Storie

di Rachele Sagramoso

Vita e conversione, figli ed educazione: intervista a tuttotondo con Francesca Centofanti

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Ciao Francesca, ci fai una breve presentazione: chi sei, cosa fai e, se hai voglia, da chi è composta la tua famiglia.

Sono Francesca, chi sono ancora non l’ho capito con chiarezza: ogni giorno scopro cose nuove belle e brutte su di me. Andando avanti con gli anni mi pare che le parti brutte del carattere peggiorino notevolmente: devo ancora capire se succede la stessa cosa anche con quelle belle. Ho 48 anni. Nata a Roma (Francesca Romana infatti). Ultima di sei figli. Nata per grazia. Per un «Sì» di mia madre che prima di rimanere incinta di me, è stata in pericolo di vita a causa di una gravidanza finita in setticemia avanzata: una vero atto di coraggio come iniziano molte gravidanze!

Mi sono sposata tardissimo: quasi a trent’anni. Avrei dovuto convolare a nozze con il mio fidanzato di allora, lontano dalla Chiesa. Era quasi tutto pronto: affittata casa, trovato vestito bianco, fissata chiesa. Dopo sei anni di fidanzamento, con l’aiuto della Fede, ho capito profondamente che avevo desiderio e necessità di un matrimonio cristiano. Misi fine a quella storia con il terrore di restare sola, ma con la certezza di aver sacrificato il “mio Isacco” e che Dio mi aveva comunque promesso, in tutte le salse, il “Centuplo”. Non arrivò il semplice centuplo, ma il “milluplo”: un marito e i miei sei figli, compresi due angeli in Cielo.

Da quanto tempo sei a contatto con bambini e famiglie?

Fin da quando ero piccola avrei desiderato diventare maestra. In effetti poi sono diventata insegnante appena ho potuto, a diciotto anni. Non mi piace chiamarlo lavoro, perché ci vado tutte le mattine stracolma di gioia e di solito il lavoro, anche se dovrebbe essere così, non produce tanta felicità come quella che provo io. Per circa 17 anni ho seguito bambini con disabilità in qualità di insegnante di sostegno. Il giorno in cui ho dovuto mollare a causa del fatto che lo stato taglia gli aiuti ai ragazzi con bisogni speciali, sono stata davvero male a lungo. Adesso faccio l’insegnante e sono assolutamente innamorata di questo lavoro e, soprattutto, dei bambini che ogni anno Dio mi dà la grazia di accompagnare per un piccolissimo tratto della loro vita.

In tutti questi anni di esperienza, hai notato cambiamenti nei bambini e, ovviamente, nei loro genitori?

Avendo iniziato a lavorare nel 1988, sarebbe da considerarsi anomala un’assenza di cambiamenti. Mi vengono i brividi al solo pensiero che i miei primi alunni oggi hanno 26 anni e, in tutti questi anni le cose non potevano che cambiare. Il mio primo incarico lo ebbi presso una scuola di suore: ero l’unica insegnante laica ed ero neodiplomata. Mi avevano sistemata, con vitto e alloggio, dentro la scuola, dove l’alloggio era l’armadio della classe che si tirava giù, trasformandosi in letto. Avevo diciotto anni e mi occupavo di 32 bambini, dalle 8 alle 16. Uno di loro era iperattivo e dovevo tenere le finestre sbarrate perché aveva la mania di affacciarsi. Nonostante questo, il clima in classe era tranquillo. I bimbi, pur riconoscendo le mie incapacità (i bambini sanno tutto), non se ne approfittavano quasi mai. Mi ascoltavano, lavoravano, erano rispettosi di regole, dei tempi, dell’altro. Erano gioiosi, confusionari, rumorosi, pieni di vita. Come dice Giovanni Mosca in “Ricordi di scuola”, «I bambini sono sempre uguali ai bambini»: purtroppo ciò che è cambiato è quello che noi adulti abbiamo cominciato a togliere loro. Mi spiego meglio: oggi vedo bimbi che non sanno più tenere, ad esempio, un pennello in mano: bambini che a cinque anni non hanno mai pitturato in vita loro. Ecco, potrebbe sembrare un appunto stupido, ma dietro questa, che può sembrare un’inezia, si nasconde un mondo di solitudine. Bambini lasciati crescere davanti alla TV, alla Playstation, al Nintendo. Niente più chiacchierate, niente più «inventiamoci una storia… o te la racconto io». O anche solo «Stiamo un po’ accoccolati io e te». Non c’è più tempo per i figli. Non c’è più voglia di toglierci il tempo per darlo a loro. Ed ecco che i bambini crescono, e lo fanno senza qualcuno che abbia avuto la pazienza di dire loro dei «No» ragionati e motivati, oltre che dei «Sì», per il semplice fatto che è un lavoro faticosissimo da fare. È stancante spiegare, parlare, dialogare: creare, sostanzialmente, una relazione. Rimane nettamente più semplice acconsentire a tutto e fornire tutto quello che i figli dicono di volere, ma che – vorrei sottolineare - non è ciò di cui hanno bisogno. Crescono spesso senza conoscere la distinzione tra loro e i loro coetanei, e gli adulti, perché non ci sono più confini tra i due mondi e, spiace usare termini forti, non c’è una gerarchia. Il genitore, distratto dai propri impegni e dai propri desideri di autosoddisfazione, non è più attento al proprio ruolo educativo. È così che poi accade che, quando un’insegnante dice un «No» a un bambino, questi, se non abituato al fatto che l’adulto possa (e debba) porre dei limiti, si trasformi in una sorta di Mr Hide in miniatura, usando anche bestemmie e parolacce: sembrano parole davvero troppo grandi per quelle labbra così piccole.

