Società

di Emiliano Fumaneri

Il popolarismo e la secolarizzazione

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In sociologia esiste il teorema della “profezia che si autoadempie”. Secondo questa teoria, la maniera in cui definiamo una certa situazione produce degli effetti reali.

Un esempio pratico: nel 1932 si diffusero in Usa voci di insolvenza a riguardo della Last National Bank, la quale versava invece in condizioni di ottima liquidità. Nel giro di breve tempo lunghe file di ansiosi risparmiatori si precipitarono agli sportelli per ritirare il proprio denaro. In un solo giorno, ricordato come il “mercoledì nero”, la banca divenne effettivamente insolvente. La profezia era irreale, ma ebbe conseguenze fin troppo reali.

La tendenza delle profezie ad autorealizzarsi è uno dei motivi per cui occorre prenderle “cum grano salis”. Un uso disinvolto delle previsioni spesso e volentieri non è che un comodo alibi per screditare il prossimo. Se sono convinto che il mio collega sia un incapace totale comincerò a trattarlo come tale, trovando puntualmente pezze d’appoggio a conferma della mia “profezia”.

Confesso di aver subito pensato alla dinamica della profezia che si autoadempie nel leggere certi commenti a proposito dell’“appello ai liberi e ai forti” di don Sturzo e sulla opportunità o meno di riattualizzarlo, sulla maniera di organizzare la presenza politica dei cattolici, eccetera.

Penso in particolare all‘articolo (non sempre chiarissimo, in verità) di Stefano Fontana apparso sulla Nuova Bussola Quotidiana (“Tutti eredi di Sturzo. Ma c’è poco di cui rallegrarsi”, 19/01/2019). Fontana invita a sgravarsi dall’eredità popolare perché, se ben capisco, col popolarismo prosegue e si intensifica un processo di secolarizzazione iniziato già con l’Opera dei Congressi. Lungo questo piano inclinato che ha portato i cattolici ad «accettare sempre più coerentemente e pienamente la laicità della politica» si è prodotta contestualmente «l’inutilità del riferimento religioso nella presenza politica dei cattolici e quindi il loro “suicidio“ come tali». Da qui una serie di “colpe” storiche dalle nefaste conseguenze. Una colpa dei popolari sarebbe di aver «modernizzato le classi contadine», consegnandole così nelle mani dei comunisti; un’altra colpa il progressivo «distacco della politica dalla religione» sul piano pratico e teorico.

In sostanza, pare di capire che i cattolici sarebbero diventati laicisti confinando la fede nel privato delle coscienze. E l’esperienza del popolarismo avrebbe incubato, fin dall’appello ai liberi a i forti del 1919, i germi della dissoluzione del cattolicesimo politico.

A sostegno della sua tesi Fontana menziona appunto una profezia: è l’arcinota previsione di Antonio Gramsci sul “suicidio” del cattolicesimo democratico. Chi - come il sottoscritto - ha bazzicato a lungo gli ambienti della destra cattolica ha sentito evocare una infinità di volte la profezia gramsciana, elevata a luogo comune indiscutibile che dovrebbe testimoniare, nelle intenzioni, la natura maligna popolarismo sturziano.

Ma cosa si deve intendere con “modernizzazione” delle classi contadine? Per quale motivo dovrebbe essere imputata a colpa? E in base a quale ragionamento filosofico-politico Gramsci ha annunciato il suicidio del popolarismo?

Non sarà inutile allora soffermarsi sul contesto in cui matura la profezia gramsciana. Prima di tutto il rapporto tra popolarismo e mondo rurale. Com’è noto il Partito Popolare prese le difese dei contadini oppressi – soprattutto nel Meridione d’Italia – dal latifondismo. Era una antica battaglia di Sturzo, coerente con le aspirazioni dell’area sociale a cui guardava il PPI: il mondo rurale declassato (il proletariato agricolo e i piccoli proprietari) e i ceti medi (gli artigiani, la piccola e media borghesia urbana). L’intento di Sturzo era di trovare una sintesi tra le masse lavoratrici e la borghesia, coagulando così le classe sociali emarginate dall’opzione giolittiana in favore della democrazia industriale.

