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di Mario Adinolfi

In risposta ad un direttore del web

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Caro Giulio Gambino, direttore di The Post Internazionale (TPI), testata piuttosto nota del mondo del web giornalismo: il tuo sito ha avuto in pagina per ore un articolo che mi riguardava. Mi attribuiva una dichiarazione surreale che era diventata nelle mani del tuo titolista un virgolettato acchiappaclick: “Adinolfi: ‘No al preservativo. Chi fa sesso occasionale è giusto che contragga malattie’”. Sparato l’articolo con questo titolo, in pochissimo tempo sulla pagina facebook il pezzo otteneva duemila like e centinaia di commenti, ovviamente contenenti pesantissimi insulti contro di me, la mia famiglia, mio padre e mia madre, mia moglie, le mie figlie, a vario titolo chiamati ad essere corresponsabili del mio modo di essere e delle mie dichiarazioni. Piccolo particolare, sono dichiarazioni che non ho mai fatto. Altro particolare, non tanto piccolo ma gravissimo, che quelle dichiarazioni non fossero mai state rese era chiaro leggendo l’articolo di TPI, che infatti non le conteneva. L’articolo era totalmente sconclusionato, era un riassunto fatto male di altri riassunti di un’intervista radiofonica (e quindi per fortuna registrata), in cui avevo parlato di Aids elogiando l’attività antidiscriminatoria compiuta dal deceduto professor Aiuti ai tempi in cui i sieropositivi venivano rappresentati anche negli spot istituzionali come persone circondate da un alone viola. L’articolo di TPI s’era perso completamente la parte su Aiuti e riteneva che io mi fossi autoelogiato per l’attività contro la discriminazione dei malati di Aids. Vabbè, insomma, un grande pasticcio scritto da un incompetente ideologizzato oltre che ciuccio e anche una bella esemplificazione di come si imbastisce una fake news.

Vedi caro direttore tu, dopo un mio rimbrotto pubblico rivolto a Stefano Mentana che ha cointeressenze in TPI, ti sei scusato e mi hai chiesto di scrivere per precisare. Non ho nulla da precisare, è ovvio che io quelle parole non le ho pronunciate e è ovvio che non si fanno titoli con parole che non sono state pronunciate, come è ovvio che bisogna mettere un minimo di accuratezza anche nello scrivere un pezzo a tesi o di character assassination, non si possono inventare panzane. Quindi, incidente chiuso. L’articolo è stato rimosso dalla pagina Facebook di Tpi e pubblicato con titolo modificato solo sul sito web. Bene, così. Il tema, però, caro direttore, va oltre me. Questo brutto incidente ci insegna qualcosa sugli effetti di questo tipo di errore.

Il vostro articolo è stato immediatamente ripreso, perché il titolo era falso ma certamente d’impatto, da centinaia di pagine Facebook e altre testate. Ora e per sempre io mi dovrò difendere per frasi che non ho mai pronunciato: da Gayburg a Nanopress passando per SoloGossip e arrivando fino al paludato Mattino, solcando la rete si trovano pagine per centinaia di migliaia di click che fanno lo stesso titolo vostro. Con ogni probabilità l’incredibile dichiarazione finirà anche nella pagina wikipedia relativa alla mia biografia. Devi sapere che ci sono manine silenziose che aggiornano la mia pagina con qualsiasi contenuto possa andare a mio detrimento. Caro direttore, i link come quelli del pezzo che tu hai pubblicato ripreso da altra testate con lo stesso titolo totalmente inventato diventano per wikipedia “fonti” e legittimano il lavoro delle manine silenziose. Così il falso diventa vero e perdipiù indelebile. Infatti chiunque voglia sapere qualcosa su Mario Adinolfi fa una ricerca che si pare con la mia pagina Wikipedia che è considerata verità forgiata nel fuoco e invece è zeppa di falsità, inesattezze, selezione accorta di fatti distorti utili a fornire un’immagine complessiva colorata negativamente. Il tutto grazie alle fake news diramate esattamente con il metodo esemplificato da TPI.

