Storie

di Rachele Sagramoso

La responsabilità delle ostetriche

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Eppure io credo che le mie colleghe non siano certe del fatto che sia giusto che ai giovani vengano propinati anticoncezionali ormonali e preservativi, senza spiegare loro quanto sia fondamentale il loro meraviglioso corpo e quanto sia bello averne cura.

Eppure io so quanto sappiano essere diseducativo distribuire pillole del giorno dopo parimenti si fa con le Galatine, senza far capire alle giovani (e meno giovani) donne che ne fanno richiesta, quanto sia irresponsabile sapere che c’è sempre chi toglie le castagne dal fuoco.

Eppure io so quanto le ostetriche sappiano che, oramai, è inutile aprire gli accessi ai corsi universitari per Ostetricia, dato che ci sono più vendite di pillole del giorno dopo (cfr A. Morresi, In Italia più “contraccettivi d’emergenza” che bambini nati, Avvenire, 2019) rispetto a bambini nati (“Segui i soldi” diceva Giovanni Falcone).

Eppure io so che sanno che non fanno altro che dimostrare quanto la legge 194/78 non abbia per nulla diminuito gli aborti clandestini, dato che sono proprio loro che divulgano siti dove viene spiegato come abortire (cfr Come eseguire un aborto farmacologico? dal sito internet “Women on Waves”).

Eppure io so che le ostetriche potrebbero davvero ricoprire tutti i ruoli che sono nati nell’ultimo decennio e che sostituiscono la loro competenza: doule, consulenti per l’allattamento, consulenti del portare in fascia, consulenti per la fertilità, “custodi della nascita”… Tutte figure sorte per ricoprire ruoli in sostituzioni delle ostetriche e che, giustamente, si sono create un loro ambito lavorativo nel quale sono molto competenti (talvolta molto più delle ostetriche).

Eppure so che sono consapevoli di quanto si rilascino facilmente i certificati per ricorrere (anche in extremis) alla 194/78, nonostante la legge debba tutelare la maternità e imponga di fare di tutto perché la donna non abortisca.

Eppure io so che le ostetriche sono consapevoli del fatto che perorare la causa dell’empowerment (letteralmente “potenzialità dentro” ogni persona) quando si tratta di gravidanza e allattamento, è inutile se la donna non è aiutata sin da ragazzina ad avere la consapevolezza nei confronti del proprio ciclo uterino e a svilupparlo, l’empowerment (cfr L’importanza della consapevolezza della fertilità nella valutazione della salute di una donna, Pilar Vigil, Leonard F. Blackwell, e Manuel E. Cortés, Linacre Q., 2012).

Eppure io so quanto le ostetriche siano consapevoli del fatto che la violenza ostetrica nasca dalla mancanza di quella consapevolezza e di quel valore che la donna deve maturare fin dalla giovane età, e che si riferisce alla preziosità della sua persona: una donna che conosce il proprio corpo, è abituata a sapere quanto vale, ed è forte di quello che il proprio corpo sta compiendo, portando a termine una gravidanza. Non può adattarsi a ricevere comportamenti errati da parte di operatori incompetenti e, se si trova in condizioni di subìrli, sa anche quali sono stati i diritti lesi.

Eppure io so che le ostetriche sono consapevoli del fatto che il problema della donna non sono i medici obiettori di coscienza (cfr C. Gojelli Dati alla mano, la mancanza di medici che fanno aborti è una fake news, Tempi, 2017).

Eppure io so che le battersi contro la violenza ostetrica (purtroppo ancora troppo presente in alcune cliniche) non può includere battersi perché le donne abortiscano con più facilità, per due motivi: il primo è che la violenza ostetrica opera nel mondo dell’inconsapevolezza della donna, percezione che raccontano di aver provato tante donne nel momento in cui sono state lasciate sole quando hanno abortito. La seconda è che perorare la causa della violenza ostetrica implica il fatto di essere operatori consapevoli di dover essere coerenti: se manifestare a favore dell’aborto è un diritto, anche manifestare il contrario lo è. Per cui ogni manifesto, manifestazione, operatore, persona che perora la causa ‘pro-vita’, deve poterlo fare. Se la donna può ricevere facilmente un certificato per l’aborto volontario, deve poter ricevere informazioni anche da parte di chi sa che farlo non è il suo bene (cfr F. Ognibene Alla Mangiagalli oscurato e rimosso il manifesto per la vita, Avvenire, 2019).