La questione agraria apparve perciò subito centrale agli occhi della neonata formazione popolare, tanto da venire affrontata nel secondo congresso nazionale del PPI che si svolse a Napoli dall’8 all’11 aprile 1920. Ad alimentare l’urgenza della discussione contribuirono i disordini scoppiati nella primavera del 1919, quando il grave stato di disagio della campagne italiane era esploso sotto forma di agitazioni, scioperi, occupazioni di terre, rivendicazioni da parte dei contadini. Alla testa delle agitazioni non mancarono le organizzazioni contadine del PPI, cosa che valse ai popolari la qualifica di «bolscevichi bianchi».

La direzione del partito affidò la relazione congressuale sull’agricoltura a Mario Augusto Martini, esperto di questioni operaie e contadine. Richiamandosi ai princìpi della dottrina sociale cristiana Martini ribadì alcuni concetti chiave: da un lato la destinazione universale dei beni terreni e la funzione sociale della proprietà (contro la tesi liberale della “illimitatezza di principio” della proprietà, di grande influenza nel XIX secolo e recepita dal Codice Civile Napoleonico che sosteneva appunto il “diritto inviolabile e sacro” della proprietà), dall’altro il rifiuto del collettivismo, cioè della soluzione socialcomunista. Niente espropri proletari dunque, ma apertura alle espropriazioni per motivi di utilità sociale pur mantenendo inalterato il principio della proprietà privata.

La maggioranza del congresso popolare si schierò con la proposta di Martini, che in sostanza mirava a superare un certo paternalismo - caro anche al movimento sociale cristiano - respingendo al tempo stesso il collettivismo dei socialisti. L’intenzione era quella di affrontare un vero e organico piano di riforma agraria centrato sull’ampia diffusione della piccola proprietà contadina allo scopo, come disse Sturzo, di «ridare l’uomo alla terra».

Siamo ben lontani quindi da quella modernizzazione in senso secolaristico delle classi popolari a cui Fontana riduce la funzione del popolarismo.

In realtà le misure antilatifondiste dei popolari si possono considerare un semplice ritorno alle radici bibliche della fede cristiana, in particolare a due istituzioni care anche ai padri della Chiesa: l’anno sabbatico (Levitico 25) che imponeva il riposo della terra e dei lavoratori del campi e la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi (Deuteronomio 15). L’idea centrale dietro a queste due istituzioni è che Dio è l’unico padrone della natura e delle cose, l’uomo ne è soltanto amministratore.

In questa maniera si affermava non solo il dominio assoluto di Dio sulla terra. Si evitava anche la formazione del latifondo, una delle piaghe economiche dell’economia di ogni tempo, non solo capitalistica.

I socialisti - che non disponevano certo di queste categorie bibliche - si irritarono per la svolta popolare sulla questione agricola. Le reazioni più negative arrivarono dalla componente riformista del socialismo che con Claudio Treves squalificò la moltiplicazione della piccola proprietà bollandola come una mossa reazionaria utile ai cattolici per arginare il proletariato socialista. Di contro Treves rilanciava la classica proposta socialista: l’associazione del bracciantato agricolo in cooperative (criticata da Togliatti come soluzione utopistica che allontanava le «masse campagnole» anziché avvicinarle al comunismo).

Più sottili invece i giudizi provenienti dalla corrente che gravita attorno al foglio torinese “L’Ordine Nuovo” raccogliendo figure come Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, Umberto Terracini. Nella visuale della corrente ordinovista il mondo contadino rappresenta l’alleato fondamentale del mondo operaio. Da qui l’attenzione riservata alla formazione del Partito Popolare, al quale Gramsci dedica un famoso editoriale intitolato “I Popolari” (1° novembre 1919).

L’ideologo massimo del neomarxismo italiano considera il PPI un partito contadino. Il Partito popolare, scriverà nel 1922, non è altro che «l’organizzazione della classe dei contadini in classe indipendente». Il PPI riesce in questa opera di organizzazione, dice Gramsci, liberandosi «quasi completamente dall’ala destra, costituita di latifondisti e vecchi aristocratici» che costituisce invece la base del liberalismo di Giolitti.

Mentre la stampa di ispirazione socialista – oltre a quella liberale naturalmente – accoglie con commenti banali o sarcastici la nascita del Partito Popolare, Gramsci fa mostra di grande attenzione per il partito di don Sturzo evidenziando la portata storica dell’evento.

