Storie

di Rachele Sagramoso

Storie di famiglie numerose e di adozioni

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Conosco Valentina dall’Assemblea Nazionale dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose del settembre 2018. Noto una mamma molto paziente con tre meravigliosi figli (uno è coetaneo e omonimo di uno dei miei) e, come accade in queste situazioni, si comincia a chiacchierare del più e del meno, dei figli e dell’adolescenza (abbiamo entrambe dei quattordicenni pronti sulla rampa di lancio) e, come accade in queste situazioni, del fatto di ‘essere famiglia’. Valentina e Livio hanno creato una famiglia speciale poiché, al fronte del fatto che la genitorialità non si manifesta solo fisicamente, hanno deciso di donare il loro amore adottando dei bambini. Ammirata in modo plateale nei confronti di chi compie questa scelta, ho deciso di porre a Valentina alcune domande.

Valentina, tu sei una mamma di famiglia numerosa: da chi è composta e in quanti siete?

Numerosa per modo di dire, io e mio marito Livio abbiamo tre figli: Antonio 14 anni, Ivana 11 e Francesco 5, poi c’é Nené, la nostra meravigliosa cagnetta. Io credo che le famiglie siano numerose quando superano i 4 figli, ma capisco che con la crisi delle nascite tre figli oggi siano molti.

Sei consulente familiare, cosa significa questo? Di cosa ti occupi?

Il consulente familiare (chiamato anche consulente delle coppia e della famiglia) é una figura ancora poco conosciuta in Italia, ma che in altri paesi è molto utilizzata, soprattutto nelle scuole e nei posti di lavoro.

È un professionista dell’area socio-assistenziale-educativa a cui coppie, singoli individui e famiglie in difficoltà possono rivolgersi per ritrovare dialogo e comprensione reciproca. Quindi si occupa principalmente di relazioni e di “potenziali” bloccati. Differentemente da un terapeuta non lavora sul sé profondo, ma sulla risoluzione di problematiche che possiede una famiglia o un individuo, in un dato momento della sua vita. Sostanzialmente si rivolge a soggetti sani che attraversano un momento di difficoltà aiutando a potenziare l’empowerment (ovvero sia la potenzialità che ognuno di noi possiede) personale.

(Per informazioni circa la figura del consulente familiare, è possibile visitare il sito http://www.consulenzafamiglia.it/)

Tu e Livio avete tre figli adottati. Andiamo al sodo: cosa significa accettare di adottare dei bambini già grandicelli?

Significa accogliere dentro di sé un bambino già profondamente segnato, e rigenerarlo con amore, accettando le sue radici e tenendo presente la sua storia. Significa che una coppia è così ricca d’amore e di risorse umane che “non sa dove metterle”, dove incanalarle e sceglie di farlo accogliendo un figlio come depositario di questo amore. Non è un’opera buona, né un bisogno impellente o una necessità della coppia, né, tantomeno, una mancanza da colmare (per lo meno non dovrebbe esserlo). Si tratta dell’esatto contrario: una coppia, o una famiglia con figli, che sente di avere ancora molto da dare (e spazio da condividere) e di possedere le qualità per educare una persona, si rende disponibile ad accoglierne una che non è stata sufficientemente accolta da altri e in altro modo. Non si tratta di una passeggiata di salute, poiché i figli non vengono ad unire ma a separare: sono un terremoto per la coppia e per gli altri componenti della famiglia (ciò accade in tutte le famiglie, ndr)! Infatti mi sono fatta personalmente l’idea che se la coppia non è già sazia e completa, l’arrivo di un figlio, adottivo o biologico, metta in seria crisi la relazione, spacchi la coppia. Un figlio ha il diritto di ricevere: attenzione, educazione, contatto, formazione morale e molto altro, e non è il contrario. Un figlio non deve soddisfare i genitori. Non è ‘il coronamento del sogno d’amore’ poiché non conosciamo cosa quel figlio porterà nelle nostre vite di adulti, ma sicuramente non ‘leggerezza’, ‘felicità’ e ‘divertimento’. O meglio: porterà la versione veritiera di tutte queste cose e non la semplice percezione di aver assecondato un bisogno per sé. La felicità che deriverà dall’arrivo di un figlio, dipenderà dal fatto di aver nutrito una relazione maturativa arricchente che rende un figlio un individuo sereno in grado di essere autonomo e capace di sentirsi amato.

Con l’occasione di parlare di questa scelta che io e mio marito abbiamo compiuto, vorrei spiegare una cosa con estrema chiarezza: alcune coppie pensano che adottare un neonato elimini il problema della memoria delle radici, ma è un errore che spesso si paga caro: il figlio possiede sempre i genitori biologici inscritti nel proprio DNA, così come porta in sé il dramma dell’abbandono. Non sa verbalizzarlo e se non sarà aiutato a comprendere questa sensazione di perdita che si porta dentro, crescerà insicuro ed in costante ricerca di un amore che non troverà. Non a caso sono tantissimi i genitori che si stupiscono del fatto che anche il proprio bambino adottato il giorno stesso della nascita, arrivi all’adolescenza ricercando le proprie radici. E purtroppo ci saranno sempre situazioni molto dolorose che tante famiglie (e tante istituzioni) dovranno affrontare in tal senso.