Eppure io sono consapevole che le ostetriche si trovino a un bivio professionale molto grande: essere a favore della fisiologia, o essere a favore dell’ideologia. Quelle che sanno che è doveroso stare dalla parte della fisiologia, sanno che insegnarla ha molti scopi:

fisiologia della “costruzione” della persona: far conoscere l’importanza del valore nella sua interezza (corpo, mente e, per i più audaci, animo), previene mancanza di rispetto verso se stessi (stili di vita malsani o rischiosi) e atteggiamenti o comportamenti violenti (“La tua vita vale quanto la mia”). Utile conseguenza sta nel far capire che ogni comportamento fisico ha fisiologicamente ripercussione anche sulla psiche: ciò comprende quanto sia importante regolare i propri istinti fisici (capendone la fisiologia e acquisendone la regolazione) e previene comportamenti sessuali pericolosi (gravidanze “indesiderate” e malattie/infezioni sessualmente trasmissibili), e violenti.

fisiologia del ciclo uterino: assunzione di responsabilità e regolazione della propria libertà in quanto ogni donna è potenzialmente fertile e mezzo tramite il quale viene al mondo un bambino.

fisiologia della gravidanza: stimola il rispetto verso questa fase di costruzione di un essere umano (persona). Aumenta la consapevolezza della cura verso questa fase sin da quando le bambine e i bambini sono piccoli. Consapevolezza che può solo ricevere spunti d’arricchimento in seguito, ma che non può essere acquisita improvvisamente sperando che la donna adulta ne faccia buon uso.

fisiologia della differenza sessuale tra femminile e maschile: prevenendo situazioni ideologiche di confusione di genere (con relativo arricchimento di case farmaceutiche e consumismo generico), rinforzare le caratteristiche precipue tra maschile e femminile - lasciando che ogni famiglia poi scelga come dosare tali informazioni a proprio modo e con le proprie priorità - porta solo al rispetto personale reciproco.

fisiologia della crescita embrionale: la consapevolezza passa anche dal capire ciò che si è stati prima di essere organismi autonomi (l’essere umano lo è mai completamente?) e il fatto che ogni vita sia preziosa. Insegnando cosa sia il bambino nella pancia, s’insegna il rispetto nei confronti della gravidanza. Facendolo si trasmette il valore verso la salute generale della persona: alimentazione, stili di vita, eccetera.

fisiologia dei bisogni infantili: stimola un’affezione verso l’individuo indifeso (anche anziano o malato) e contribuisce al rispetto della persona. Utilissimo una volta che l’individuo formato è adulto, poichè allattamento materno e bisogno di contatto non sono un’acquisizione semplice per chi non ha ricevuto simili attenzioni.

Essere a favore dell’ideologia ha numerose conseguenze, professionali e sociali: dire che abortire un bambino ‘capitato’ non lascia conseguenze psichiche, per esempio, significa tre cose: primariamente negare l’opinione di numerosi studiosi (cfr R. Sagramoso, Mi faccio i ca** miei, dal blog La Vera Maternità) negare la fisiologia (una gravidanza qualsiasi è un processo fisiologico che, interrotto, ha sempre delle conseguenze), ma soprattutto negare anche solo a una donna, il fatto di soffrire il gesto compiuto.

Si negherebbe il fatto che ci siano donne che non riescono a trovare motivazione nei confronti della propria infertilità?

La sofferenza deve trovare accoglimento e, possibilmente, cura. Se anche solo una donna soffrisse perché non riesce a rimanere gravida, non sarebbe suo diritto comprendere maggiormente sul proprio stato di salute patologico (la fertilità è segno di fisiologia, spesso l’infertilità si porta con sé altre motivazioni sistemiche), per comprendere come migliorare la sua salute fisica e psichica?

Si negherebbe il fatto che la maternità sia difficile solo per poche donne che soffrono di ‘baby-blues’? E se anche solo una donna soffrisse di ‘baby-blues’ o di depressione post-parto, non avrebbe il diritto di ricevere sostegno? Sarebbe giusto far pesare alle donne il fatto che non riescono a dire “Sono felicissima di essere diventata mamma”?

Se la ‘tristezza’ dopo l’aborto valesse anche solo per una donna, le si negherebbe il fatto di soffrirne? Se anche una donna, una sola, soffrisse perché ha abortito, non meriterebbe l’essere accolta e accompagnata nel suo percorso verso la salute? E se diversi psicologi e psichiatri denotano il fatto che dopo un aborto volontario più donne soffrono, non si avrebbe forse il dovere di far sapere a tutte le donne che vogliono abortire, che sono segnalati eventi avversi? Le donne non hanno il diritto di sapere che potrebbero soffrire, dopo aver abortito? Che n’è dell’empowerment che tante ostetriche sventolano quando si tratta di gravidanza, parto o allattamento? Che n’è del prezioso strumento quale il “consenso informato”? Basta un solo gruppo facebook o un solo blog che può intitolarsi “Ho abortito e sono felice” per far capire quanta ideologia c’è dietro alcune prese di posizione. E allora la professionalità crolla miserrima.