Questo non è un problema personale, è in realtà una drammatica questione collettiva che interroga la comunicazione via web. Quando il papà di Stefano si lamenta perché il lettore medio via internet non sa neanche sopportare la lettura di trenta righe sul suo Open dimostra di non aver compreso che il giornalismo via web è una giungla, purtroppo attraversata da poca luce che deve contrastare il buio delle fake news, spesso persino inconsapevoli, rinunciando invece alla enorme occasione del confronto tra le opinioni differenti.

Prendiamo quel che io ho detto veramente nell’intervista che invece il tuo titolista ha voluto trasformare in burletta di un pazzoide. Io sono un cattolico praticante e sono contrario all’utilizzo dei metodi anticoncezionali artificiali: pillola, preservativo, spirale, diaframma e chi più ne ha più ne metta. Esistono metodi naturali interessanti rispetto ai quali la Chiesa non esprime contrarietà. Non obbligo nessuno ad avere gli stessi miei convincimenti religiosi, chiedo semplicemente rispetto per gli stessi, non in quanto miei, ma in quanto contenuti nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Nella quale ripongono la loro fede più di un miliardo di esseri umani nel mondo e la maggioranza degli italiani. Sette milioni di connazionali vanno a messa tutte le domeniche e cercano di essere conseguenti agli insegnamenti della Chiesa, pur essendo deboli e peccatori come me. Ma gli insegnamenti li riconoscono come tali. E non meritano di essere insultati per questo. Anzi.

Poi viene il piano scientifico. Secondo la vulgata mainstream il principale strumento contro il virus Hiv e le malattie sessualmente trasmissibili è il preservativo. Io provo da sempre a spiegare che ha enormemente più probabilità di contrarre l’Hiv chi pratica sesso promiscuo tutte le sere rispetto a me che faccio l’amore solo con mia moglie che conosco nel profondo da undici anni. Quindi, anche se al coro del politicamente corretto dà fastidio sentirselo dire, è più rischioso il comportamento del promiscuo che usa il preservativo rispetto a quello del coniuge fedele che non lo usa. Ne deriva a mio avviso l’insegnamento che ai più giovani devi spiegare prima di tutto il rispetto per il proprio corpo, per quello della persona con cui si rapporta, la bellezza di una sessualità mai buttata via, ma pienamente responsabile praticata a coronamento di una conoscenza approfondita. Non è il lattice a proteggerci dal male che può venire dal sesso, è invece la bellezza del sesso stesso vissuto con la persona giusta. In più serve conoscere qualche dato scientifico ineliminabile: il sesso anale fa rischiare molto di più, ci si espone più gravemente al contagio possibile. Altro tabù. Perché, se è la verità scientificamente inoppugnabile?

Tra persone che si conoscono in profondità e conseguentemente si amano, l’Hiv non si trasmette, non inconsapevolmente. Le storie di contagio tra coniugi sono infinitesimali rispetto al totale. Vuoi vedere che una sessualità responsabile salva il giovane dalla malattia più del preservativo? E che forse su questo punto dovrebbero incentrarsi i programmi di educazione sessuale a scuola, che invece sembrano solo sponsorizzati dalla Durex?

Ecco, direttore, io ho posto un tema. Non è una verità assoluta, è la mia opinione e forse meriterebbe un confronto, non un linciaggio fomentato da un titolo che qualcuno ha volutamente inventato affinché fosse scatenato il solito flame banalizzante da social network. Ma, attento caro Giulio: queste sono fiamme in cui brucerà l’intera comunicazione via web, se rinuncerà all’accuratezza per fiondarsi solo su crociate ideologiche acchiappaclick, su falsificazioni del pensiero altrui finalizzate alla diatriba delegittimante il possibile interlocutore. Senza rispetto per la verità il giornalismo è finito e sul web finirà prima che altrove, a meno che non si ricerchi il colpo d’ala della complessità delle questioni che richiede dunque una qualche competenza nel racconto. Questa mia replica è stata scritta volutamente lunga, non “internettiana”, affinché chi vuole scrivere sia prima costretto a leggere per evitare di incappare in un’altra brutta figura. Per la quale, almeno, voi di TPI avete avuto il coraggio di chiedere scusa. E di questo vi va reso merito.

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15/01/2019
2404/2019
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