Adottare un bambino grandicello significa spesso affrontare con lui il dolore di abusi di vario tipo (fisici, psichici, sessuali), significa fare un grande lavoro di accoglienza e contenimento: attendere i tempi del bambino, cercare soluzioni creative, camminare con lui un tragitto doloroso, ma anche percorrere insieme la strada della rinascita. Questi ragazzi hanno una grande resilienza: se i genitori li accolgono completamente, li accettano e li amano (donandosi completamente a loro e non solo ‘percependo’ l’emozione dell’amore) in poco tempo i loro volti si trasformano, s’illuminano.

Cosa manca, in Italia, perché le adozioni avvengano con più rapidità?

Per quanto riguarda i bambini certamente i procedimenti andrebbero velocizzati, non si può lasciare un bambino anni parcheggiato in casa-famiglia: gli accertamenti per la valutazione dello stato di abbandono di un minore con conseguente decreto di adottabilità, dovrebbero avere un iter più rapido. D’altro canto manca un’educazione affettiva di base. Molte coppie si accostano all’adozione con le premesse sbagliate e con molte pretese. In Italia abbiamo moltissimi bambini adottabili, ma la maggior parte non sono neonati. Sono bambini già grandicelli, profondamente segnati, non hanno i boccoli biondi ed il nasino all’insù. Molti genitori pensano di andare al supermercato…

Puoi essere più esaustiva?

Quando intraprendi il procedimento di candidatura all’adozione, vieni sottoposto a una batteria di domande nelle quali ti viene chiesto quanto sei disposto ad accettare un bambino del quale non si conoscono le origini; oppure se sei disposto ad accettare un bambino sano ma figlio di genitori con problematiche psichiche; oppure ti viene chiesto se sei disposto ad accogliere un bambino vittima di abusi fisici (o ancora psichici, o sessuali); oppure quanto sei in grado di accettare di avere in affido pre-adottivo un bambino la cui procedura di adozione è sospesa poiché è ancora in atto il procedimento giudiziario (e quindi quanto sei disposto ad avere con te un bambino che poi potrebbe tornare alla famiglia di origine); e ancora quanto sei disposta ad accettare un bambino con HIV, o con Epatite, o con Sindrome di Down. Ovviamente c’è sempre il problema che riguarda il genitore candidato che non se la sente di prendersi cura di un bambino che si conosce essere stato vittima di abusi, poiché magari anch’egli vittima di abusi simili: ovvio che a quel particolare argomento, un adulto può barrare la casella dei “No”. Ma perché, mi chiedo, barrare tutte le caselle dei “no”, sperando in un’adozione? Se un bambino non avesse nessun problema, non andrebbe adottato. Se un bambino sta bene in una casa con la propria famiglia ed è sano, non ci sarebbe un’istituzione che si muove per trovargli una famiglia.

A volte temo che le persone pretendano un figlio che, semplicemente, non esiste. E neppure se uno se lo sceglie acquistando un ovulo o uno spermatozoo, questo avviene, poiché si scelgono le caratteristiche fisiche, ma non quelle psicologiche. Neppure un genitore biologico può avere la pretesa dell’avere un figlio perfetto, figuriamoci un genitore adottivo. Ecco perché ho parlato delle “difficoltà” ad adottare: non sono difficoltà nel trovare bambini, quanto problematiche nel trovare un genitore che è disposto ad accogliere un figlio.

Purtroppo le caselle delle età più richieste sono quelle dalla nascita ai tre anni, qualcuno accetta fino ai sei anni, ma oltre è difficilissimo. Per cui abbiamo una serie di bambini di età superiore ai sei anni che nessuno vuole: ma neppure, come dicevo prima, una madre biologica sceglie i propri figli (nonostante, con le ecografie, sia possibile l’aborto del figlio non conforme al progetto).

Perché l’adozione è poco pubblicizzata?

C’é un grande interesse delle associazioni che si occupano di adozioni internazionali a dirottare la scelta all’estero. Infatti si sente spesso dire ‘tanto in Italia non si adotta’! Non è vero: noi abbiamo tre figli adottivi. Quando ne parlo pubblicamente, il dialogo segue spesso lo stesso svolgimento: mi viene chiesto se conosciamo qualcuno in tribunale e io rispondo che no, nessuno ci ha fornito un “aiutino”. Poi dico al mio interlocutore che quando ho adottato i miei figli, il maggiore aveva 10 anni, la figlia 7 anni e aggiungo anche che il minore presenta un handicap serio. Le persone si stupiscono e rimangono clamorosamente annebbiate da questo poiché spesso, purtroppo, si pensa all’adozione come al ricevere un neonato o un bambino piccolo che crescerà con i genitori adottivi senza particolari problematiche, oppure si pensa che non ci sia chi si prende il peso di allevare un bambino con handicap. Semplicemente forse alcune persone sono ammirate. Altre, purtroppo, temo che maturino un’idea di noi come fossimo, sostanzialmente, degli incoscienti. I bambini da adottare ci sono, ma – lo ripeto – non si adotta per il desiderio di diventare genitori, ma di far crescere dei figli.