L’ideologia fa intraprendere strade pericolose poiché si rischia di compiere corto-circuiti che esulano pesantemente dal proprio ambito: è per questo che io credo fermamente che le ostetriche non possono credere realmente di poter continuare a lavorare verso questa strada.

Eppure io credo che le ostetriche di tutto il mondo sanno che la salute delle donne non migliora se le facciamo accoppiare come oche e poi le facciamo abortire: la salute delle donne sta nel fatto di far conoscere loro la magnificenza del loro corpo e il fatto di essere creatrici di persone (cfr La donna, Madre dell’Umanità, B. Buchal, dal blog Gravidanza Consapevole). La loro salute sta nel dare loro attenzione perché non vengano violentate, mutilate, uccise, torturate, stuprate da culture pro-morte e non nel fatto di essere carnefici dei loro figli.

Eppure io so che le ostetriche sanno perfettamente che alla base di ogni violenza verso i bambini e qualunque persona, c’è l’idea che i bambini possano venire uccisi in qualunque momento e per qualsiasi motivo senza provare rimorso o senso di colpa: dal più futile (il feto è femmina), al più psicogeno (il feto non è desiderato), al più sofferente (il feto è malato), al più discutibile (il feto non è gradito).

Eppure io so che le ostetriche sanno bene che se vogliono proseguire la strada intrapresa nel fare quelle che hanno un ruolo educativo verso la donna (il che mi ricorda moltissimo una certa mentalità patriarcale del tipo “fai quello che ti dico io così stai bene”), debbono però studiarla, la pedagogia. E se studiassero pedagogia noterebbero, ma so che lo sanno bene, che accontentare un discente su quello ch’egli pensa essere il suo bene solo perché la strada più faticosa lo porterebbe a sentirsi frustrato, non è educativo per niente. Educare significa che non si evitano frustrazioni al discente, ma che lo si aiuta facendolo sentire appoggiato nell’intraprendere la strada verso l’acquisizione di responsabilità. In altre parole, io so che le ostetriche sanno che il bene della donna non è spesso ciò verso il quale lei pretenderebbe di andare, pensando che il problema possa risolversi rapidamente, ma informarla con attenzione verso i rischi che corre, mostrandole appoggio ma fermezza (sappiamo quanto un “Adesso basta urlare: calmati e spingi!” in sala parto è salvifico). Ciò accade in tanti casi: la donna che crede che il suo bene sia un cesareo programmato, la donna che crede che il suo bene sia il biberon con la formula, la donna che pensa che la pillola anticoncezionale sia la strada più comoda, la donna che pensa che tutti i suoi problemi si risolveranno se abortirà. La donna impaurita e stanca, cerca la via più breve (chi non lo farebbe?), ma la via più breve è il suo bene?

Eppure io so che le ostetriche sanno che, se l’ideologia proseguirà, a loro non rimarrà che fare qualche consulenza in gravidanza (gravidanze sempre più patologiche a causa del fatto che le donne fanno un figlio solo dopo i 35 anni), assistere un paio di parti ogni tanto (parti sempre più complessi a causa del fatto che le donne fanno un figlio solo dopo i 35 anni) e qualche allattamento (che è diritto della donna portare avanti ma solo se lo vuole). Poi rimarranno consulenze genitali e forse qualcosa nei confronti delle adolescenti, che saranno sempre meno, poiché nasceranno sempre meno bambini.

Eppure io so che una volta le ostetriche erano personaggi amati e apprezzati, rispettati e onorabili, ma che saranno sempre più delle disoccupate che vendono profumi o fanno filmini online sulla bellezza dell’uso dei giochi erotici.

Eppure io so che aumentare il numero di anni di formazione, “fare rete”, organizzare convegni nei quali si dice quanto le ostetriche siano belle e brave, proclamare giornate, pubblicare articoli professionali, non serve a nulla se non ci saranno più bambini da far nascere.

È il momento di scegliere se stare dalla parte dei bambini o contro i bambini, ordunque.

Se le ostetriche sceglieranno di stare coi bambini, il beneficio sarà anche delle donne.

Se le ostetriche sceglieranno di stare contro i bambini, il beneficio potrà essere per qualche donna, ma gli effetti negativi si ripercuoteranno su tutte quelle altre. E sui bambini.

Bambini che sono il nostro futuro e senza i quali, le ostetriche non faranno più nulla.

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06/02/2019
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