E allora sì, nel giro di tutti questi anni, ho capito che i cambiamenti ci sono stati eccome.

E si vede nella loro rabbia, rabbia di chi è sbattuto dalle 7 alle 20 fuori casa tra pre e post scuola, inglese, pianoforte, ginnastica e yoga per riprendersi dallo stress. E si vede nella loro disattenzione, figlia di un mondo muto e sordo. E si vede nella loro maleducazione che quando li vedo, quattrenni, che alzano gli occhi al cielo o ti guardano da sotto a sopra come per dire «Guarda ‘sta rompi» (pensiero che tutti noi abbiamo fatto, nei confronti della maestra, ma non lo davamo certo a vedere, avendo imparato che la forma è importante), mi chiedo: cosa pretendiamo di più dopo che gli abbiamo tolto tutto, pure la trascendenza? Quella cosa che le nonne di un tempo sapevano trasmettere meravigliosamente… Oggi, invece, anche i nonni non ce la fanno più. Oppure non ci sono più. Oppure sono anch’essi concentrati in loro stessi.

È proprio come se gli avessimo chiuso il Cielo, la speranza. Quella che ti dà la certezza che non devi essere il primo della classe, bello, intelligente, “soldimunito” e sano (intendendo come sano colui che appare come “normale”) per essere felice. Quella che ti da la forza di caricarti la Croce, qualunque essa sia, e camminare fino a dove ti viene chiesto di camminare.

I ragazzi sono cambiati perché noi adulti abbiamo abdicato al nostro ruolo.

Il bullismo è un fenomeno che esiste da sempre in tutti gli ambienti giovanili: la differenza che pare sussistere col passato (episodi violenti ed eclatanti condannati apertamente dal mondo ‘adulto’) è che i ragazzi sono consapevoli del fatto che i propri genitori non hanno la forza, la capacità e il coraggio di fermarli. Mi chiedo se anche tu hai notato questo e se lo hai ravvisato pure in età infantile.

Il bullismo è sempre esistito, è vero. Ma le generazioni del secolo scorso avevano una spina dorsale più robusta, più dritta. Oggi siamo di una fragilità sconcertante. Fuscelli per mancanza di adulti autorevoli. Il bullo in erba è avvistabile già dalla scuola materna. Da noi ancora è catalogato come “leader”, però con l’accezione negativa del termine. Sono quei bambini che adocchiano i coetanei più fragili e gli fanno fare tutto ciò che vogliono. Una volta, ad esempio, sono dovuta intervenire convocando i genitori, perché una bambina aveva deciso che una sua compagna doveva fare il cane tutte le volte che giocavano. Tutti i giorni della settimana. Il ricatto era «Altrimenti non sono più amica tua», che a noi adulti potrebbe sembrare una stupidaggine, ma assicuro che sono episodi che rimangono dentro al cuore e all’animo di chi li subisce, talvolta influenzando le capacità relazionali future. La mia esperienza diretta è stata, grazie a Dio, di genitori che sono sempre intervenuti con serietà nelle situazioni che vedevano il loro figlio “carnefice”. Indirettamente, al contrario, mi è capitato di vedere genitori giustificare l’ingiustificabile. Ho visto addirittura genitori spingere i figli sulla strada di un’insana affermazione qual è l’idea “meglio carnefice che vittima”.