Attenzione, però: questa sottolineatura non può prescindere dall’atteggiamento generale di Gramsci verso la religione. È noto come Gramsci non condividesse affatto il rozzo anticlericalismo della cultura socialista. Questo non perché fosse sensibile alla rivelazione o alla morale cristiane. Le cose non stanno affatto così. Gramsci è uno storicista radicale e anche la sua visione della religione testimonia questa tendenza storicistica. Per lui la religione è solo un fenomeno sociale da indagare oltre che una necessità storica con cui fare i conti fino a quando non si avrà la società socialista.

Come ha scritto il sociologo Gianfranco Morra, per Gramsci «si tratta, di volta in volta, di giudicare quale sia il ruolo sociopolitico della religione per l’emancipazione dell’uomo». Talvolta la religione può dunque rivestire un ruolo positivo, un ruolo rivoluzionario. Così il cristianesimo, ad esempio, fu rivoluzionario rispetto al paganesimo. Ebbe una positiva funzione storica, sotto forma di mito, gettando le basi utopiche della liberazione dell’uomo.

Gramsci così si distacca parzialmente dall’ortodossia comunista. Nella religione non vede soltanto il ruolo narcotico («la religione, il lotto e l’oppio della miseria», la religione come «puro narcotico per le masse popolari»). La narcosi è uno strumento di dominio per soggiogare le masse. È il cristianesimo della Chiesa e dei Gesuiti. Ma non è l’unica componente della religione cristiana, che esprime, per come la vede Gramsci, anche la tensione politico-sociale della «massa subalterna»: una aspirazione confusa, allo stato larvale, delle classi oppresse verso l’emancipazione. Un desiderio che si esprime sotto forma di mito o di utopia. È la componente mitico-utopica della religione.

Il compito del comunista perciò è duplice: da un lato combattere la religione-narcotico, dall’altro sostituire la religione-utopia con la superiore “scienza” comunista, fondata su una conoscenza razionale-oggettiva delle leggi della storia.

È sotto questa luce che Gramsci approccia la costituzione del PPI con la quale, scrive, «il processo di rinnovazione spirituale del popolo italiano, che rinnega e supera il cattolicismo, che evade dal dominio del mito religioso e si crea una cultura e fonda la sua azione storica su motivi umani, su forze reali immanenti e operanti nel seno stesso della società, assume una forma organica, si incarna diffusamente nelle grandi masse».

La nascita della nuova formazione politica riveste una tale importanza per Gramsci da spingerlo a scrivere che «la costituzione del Partito Popolare equivale per importanza alla Riforma germanica, è l’esplosione inconscia irresistibile della Riforma italiana».

Naturalmente, prosegue Gramsci, il Partito Popolare non è nato dal nulla come «per un atto taumaturgico del dio degli eserciti». È vero che i cattolici, oppressi spiritualmente e politicamente dallo stato liberale, si erano autoesclusi col “non expedit” dalla vita politica del paese. Ma non per questo erano restati con le mani in mano. Avevano cercato infatti di “ricattolicizzare” la società dal basso con «numerosissime istituzioni di carattere meramente terreno, proponendosi fini meramente materiali».

Evidente il riferimento di Gramsci a quel cattolicesimo sociale capace di creare, a cavallo tra Otto e Novecento, una fitta rete di scuole, mutue, cooperative, banche popolari, corporazioni, eccetera. È così, scrive Gramsci, che «il cattolicismo, espulso violentemente dalle pubbliche cose, privato di ogni influsso diretto nella gestione dello Stato, si rifugiò nelle campagne, si incarnò negli interessi locali e nella piccola attività sociale di quella parte della massa popolare italiana che continuava a vivere materialmente e spiritualmente in pieno regime feudale».

Insomma: espulso dalla porta principale della storia, il cattolicesimo era rientrato dalla porta di servizio. Ma era riapparso, osserva Gramsci, con un volto «modificato», «riformato». Oggi diremmo che si è fatto una plastica facciale. Ma così facendo, risponderebbe un redivivo Gramsci, il cattolicesimo si era tirato la zappa sui piedi deturpandosi il volto come accade nelle più maldestre operazioni di chirurgia estetica. Incarnandosi nella storia delle masse, infatti, «lo spirito si è fatto carne, e carne corruttibile come le forme umane, sottoposta alle stesse leggi storiche di sviluppo e di superamento che sono immanenti nelle istituzioni umane».

