

Mi limito sommessamente ad invitare tutti - in particolare noi cattolici - a ragionare.

Che Chiesa di Cristo vogliamo essere oggi? Che cristiani vogliamo essere oggi?

Le opzioni sono tre e la scelta dell’una esclude tutte le altre: vogliamo la chiamata alle armi per ingaggiare una guerra santa agli infedeli? vogliamo una pax terrena e - dunque - la sottomissione all’Islam con un bel patto di desistenza e la costruzione di una nuova religione sincretica?

Oppure vogliamo testimoniare fino in fondo le ragioni della nostra appartenenza a Cristo?

È giusto ed sacrosanto richiamare a questo proposito il Discorso di Ratisbona di Benedetto XVI del 2016, perchè il Papa emerito - in quell’occasione - parlava essenzialmente a noi, a noi mondo occidentale.

“Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno- concludeva a Ratisbona Benedetto XVI davanti ai rappresentanti della scienza-, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna.

Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa.

Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze”.

E a questo punto del suo ragionare conclude: “Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture.

E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere.

L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente”.

“Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. “È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università”.

Mai, in nessun caso, Ratzinger condannò il “pericolo della natura dell’Islam”, ma semmai ribadì che la minaccia del fondamentalismo “tocca indistintamente e mortalmente i credenti di tutte le religioni”. Tutto questo non significa negare che l’Islam, più delle altre religioni, abbia un problema con il fondamentalismo. Per questo Papa Francesco ha voluto implorare “i Paesi di tradizione islamica affinché assicurino libertà ai cristiani, affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Sarebbe bello che tutti i leader islamici – siano leader politici, leader religiosi o leader accademici – parlino chiaramente e condannino quegli atti, perché questo aiuterà la maggioranza del popolo islamico a dire ‘no’; ma davvero, dalla bocca dei suoi leader. Noi tutti abbiamo bisogno di una condanna mondiale, anche da parte degli islamici, che hanno quella identità e che dicano: ‘Noi non siamo quelli. Il Corano non è questo’” (Papa Francesco, Conferenza stampa durante il volo di ritorno dalla Turchia, 30 novembre 2014).

La sfida che abbiamo di fronte riguarda anzitutto noi cristiani. In “Lectures on the Present Position of Catholics in England”, John Henry Newman scriveva nel 1850: “Ciò di cui io lamento la mancanza nei cattolici è il dono di esprimere cosa sia la loro religione. Voglio un laicato colto, intelligente, ben istruito; non nego che lo siate già: ma intendo essere severo e, come qualcuno direbbe, esorbitante nelle mie domande. Desidero che allarghiate la vostra conoscenza, coltiviate il vostro intelletto, che riusciate a discernere il rapporto di una verità con l’altra… a comprendere come fede e ragione si relazionano reciprocamente, quali sono le basi e i principi del cattolicesimo. Il laicato è sempre stato la misura dello spirito cattolico: ha salvato la Chiesa in Irlanda tre secoli fa, come pure ha tradito la Chiesa in Inghilterra”.

Francesco d’Assisi voleva andare a tutti i costi tra i musulmani, tanto che per tre volte fece i suoi tentativi, senza scoraggiarsi dei fallimenti. Il terzo tentativo fu quello buono per l’incontro con Malek al- Kamel.

Di quell’incontro si sa poco di certo dal punto di vista storiografico. Fu sicuramente un incontro storico, visto che tracciò la strada per una presenza - quella dei francescani - dura ancora oggi in Terra Santa.

Oggi si preferisce lungamente la vulgata che vede un Francesco d’Assisi militare e militante, in cerca del santo martirio, pronto a sfidare in ogni modo il sultano con l’ordalia del fuoco. “I cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi” (N. 2691 delle Fonti Francescane). Come a voler chiamare di nuovo alle armi la cristianità che non c’è più, a voler di nuovo chiamare ad una resistenza contro l’invasione islamica, pronti alla difesa con ogni mezzo, politico, religioso e civile, lecito o illecito.

Nel 1924, due anni dopo la sua conversione al cattolicesimo, Gilbert Keith Chesterton pubblicava una serie di meditazioni su San Francesco. Non era una biografia e nemmeno una ricostruzione dei fatti accaduti dal punto di vista storiografico. Chesterton in quel libretto riconosce che la motivazione principale che spinse Francesco in Sira fosse la ricerca del martirio.

Ma non era la sola. “(...) Egli voleva portare a conclusione le crociate, cioè mettere ad esse fine realizzandone il disegno. Ma voleva convincere e non conquistare: cioè con i mezzi intellettuali piuttosto che materiali. (...).

L’idea di Francesco era tutt’altro che fanatica o anche necessariamente irrealistica. (...) San Francesco partiva dal principio che è molto meglio fare dei cristiani che disfare degli infedeli. Non era a priori assurdo immaginare che si potessero convertire con il sangue di martiri missionari quelli che non si potevano vincere militarmente. La Chiesa aveva conquistato in questo modo l’Europa, perché non avrebbe potuto conquistare allo stesso modo l’Africa e l’Asia Incontestabilmente, una volta convertito l’islam, il mondo sarebbe stato più unito e più felice. Per parlare solo di guerre, avremmo evitato la maggior parte dei conflitti moderni”.

L’eredità di quell’incontro 800 anni fa non è perduta. Si è fatta carne. “C’è una sola cosa che il cristianesimo ha la possibilità e il dovere di insegnare agli europei di oggi: vedere l’umano anche là dove gli altri non vedono che del biologico da selezionare, dell’economico da sfruttare, del politico da manipolare, e così via”, ha detto Rémi Brague, storico della filosofia autore di insuperabili saggi su cristianesimo ed Europa, nella lectio magistralis l’11 gennaio 2018 alla Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia.

Questo il compito di ciascuno di noi.

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15/01/2019
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