La fragilità non è esclusiva dei ragazzi, ma anche dei genitori, che non hanno il coraggio di contrastare il proprio figlio. Perché il contrasto, in una relazione senza confini e senza quelle che abbiamo chiamato “gerarchie”, inevitabilmente porta ad una sorta di squilibrio genitore-figlio. Così come il compagno per “tenere sotto” il coetaneo gli dice «Se non fai così, non sono più tuo amico », pure il figlio, al genitore che lo contrasta, dice «non mi vai più bene» o semplicemente «Ti odio».

I miei mi dicevano «Sei la mamma più terribile del mondo». Ed ecco che scatta quel senso di colpa, per il quale non esiste al mondo che tuo figlio possa provare un sentimento di odio verso di te (e invece è proprio insito nell’essere umano in fase adolescenziale): questo sentimento è esattamente quel meccanismo che lo rende individuo, adulto, staccato: «Imparo che esisto anche senza di te».

Quindi che fa il genitore del bullo per evitare questo contrasto? Lo giustifica.

Un figlio fa lo sgambetto e il genitore: «Ma no si stava stirandosi il ginocchio»; un figlio risponde male alla Prof. e il genitore: «Chissà lei che cosa gli avrà fatto»; un figlio ruba costantemente la merenda all’amichetto e il genitore lo giustifica dicendo: «Poverino! Aveva fame». Quindi è un circolo vizioso. E i ragazzi mi paiono come dei fuscelli al vento, a causa della mancanza di adulti autorevoli o, più specificatamente, a causa del dissolversi dei ruoli nelle figure genitoriali. Quel benedettissimo «Quando torna papà sono guai tuoi» di mia madre, mi agghiacciava. Era la sua salvezza. E mio padre non ha mai usato le maniere forti con me, ma era mio padre e bastava uno sguardo per rimettermi al mio posto. Si ripristinavano le gerarchie e i ruoli: io figlia e gli adulti, genitori. Oggi questo equilibrio è praticamente svanito, destabilizzando la crescita armonica dei ragazzi.

Mi stai dicendo che i genitori di oggi temono di non essere amati? Puoi spiegarlo meglio?

Fare il genitore è una gimkana. Si vive giorno dopo giorno, ora dopo ora. Si fallisce e si ricomincia da capo. Miliardi di volte. Quando avevo figli piccoli, ricordo che lessi, su qualche rivista di psicologia, che il bambino entro i 10 anni di età è più malleabile, dopodiché gli errori che ha compiuto il genitore, i “giusti mezzi” che non ha trovato, non sono più recuperabili: all’epoca lo trovai quanto mai drammatico, poi mi accorsi che in parte aveva ragione. In effetti, dopo i loro 10 anni, ho visto nei miei figli una sorta di struttura formata, come volessero dirmi «Ora sono grande e faccio da me»: effettivamente è vero che, passato questo step, sia è molto più difficile andare a tentativi, più pericoloso sbagliare metodologia comunicativa. È come se arrivasse il tempo in cui si rischia di perdere i nostri figli, e non parlo di perdita affettiva, ma di perdita di stima, di rispetto, di onore, di obbedienza che, finché sono piccoli, è normale e quasi sovrastimata («La mia mamma è la più bella del mondo» ci riempie di orgoglio), in seguito è come se scadesse la garanzia della considerazione. Quindi capii che quell’articolo di psicologia un po’ aveva davvero ragione, conviene non perdere tempo, quando si tratta di educazione, e bisogna gettare presto le basi del reciproco rispetto che si deve instaurare tra un adolescente e il genitore. Conviene trovare il “giusto mezzo” – come diceva l’articolo - già dai primissimi anni di vita, perché purtroppo non funziona che fino a 16 anni un genitore lasci libero il proprio figlio di pretendere tutto quello che gli viene in mente, non metta i famosi “paletti” e poi, all’improvviso, magari intravvedendo l’irreparabile, capisca che se la propria figlia vuole andare in discoteca e tornare alle tre di notte, si possa pretendere che accetti, sottomessa, il limite genitoriale.

