Politica

di Leonida Bartali

Viale Mazzini: i vertici Rai sotto pressione

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Se Luxuria insegna ai bambini come si diventa “trans” e perfino la Raitre più gay friendly di sempre fa slittare la messa in onda dalla prima alla seconda è il segno che la misura non è solo colma ma stracolma. L’ondata normalizzatrice dell’ideologia LGBT ha invaso talmente i palinsesti delle reti pubbliche e private, generaliste e specializzate che, almeno apparentemente, perfino chi ne è membro a pieno titolo come il direttore di Raitre Stefano Coletta, sente forse il bisogno di avere un minimo di cautela. Lo tsunami non sembra arrestarsi di fronte a nulla: tranne alcune eccezioni, non c’è film, serie, fiction o programma nel quale l’orgia di trasgressione, violenza e sesso non sia ingrediente principale. Da “Wine to love”, storia di amori omosessuali prodotta da Rai Cinema e dalla Regione Puglia che fu di Nichi Vendola, al prossimo programma sul transessualismo, “il corpo dell’amore”, appaltato da Raitre ancora una volta alla Panama Film di Francesco Siciliano, ex dirigente del PD e figlio di Enzo, già presidente Rai in quota DS - per intenderci gli stessi dei matrimoni gay decantati da “Stato civile” - le reti Rai traboccano di palpate, baci lesbo, omo, etero soft core, ammiccamenti vari. Tutto naturalmente consegnato nelle case degli italiani. Famiglie e bambini compresi.

Eppure ormai sei mesi fa la maggioranza di governo nominava il CDA della Rai e con una tormentata vicenda eleggeva Marcello Foa a presidente. Un uomo che doveva garantire la vigilanza “No gender” della programmazione Tv e Radio. Dopo l’occupazione “manu militari” del PD renziano, sembrava lecito attendersi un rapido riassetto di reti e testate, nella direzione di una maggiore pluralità di voci, in rappresentanza delle diverse aree culturali presenti nel paese. Ebbene, proprio per non ingenerare equivoci, diciamo con chiarezza che così finora non è stato. Anzi. Non si è visto neppure quel gattopardesco “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, tipico dello spoils system all’italiana fin dai tempi del Principe di Salina.

Non si è neppure finto un cambiamento. Tutto è rimasto sostanzialmente tale e quale. C’è una sostanziale differenza di metodo e di approccio alla gestione fra le aree di ispirazione gramsciana, tradizionalmente dominanti la cultura in Italia e i nuovi potentati che provano ad affacciarsi sul palcoscenico della comunicazione e dell’informazione Rai. Mentre le prime, secondo uno schema totalitario nella ricerca dell’egemonia, aggregano solo chi è organico alla stessa ispirazione, cementando poi con solidi legami di affari, dirigenti, case di produzione, agenti e artisti, i secondi si lanciano in proclami, spesso velleitari, a cui non seguono piani e strategie organizzate. Con il risultato che chi è meglio strutturato non subisce nessun impatto dal susseguirsi dei cambi di vertice in Rai. E continua a governare ininterrottamente l’azienda. E se le polemiche impazzano fra coloro che si attendevano un reale segno di discontinuità, cosa si inventa l’AD del cambiamento? In data 23 gennaio, alla vigilia della prima riunione dell’anno del CDA, con circolare inviata alle “strutture tutte”, Fabrizio Salini emana un “ukase” durissimo nei confronti di dipendenti e collaboratori che osino manifestare critiche o perplessità:

“ogni lavoratore (subordinato o autonomo, in coerenza con quanto previsto dagli specifici accordi contrattuali) deve astenersi scrupolosamente, e con riferimento a qualsiasi contesto pubblico o aperto al pubblico (incluse testate online, blog, social media, social network, ecc.), dal:

- rilasciare interviste non autorizzate ad Organi di stampa, connesse al ruolo aziendale (e comunque al rapporto di lavoro) o su tematiche attinenti attività e fatti aziendali in

senso ampio;

- rilasciare commenti o assumere prese di posizione personali su attività, notizie e/o fatti aziendali, ovvero attinenti colleghi o altri esponenti aziendali;

- divulgare, pubblicare o condividere informazioni aziendali riservate e/o coperte da segreto aziendale senza preventiva autorizzazione”.