Questo dialogo tra me e chi si stupisce della scelta che abbiamo fatto, oramai è collaudato da tempo. “Troppo grandi” e poi “Il disabile no!!!” mi sento dire costantemente. Personalmente capisco che un figlio disabile sia una scelta particolare, ma una figlia di 7 anni? Uno di 10? Io credo che quando si fa un discorso del genere, ci si trovi – temo- nell’area del proprio compiacimento e non dell’amore da dare, della ricchezza da distribuire.

Inoltre nessuno parla degli istituti pieni di bambini adottati all’estero e poi abbandonati dai loro genitori italiani…quante adozioni fallite! Quanto dolore! Lo dico e lo ripeto con forza: avere figli (biologici o adottivi) non è compiacere se stessi!

Tutto “l’amore è amore” è una frase che, espressa in diversi modi, si sente in giro: che opinione ti sei fatta di questo slogan?

Ognuno di noi ha il suo concetto d’amore e io penso che 99 volte su 100, non sia amore. L’unico amore che non fa male è quello munifico di Cristo, che allunga le braccia sulla Croce, si fa infilzare le mani e i piedi per amore e non chiede nulla in cambio.

La più grande lezione che Dio fa a noi uomini è la kenosis, ancora prima dell’anastasis. La kenosis di Cristo è Dio che si fa uomo, che si spoglia della sua dignità divina cosicché l’uomo non si spaventi, e nonostante questo resta se stesso. Prima di entrare nella vita di un altro, di un figlio a maggior ragione, è necessario spogliarsi delle proprie convinzioni, delle proprie interpretazioni, di ciò che causa dolore nell’altro. Per comprendere i bisogni di un altro devo riconoscere e mettere da parte le mie necessità, in modo che queste non mi offuschino facendomi, sostanzialmente, da ‘interpreti’. Solo dopo la kenosis Cristo è pronto per l’anastasis, la discesa agli inferi: spacca le catene della prigionia, prende per mano Adamo ed Eva e li porta con sé in Paradiso! Meraviglioso! Spogliarmi delle mie convinzioni mi fa camminare nel dolore dell’altro senza fargli ulteriore male, anzi mi consente di tendergli la mano per aiutarlo a risollevarsi. Un miracolo! Grande pedagogo Dio!!!

È vero che l’amore (quello di cui sopra) tutto copre, tutto spera, tutto sopporta. È vero anche di Dio ci ha fatti intelligenti e pensanti e che possiamo utilizzare strumenti che ci aiutino, sostengano ed indirizzino laddove necessario. Sarebbe ottuso da parte nostra pensare di fare da soli o anche dire che la preghiera da sola basti. Non a caso esistono barzellette in merito, come quella del pompiere che passa a recuperare degli alluvionati. “No grazie, il mio Dio verrà a salvarmi” rispondeva uno di questi restando sul tetto della casa mentre l’acqua continua a salire. Muore e chiede a Dio “Perchè non sei venuto a salvarmi?” e Dio risponde: “Tesoro mio, tre volte te l’ho mandato il pompiere!!!”...A buon intenditor…

Cosa significa accettare un adolescente che si trova ad affrontare il suo passato?

Potrei dire che non è molto diverso da un adolescente con una vita più lineare, ma non sarebbe corretto. È certamente, in alcune circostanze e a causa di alcuni vissuti, molto doloroso: quando i nostri figli ci portano la loro storia, ci consegnano parte del loro peso e, soprattutto per noi mamme, è molto difficile gestirlo perché la nostra carne grida di fronte al dolore di nostro figlio. Ma si tratta dello stesso lavoro di ogni genitore: accogliere, contenere, consolare, fornire strumenti, attivare le risorse. “Stare sul pezzo” come si suol dire. La nostra carne che grida è quell’amore di madre sotto la croce che vede il figlio che soffre e vorrebbe essere al suo posto, togliergli il dolore completamente! Tuttavia nostro figlio è lì e il nostro compito è fargli sentire che non è solo!

Una domanda spinosa: tutti gli adulti sono in grado di fare i genitori?

Tutti hanno gli strumenti, in potenza, non tutti li hanno attivati o sono disposti a farlo. Per poter contenere le paure, le angosce e le possibili frustrazioni di un figlio (e se è un figlio adottivo spesso si tratta di vero e proprio dolore), è necessario che il genitore abbia affrontato i propri limiti, altrimenti non riuscirà a farlo e si sentirà sempre più inadatto ed incapace. Conseguentemente il figlio potrà sentirsi solo e non si fiderà del genitore.

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16/01/2019
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