Insomma questo “giusto mezzo” va seminato, curato, atteso nella crescita, fin dalla nascita. Ma la pazienza il contadino ce l’ha perché il suo lavoro è quello: seminare, curare, attendere.

Noi invece siamo dei maratoneti più che genitori. Noi corriamo. E non abbiamo tempo di attendere, non abbiamo voglia di stargli dietro, impegnati come siamo ad autorealizzarci. Allora al figlio non si obietta più niente, o poco, perché è notevolmente più sbrigativo. Meno faticoso.

Molti genitori credono che il “giusto mezzo” sia quel compromesso che toglie le proverbiali castagne dal fuoco. Ad esempio uno dei classici errori che ho potuto constatare, è quello che compie il genitore il cui bimbo piange all’entrata di scuola, perché vede il genitore andarsene velocemente. Allora il genitore gli promette di tornare subito, ma si tratta di una menzogna. Questo è uno degli esempi (banale sicuramente) per cui, quel nutrimento che stiamo dando al nostro seme per trovare il “giusto mezzo”, non lo stiamo curando, non è il terreno sano che lo farà crescere armoniosamente: quella relazione che dovrebbe essere nutrita per far nascere una pianta, se dobbiamo continuare con l’esempio botanico, è già squilibrata, non è soppesata con attenzione,ma scelta per quella più comoda. Come quando il genitore lascia il bambino a scuola senza salutarlo (occhio non vede, cuore non duole): sta gettando le basi per una relazione che non si basa sulla stima, né sul rispetto, ma, più semplicemente, sta trovando una soluzione per smarcarsi da un problema che può essere dato da un figlio che piange, e il problema invece diventa molto più grande. Il figlio perde la stima che ha per il genitore e il genitore non acquista la sicurezza di essere, per il figlio, una persona nella quale riporre la sua fiducia. E, così, il “giusto mezzo” si perde. E, di sicuro, non lo si trova nello stadio che c’è dopo l’infanzia.

Trovare questo benedetto “giusto mezzo” è una fatica immane: è un continuo dosare, riempire, scavare, passo indietro, avanti, di lato e poi ti fermi. Riprendi fiato. E ricominci. Ed è ancora più faticoso tra marito e moglie, perché loro, questo “giusto mezzo”, lo devono trovare il più possibile somigliante. Perché se papà dice di no al terzo panino con la Nutella nonostante le urla di protesta, e mamma, pur conoscendo il no dato da papà, spalma ugualmente il panino con la Nutella, è una modalità che, a lungo andare, destabilizza il figlio. Mi capitò di leggere in qualche libro sull’infanzia, che il continuo switch di risposta (un iniziale “no” che si sposta per esaurimento al “sí”) fa parte delle concause che possono portare alla schizofrenia. Certo, sono casi estremi, ma c’è una stretta correlazione tra la stabilità dell’aver trovato il “giusto mezzo” e la sanità mentale dei nostri figli, questo è innegabile.

Insomma io parto da un presupposto: se continuo ad affannarmi per cercare di sprecare il minimo di energie per educare i miei figli, per trovare soluzioni veloci e facili alle problematiche che si interpongono tra me e i miei figli, faccio il triplo della fatica in seguito. Se invece consacro questo tempo con serenità, sapendo che il donare la vita deve essere procrastinato nel tempo e non dura solo il tempo del parto, il tempo della primissima infanzia, ma tutta la fatica che compio dal punto di vista educativo, getta le basi per crescere un individuo adulto col quale io e molte altre persone dovranno relazionarsi, il “giusto mezzo” è già quasi trovato. La fretta, sostanzialmente, è cattivissima consigliera.

Cosa ti sentiresti di dire a un genitore che teme di non essere amato dalla figlia/dal figlio adolescente che pretende di non avere limiti, e che minaccia, se non soddisfatto, di togliere al genitore il proprio affetto?

Bella domanda. Se riesco a rispondere, usufruisco dei benefici della mia risposta, perché mi chiedo quale madre non ha il terrore delle inevitabili conseguenze dell’educazione impartita ai suoi figli, quando si educa e lo si fa sul serio. Tutti i genitori, e specialmente le mamme, temono il momento in cui il figlio può usare il ricatto affettivo, consapevolmente o inconsapevolmente.