Roba insomma da far impallidire perfino la censura di passati regimi dittatoriali…

E i cattolici alla Rai in tutto ciò che fine hanno fatto? Esistono ancora? Cosa rimane di quel lavoro assiduo fatto in passato, che ha costruito un servizio pubblico Radio e TV percepito come vero patrimonio del Paese? Chi ha vissuto l’esperienza del tracollo della DC, all’inizio degli anni ’90, con la fine di un grande progetto – la Rai che informava, intratteneva e divertiva gli italiani - iniziato con Ettore Bernabei 30 anni prima, testimonia una ritirata inesorabile. Le poche “sacche di resistenza”, vengono sistematicamente isolate l’una dalle altre, accerchiate e assediate. Infiltrate da elementi che le disgregano dall’interno, sono destinate, a una a una, a cadere. Spesso con la complicità di un certo “clericalismo” tipico di alcuni uffici CEI che invece dovrebbero sostenere il lavoro dei laici credenti che si occupano di comunicazione in Rai.

Parliamo di qualcosa che dovrebbe essere zona protetta: le Rubriche Religiose, quelle in convenzione con Circonvallazione Aurelia. Sono ormai tutto fuorché programmi in cui ci si preoccupi di annunciare il Vangelo o parlare di cose “cattoliche”. In cambio di qualche prebenda a preti e monsignori, improvvisatisi registi e autori con stipendio Rai, quando nelle parrocchie invece scarseggiano confessori e parroci, si è finto di non vedere che quelle redazioni sono piene di anticlericali, dichiarati e non, buddisti e seguaci new age. I cattolici praticanti in quei programmi si contano sulle dita di una mano. Si può immaginare che chi disprezza ciò di cui dovrebbe occuparsi sia in grado di fare un buon lavoro? Solo di recente sembra esserci stato un segnale di prima resipiscenza. Dopo oltre 20 anni, la conduzione di “Sulla via di Damasco”, viene affidata a Eva Crosetto, cattolica e professionista della comunicazione, che prende il posto di Mons. D’Ercole, finalmente più libero di dedicarsi ai suoi doveri di Vescovo.

Altro esempio di come vadano le cose è “La Grande Storia”, di Raitre, uno dei rari programmi non dichiaratamente confessionali che pure aveva regalato prestigiosi spazi di prima serata al racconto della presenza dei cattolici e della Chiesa nel Secolo Breve, con pagine memorabili sulla vita dei Papi, da Pio XI a Francesco. Ebbene tutto ciò è stato messo in soffitta già nel 2018. E ora si annuncia l’arrivo come capo autore Vladimiro Polchi. Giornalista di Repubblica ma, soprattutto, autore di riferimento del più trinarciuto degli anticlericali: Corrado Augias. In programma per le prossime puntate, su indicazione diretta dell’AD, l’anniversario del primo “Gay Pride”, legato ai fatti di Stonewall del 28 giugno 1969. Un bel salto insomma: dai Papi all’ orgoglio Gay!

Se dunque ci sono cambiamenti visibili non vanno certo nella direzione auspicata. Che fine hanno fatto le dichiarazioni di Marcello Foa in vigilanza, nelle quali assicurava il suo impegno per il pluralismo, se la voce del mondo cattolico, tanto significativa per la storia e la cultura italiana, viene praticamente costretta al silenzio? In Rai dunque va sempre peggio. E l’attuale quadro politico è totalmente incapace di arginare questa deriva. Preoccupato forse più di sostituirsi ai precedenti percettori di prebende, dirette o indirette, che di riconsegnare ai cittadini un servizio pubblico davvero popolare, degno di questo nome e del canone che essi pagano allo Stato.

Ma le analisi e perfino le proteste rischiano di essere totalmente velleitarie se non inserite in una strategia complessiva. In una visione più ampia che non è possibile delegare ad altri. Solo la presenza in parlamento di una forza politica di chiara ispirazione cristiana avrà la capacità e il peso per spostare il piatto della bilancia su questo tema. O si influenzano le decisioni laddove veramente esse maturano, oppure ci si condanna all’irrilevanza. Sarebbe bene lo capissero anche quei pastori che, a forza di pensare di far da soli, oggi in questa desertificazione della presenza cattolica non trovano più nemmeno un interlocutore in Rai in grado di dialogare con loro di progetti e di idee.

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23/01/2019
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