Un tempo, simile all’algido Pio XIII di Sorrentino, il cattolicesimo «si incarnava in una chiusa e rigidamente angusta gerarchia irraggiante dall’alto, dominatrice assoluta e incontrollata delle folle fedeli». È proprio questo aspetto narcotico della religione, strumento di potere delle classi dominanti, che adesso si eclissa. Così il cattolicesimo si discioglie nel divenire storico diventando la «folla stessa», «emanazione delle folle» che «si incarna in una gerarchia che domanda il consenso delle folle, che può essere revocata e distrutta dal capriccio delle folle».

Con la rinuncia alla separazione dal mondo e senza più predicare alle masse una felicità ultraterrena, alienante e narcotica il cattolicesimo ha fatto harakiri. La narcosi è strumento di potere giacché addomestica le masse per via di suggestione. Ma dopo la fusione con la folla il cattolicesimo «incarna la sua sorte nella buona e nella cattiva riuscita dell’azione politica ed economica di uomini che promettono beni terreni, che vogliono guidare alla felicità terrena e non solo e non più alla città di Dio».

Niente più oppio per il popolo. E così, dandosi al temporale, il cattolicesimo rinuncia allo spirituale e si secolarizza. In questa maniera, afferma Gramsci, «entra in concorrenza col socialismo», «si pone sullo stesso terreno del socialismo, si rivolge alle masse come il socialismo, e sarà sconfitto, sarà definitivamente espulso dalla storia dal socialismo». La “scienza” comunista vincerà facilmente il cattolicesimo spogliato del suo elemento “narcotico” e rimasto con le sottili vesti del “mito” addosso.

Non sono quindi i popolari a secolarizzare il popolo, come afferma Fontana. È esattamente il contrario: è il cattolicesimo che attraverso il popolarismo si secolarizza fondendosi con le masse che già tendevano, sotto forma di utopia, al comunismo.

La tesi di Gramsci è chiara: il popolarismo associa masse e strati del popolo che il Partito socialista non può o non sa organizzare perché mancano le condizione oggettive per poterlo fare. In altri termini, le contraddizioni capitalistiche non sono ancora giunte al punto di rottura. A loro volta i popolari aggregano le masse contadine senza poter dare loro una coscienza di classe, cioè la capacità di pensarsi come soggetto rivoluzionario, condizione indispensabile per passare all’azione. I popolari rappresentano quindi, per dirla sempre con le parole gramsciane, «una fase necessaria del processo di sviluppo del proletariato italiano verso il comunismo».

I popolari «creano l’associazionismo, creano la solidarietà dove il socialismo non potrebbe farlo, perché mancano le condizioni obbiettive dell’economia capitalista, creano almeno l’aspirazione all’associazionismo e alla solidarietà». Preparano la via come Giovanni Battista col Cristo: «Danno una prima forma al vago smarrimento di una parte delle masse lavoratrici che sentono di essere ingranate in una grande macchina storica che non comprendono, che non riescono a concepire perché non ne hanno l’esempio, il modello nella grande officina moderna che ignorano».

Tuttavia la piena rivelazione è destinata a giungere soltanto con l’ortodossia comunista, che rivelerà le leggi “oggettive” dello sviluppo sociale e, con esse, la funzione storica del proletariato: abbattere la borghesia e incamminarsi, come recita il famoso inno dei comunisti francesi, verso i “domani che cantano”, il radioso paradiso terreno della società senza classi.

Il popolarismo rassicura, dà un abbozzo di forma a masse informi di individui soli, spaventati, preda di un brulichio di forze elementari, disordinate, istintuali. «Il cattolicismo democratico fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida». Ma una volta svolto il suo ruolo preparatore, una volta data una «forma», una volta diventate le folle una «potenza reale», il popolarismo avrà esaurito la sua funzione storica. Il proletariato agricolo si salderà con le «masse socialiste consapevoli» e i proletari, acquisita la coscienza di classe, comprenderanno la grandezza del motto socialista: «l’emancipazione del proletariato sarà opera del proletariato stesso». Una umanità finalmente adulta, libera da predicazioni alienanti e da fantasie religiose, giungerà alla piena maturità. I proletari «non vorranno più intermediari, non vorranno più pastori per autorità, ma comprenderanno di muoversi per impulso proprio». Diventeranno uomini «che attingono nella propria coscienza i principi della propria azione, uomini che spezzano gli idoli, che decapitano Dio».