Spero di non scandalizzare nessuno dicendo che quando un figlio arriva a dirmi «Ti odio» (basta uno sguardo, a volte, perché il messaggio sia chiaramente questo), ho vinto. Ho vinto su me stessa. Ho vinto sulla mia smania di perfezionismo. Ho vinto sulla mia stupidissima idea che il top è quando uno dei tuoi figli dice agli amici «La mia mamma è la più buona/brava/bella/accondiscendente del mondo». Ho vinto sulla falsità che gira tanto oggi, che genitori e figli devono essere amici. L’amore della madre col proprio figlio non ha nulla a che vedere con quello amicale. La madre deve portare il figlio ad allontanarsi, non a restare. E quindi ben venga se un figlio ci dice che non ci sopporta, che siamo cattive e che le mamme dei suoi amici sono più brave (lasciano più libertà), anche perché significa che non si piazzerá dentro casa fino a quarant’anni: il nostro “dargli fastidio” produce in lui quel sanissimo desiderio di diventare autonomo, piuttosto che stare con una madre noiosa. Ogni volta che dice che ci odia come reazione ai nostri “no” (quelli Seri, quelli che restano nel tempo, quelli motivati) lui non lo sa, ma sta costruendo se stesso. Si sta distaccando da quella matassa morbidosa e comodissima che è il rapporto con la MAMMA. Dicendoci «Non ti amo», ci sta dicendo «Io sono un essere distinto da te, devo prendere il volo, devo assumermi le mie responsabilità, devo fare le mie scelte. Devo crescere». Ecco io suppongo che se partiamo da questo presupposto “il rospo” lo possiamo ingoiare. Più e più volte. Coscienti che quel «ti odio» è funzionale alla costruzione della sua identità, non più dipendente da noi. Purtroppo per fare questo, è necessario stabilire una relazione, con il proprio figlio, che non è di dipendenza (della madre verso il figlio), ma è di affetto nel sapere di crescere una persona che non è stata messa al mondo per il piacere dell’adulto.

Certo, educare un figlio adolescente fa sentire chiunque inadeguato. Io, ad esempio, mi sento in questo modo perché spesso non è tutto bianco o tutto nero. Ci sono mille sfumature e trovare quella giusta è un terno al lotto: un giorno devi saper dire di “no”, un altro devi saper dire di “sì”, un altro ancora devi saper stare in silenzio. Poi ogni figlio è un universo a sé, quindi non vale l’equazione che una volta che hai imparato col primo, puoi applicare a tutti la stessa regola. Ogni volta è un mistero nuovo da scoprire. Giusto per fare un esempio, ricordo che la prima volta che mi sono accorta di essere inadeguata a fare la mamma è stato quando avevo il mio secondo bambino appena nato al “Bambin Gesù” per essere operato a causa di una malformazione cardiaca congenita che si chiama “trasposizione dei grandi vasi” e la prima figlia, di appena 14 mesi, a casa. Quando stavo in ospedale mi sentivo in colpa per chi avevo lasciato a casa, e quando stavo a casa viceversa.

Ma pure è stato un tempo benedetto, perché il mio senso di inadeguatezza si è trasformato in un altro mostro: inutilità. Ero inutile. Impotente. Mia figlia a casa chiedeva di me e non potevo fare niente. Mio figlio rischiava di morire a 21 giorni e non potevo fare niente. Dov’è la benedizione in tutto questo, si potrebbe facilmente chiedere. Non avendo vie di uscite ho capito che nulla mi apparteneva fino in fondo, e se non mi appartiene completamente, non mi appartiene e basta. Ho sentito improvvisamente un senso profondissimo di leggerezza. Come se qualcuno avesse tolto il sasso che avevo sulla testa e che mi schiacciava. Ho capito che i miei figli non sono miei, ma mi sono stati affidati da Chi li ha voluti, amati e creati da e per l’eternità. Ed è Lui che se ne prenderà cura sempre e lì dove io sbaglierò, non arriverò, non capirò, Lui si farà trovare. Io mi sento sempre inadeguata, non è cambiata l’idea che ho della mia scarsità, ma oggi, oramai, semplicemente, sento di avere le spalle coperte.

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05/02/2019
0512/2019
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