{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Langone: «L’arte sacra langue per la committenza»

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di Claudia Cirami

Langone: «L’arte sacra langue per la committenza»

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La chiusura era prevista il 13 Gennaio. In questi giorni è arrivata la proroga. Chiuderà il 20 Gennaio la mostra “L’arte che protegge. Dipingere il Sacro in un tempo profano”, che ha aperto i battenti l’8 Dicembre 2018, giorno caro ai cattolici. È dedicata all’arte sacra contemporanea: il luogo – per chi volesse cogliere l’ultima opportunità per visitarla – è il Palazzo dei Capitani del Popolo ad Ascoli Piceno. È curata da Camillo Langone, scrittore, collaboratore de Il Foglio e responsabile del sito sulla pittura italiana contemporanea Eccellenti Pittori (che è anche un libro). I nomi della mostra sono tra i più interessanti che Langone propone da anni al pubblico che lo segue: Giovanni Gasparro, Fulvia Mendini, Rocco Normanno, e gli altri che chi segue il sito o lo scrittore sui social ha imparato a conoscere ed apprezzare. In uno dei saluti, riportato sul catalogo della mostra promossa dal comune di Ascoli Piceno, Mons. Giovanni D’Ercole, vescovo della diocesi, invoca un dibattito culturale sui termini principali che riguardano l’arte sacra: Dio, lo Spirito, la materia. In attesa speranzosa che questo abbia inizio, possiamo goderci gli ultimi giorni di “L’arte che protegge”, che rappresenta un ottimo tentativo di agitare le acque quasi immobili dell’attenzione nei riguardi dell’arte sacra contemporanea. Camillo Langone ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Mancano pochi giorni alla chiusura della mostra. Sei soddisfatto? È un’esperienza che potrebbe ripetersi in altre città e con gli stessi o altri artisti?

Sì, la mostra è piaciuta e mi è piaciuta, fatto non del tutto scontato perché in queste cose le variabili sono molte e gli apporti molteplici. Penso all’allestimento, che chiaramente non è mio, non essendo io un architetto: poteva essere brutto o anche soltanto così così, invece è molto bello. Sì, vorrei portare “L’arte che protegge” altrove, però con modifiche. Non concepisco, anzi, proprio non sopporto le mostre paracadutate, che non hanno rapporti coi luoghi e che usano edifici storici come fossero contenitori senz’anima. Per Ascoli ho commissionato due opere, un quadro e una scultura, raffiguranti i protettori della città e della regione. In altri luoghi farei lo stesso, oltre alle opere già esistenti inserirei opere legate a quel territorio specifico.

Come curatore, ti sarà certamente capitato di ricevere riscontri di segno differente sulla mostra. Attese soddisfatte o, per alcuni, deluse. Qual è stato il commento che più ti ha fatto riflettere? E perché?

No, non ho riscontrato delusioni, ma forse perché nessuno ha avuto il coraggio di venirmelo a dire… Il commento più comune e credo più significativo è stato un avverbio: “Finalmente!”. Significativo perché sembra che l’arte da me proposta sia appena uscita dalle catacombe, mentre invece alcuni artisti fanno arte sacra da sempre e quindi il problema non è la produzione, è la comunicazione...

Chi ancora, secondo te, fatica a capire che l’arte sacra italiana contemporanea, se sostenuta, può conquistare pubblico e critica?

Non parlerei di pubblico né tantomeno di critica, in tutt’altre faccende affaccendata. Parlerei di fedeli: l’arte sacra contemporanea deve conquistare innanzitutto loro. Poi deve conquistare i committenti ossia i vescovi, i sacerdoti tutti, e gli stessi fedeli che se sono appena appena benestanti possono tranquillamente commissionare un Santo, una Madonna… Non c’è bisogno di essere ricchi: ci sono quadri bellissimi di artisti bravissimi che costano come una vacanza low cost, e però durano infinitamente più di un’abbronzatura.

La scelta di inserire anche alcuni artisti “prossimi al sacro” – e non specificamente cattolici –, nel catalogo della mostra, poteva essere un rischio. Alcune opere attuali, presenti nelle nostre chiese, dagli esiti grotteschi o provocatori, non sono forse il frutto dell’infatuazione di committenti ecclesiastici per artisti “prossimi al sacro”, liberi interpreti (e dissacratori) dell’iconografia cattolica?

“Prossimi al sacro” ossia vicini, interessati al sacro. Non potevo invitare gli artisti lontani, disinteressati, non mi piace forzare le persone a fare cose che non sentono, e ho evitato con cura la presenza di opere dissacratorie, di cui il mondo dell’arte è già abbastanza pieno. Ad Ascoli non ci sono rane crocefisse, donne nude crocefisse, Hitler crocifissi, non c’è il parassitismo di chi, non essendo capace di trasformare il piombo in oro, funzione alchemica dell’arte, trasforma l’oro in piombo, o fango, e pure se ne vanta.

Giovanni Paolo II, nella Lettera agli artisti, scriveva di vocazione artistica come di “una sorta di scintilla divina”, ma – opportunamente – metteva in evidenza una dimensione altruistica di questa. Secondo te è possibile che riguardo alla “dimenticanza” dell’arte sacra contemporanea ci sia anche una colpa di alcuni artisti odierni? È possibile che abbiano dimenticato la dimensione oblativa dell’arte, di offerta di sé e del proprio talento agli altri?

Siamo tutti colpevoli di tante cose, e certamente gli artisti non sono innocenti, ma la principale responsabilità dell’eclissi dell’arte sacra contemporanea, non quella del 1969 o 79 o 89 ma proprio questa del 2019, è della committenza ecclesiastica. “L’arte che protegge” lo dimostra. Se delle decine di artisti visibili ad Ascoli solo pochissimi sono davvero presenti nelle chiese questo non dipende certamente da pittori e scultori.

Scrivi nel catalogo della mostra che il problema del rapporto tra la Chiesa e gli artisti non è una novità ma «ad ogni stagione si rinnova e si aggrava, come sa chi frequenta le chiese di recente costruzione o altresì quelle antiche, spesso violate da inserimenti a volte antiartistici, a volte anticattolici, a volte entrambe le cose». Il contributo di una mostra è significativo ma può bastare un’iniziativa per invertire la rotta?

A viste umane non può certamente bastare, tanta è la differenza di dimensioni fra il problema e il tentativo di soluzione. Poi però entrano in gioco altri fattori. Dice San Paolo che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta: permettimi di sognare che la mostra di Ascoli Piceno sia il pizzico di lievito capace di rivitalizzare qualcosa di molto più grande.

Non sei un teologo né un sociologo, ma hai una tua idea sull’attrazione che il sacro suscita ancora, in questa contemporaneità sempre più secolarizzata?

Grazie a Dio non sono un teologo né un sociologo, bensì semplicemente un uomo: in quanto tale ho bisogno del sacro, ho bisogno di Dio, ho bisogno di suo figlio e di sua madre e di immagini che mi aiutino a mettermi in contatto con tutto ciò. Questo mio bisogno personale non è solo mio personale, evidentemente.

“L’arte che protegge”. Camillo, da cosa può proteggerci l’arte sacra?

Ci protegge dai demoni del nichilismo, dall’idea oggi dominante che non esista altro che il profano.

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15/01/2019
2010/2019
S. Maria Bertilla Boscardin

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