Pertanto i timori dei socialisti riformisti sono infondati. Non c’è da avere paura della «avanzata impetuosa dei popolari» (che in poco tempo avevano raccolto seicentomila tesserati contro i sessantamila dei socialisti) perché il popolarismo lavora per il re di Prussia propiziando inconsapevolmente l’avvento del comunismo.

«I popolari stanno ai socialisti come Kerenski a Lenin», conclude Gramsci. Il popolarismo assolve cioè la stessa funzione dei socialisti russi di Kerenski. Il riferimento di Gramsci va ai socialisti che meno di due anni prima, nel 1917, avevano spodestato lo zar durante la rivoluzione di febbraio. Ma in ottobre la stessa sorte sarebbe toccata a Kerenski e ai suoi, costretti a inchinarsi al radicalismo dei bolscevichi guidati da Lenin. Con la rivoluzione di ottobre si consuma così la fase finale della rivoluzione russa, che termina con la dittatura dei soviet (mentre Kerenski era più conciliante con la borghesia). Allo stesso modo, in Italia il popolarismo è destinato a essere assorbito o sostituito dal comunismo.

La storia però smentirà brutalmente la “profezia” di Gramsci e la sua previsione di una «disfatta delle rapide formazioni politiche basate sulla impulsiva fame di potere dei contadini». La saldatura delle masse popolari fu stroncata dal successo del fascismo, la cui violenza avrebbe spazzato via allo stesso modo, prima in campagna poi in città, sia le camere del lavoro socialiste che le leghe contadine bianche. E a suicidarsi, come avrebbe profetizzato molti anni più tardi il filosofo cattolico Augusto Del Noce, sarebbe stata la rivoluzione comunista, sostituta e assorbita dal neoliberalismo impegnato a instaurare una “società economica pura” nella quale ogni aspetto della vita umana è mercificato.

Pertanto chi volesse servirsi, da cattolico, della “profezia” gramsciana incorrerebbe in un errore di impostazione: riprodurre capovolgendola l’ideologia di Gramsci; in altre parole, l’errore consiste nel prendere sul serio le affermazioni di Gramsci, viziate in partenza dal materialismo storico (che Gramsci sostituisce col termine meno compromettente di “filosofia della prassi”) del suo autore. Così si arriva al paradosso di credere che la lotta dei popolari contro il latifondo sia stato un cedimento al comunismo (il “bolscevismo bianco”) e non una sacrosanta battaglia per la dignità della persona - che per giunta affonda le proprie radici nella Bibbia…

L’unica differenza consiste nel segno del giudizio di valore attribuito a un tale “cedimento”: segno positivo per Gramsci (perché il suicidio dei cattolici anticipa l’avvento del socialismo), segno negativo per i cattolici conservatori.

Simili paradossi dovrebbero mostrare quanto sia sconsigliabile appropriarsi della “profezia” gramsciana estrapolando qua e là qualche giudizio da usare come pezza d’appoggio alle proprie tesi, senza accorgersi peraltro che Gramsci identifica il popolarismo col cattolicesimo. La “profezia” di Gramsci riguarda dunque il “suicidio” della religione cattolica, affermazione che per chi crede nella rivelazione cristiana va a cozzare contro Matteo 16,17-19 dove Gesù, dopo aver investito Simon Pietro del primato sulla Chiesa, afferma che «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».

Agitare la profezia gramsciana sul suicidio del popolarismo come uno slogan, un mantra, una litania apotropaica ha una unica finalità: esorcizzare ogni ipotesi di ricostituzione del cattolicesimo politico. Un caso da manuale di “profezia che si autodempie”. Il popolarismo non può riuscire perché non deve riuscire. Per una semplice ragione: disturba molto chi spera di ricavarsi una qualche sezione di rito cattolico presso la corte del Principe di turno.

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23/01/2019
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