Chiesa

di Emilia Flocchini

Newman fra i beati che volano verso gli altari

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I prossimi Santi da canonizzare sono diventati tre: lo scorso gennaio è stato riconosciuto un miracolo per intercessione della Beata Marguerite Bays, ma coi decreti la cui promulgazione è stata autorizzata ieri da papa Francesco, se ne sono aggiunti altri due. Nella stessa occasione è stato riconosciuto il martirio di un gesuita in Ecuador, ma anche l’eroicità delle virtù di altri quattro Servi di Dio.

I media cattolici britannici avevano già diffuso, nello scorso novembre, la notizia per cui un secondo miracolo attribuito all’intercessione del Beato John Henry Newman era prossimo a venire approvato. Come risulta dalla dichiarazione ufficiale comparsa sulla pagina Facebook della Congregazione dell’Oratorio di Birmingham, si tratta della guarigione di una donna della diocesi di Chicago, avvenuta nel 2013: la sua gravidanza era a rischio a causa di un copioso sanguinamento interno. Dopo aver invocato il Beato, il sanguinamento è cessato e non ha avuto complicazioni per sé e neanche per il bambino che aspettava. La riservatezza ha circondato il caso fino ad allora, anche perché un’altra asserita guarigione miracolosa era stata presa in esame nel 2010 dalla Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi, ma era stata respinta. Anche in quel caso, riguardava una gravidanza, o meglio, la nascita senza problemi di un bambino messicano che, durante gli esami prenatali, era risultato avere una grave deformità nel cranio.

John Henry Newman nacque a Londra il 21 febbraio 1901. Dopo gli studi compiuti al Trinity College di Oxford, divenne ministro della Chiesa Anglicana. Per far ritrovare alla sua Chiesa le proprie origini, diede vita al “movimento di Oxford”, cui presero parte molte personalità cattoliche e anglicane. Col tempo, grazie anche allo studio dei Padri della Chiesa, comprese di dover abbracciare pienamente il cattolicesimo: fu ricevuto nella Chiesa Cattolica il 9 ottobre 1845. In seguito fu ordinato sacerdote, entrò nella Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri e, nel 1848, fondò il primo Oratorio in territorio inglese, nei pressi di Birmingham. Fu creato cardinale da papa Leone XIII nel 1879: assunse il motto «Cor ad cor loquitur», «Il cuore parla al cuore», un’espressione di san Francesco di Sales. Scrisse numerose opere, la cui profondità ha condotto qualcuno a ipotizzare, ovviamente dopo la canonizzazione, la sua nomina a Dottore della Chiesa. Morì l’11 agosto 1890 a Edgbaston, sede dell’Oratorio di Birmingham, a causa di una polmonite. Papa Benedetto XVI lo aveva beatificato il 19 settembre 2010 a Birmingham, dopo l’approvazione del miracolo necessario, la guarigione del diacono permanente Jack Sullivan, di Boston.

È invece la seconda religiosa indiana elevata agli onori degli altari la prossima nuova Santa: suor Mariam Thresia Chiramel Mankidiyan, che san Giovanni Paolo II aveva beatificato il 9 aprile 2000. Nata a Putenchira, nello Stato del Kerala, il 26 aprile 1876, fu educata dalla madre secondo i principi cristiani. Desiderosa di consacrarsi a Dio, cominciò, con tre compagne, a visitare gli ammalati della parrocchia del suo villaggio. Mentre gli anziani disapprovavano quel comportamento, il suo direttore spirituale, padre Joseph Vithayathil (Venerabile dal 2015), l’incoraggiò a fondare una nuova famiglia religiosa. Con l’approvazione di Mar John Menachery, Vicario Apostolico di Trichur, prima ebbe un’esperienza nella congregazione delle Francescane Clarisse, poi tra le Carmelitane Scalze. Infine, il 14 maggio 1914, il vescovo eresse canonicamente la congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, il cui scopo doveva essere l’educazione delle ragazze e la cura dei malati, anche dei più gravi.

Suor Mariam Thresia, che aveva aggiunto al proprio nome quello della Vergine dal 1904, ebbe molte esperienze eccezionali, compresa l’impressione delle stimmate, che teneva nascoste. A causa di queste, fu ripetutamente esorcizzata dal suo direttore spirituale, a cui obbedì cercando di capire perché le accadessero questo e altri fenomeni. Continuò la sua opera educativa fino a quando una ferita, degenerata in cancrena a causa della caduta di un oggetto, non la portò alla morte l’8 giugno 1926, a cinquant’anni compiuti. Il «Times of India», il 21 ottobre 2018, ha anticipato che il miracolo per la canonizzazione riguardava un neonato, che appena venuto alla luce, il mattino del 7 aprile 2009, ebbe gravi problemi respiratori. I suoi genitori pregarono a lungo chiedendo l’intercessione della Beata Mariam Thresia, ponendo anche una sua reliquia accanto al piccolo. Dopo due giorni, il bambino si riprese e non ebbe postumi.

L’unico nuovo martire di questo elenco è anche il primo Gesuita che vi compare. Si tratta di padre Salvador Victor Emilio Moscoso Cárdenas, nato il 21 aprile 1846 a Cuenca, in Ecuador, in un’epoca in cui quello Stato era in guerra con la Colombia. Entrò nella Compagnia di Gesù a diciott’anni, poco dopo aver iniziato a studiare Giurisprudenza, perché il noviziato, a causa della guerra, era stato trasferito nella sua città. Professò i primi voti il 27 aprile 1866, completando la formazione nel Seminario di San Luigi a Quito. Si distinse in particolare nello studio della Filosofia. Divenne poi professore di Grammatica superiore e di Retorica presso il Collegio San Filippo di Riobamba, di cui fu nominato vicerettore.

All’alba del 4 maggio 1897, un drappello di soldati fece irruzione nella cappella del Collegio, profanandola. I Gesuiti non si erano accorti di nulla, neanche padre Victor, che fu aggredito mentre pregava nella sua cella. Fu ucciso immediatamente, da due colpi d’arma da fuoco. Il maggiore che comandava i soldati, per scherno, gli mise tra le mani il proprio fucile. A cent’anni dall’accaduto si sono mossi i primi passi per l’avvio della sua causa di beatificazione, il cui processo diocesano, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 22 ottobre 1999, si è svolto dal 4 maggio 2000 al 14 ottobre 2005. Gli atti del processo sono stati convalidati una prima volta il 2 dicembre 2011, poi il 23 marzo 2012, presumibilmente dopo un’inchiesta suppletiva.

Non è invece stata scelta la via del martirio per dimostrare la santità del cardinal Jószef Mindszenty, ma quella dell’eroicità delle virtù, benché quanto soffrì per la Chiesa farebbe pensare il contrario. Il suo cognome di nascita era Pehm, ma lo cambiò nel 1941, in quanto era di origine tedesca e lui, invece, avversava il nazismo. Csehimindszent fu il suo villaggio natale, dove vide la luce il 29 marzo 1892. Cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, nel 1903 entrò nel Seminario di Szombathely, retto dai Padri Premostratensi; fu ordinato sacerdote il 12 giugno 1915, in piena prima guerra mondiale.

Il suo primo incarico fu quello di viceparroco a Felsopathy, ma insegnava anche religione nelle scuole di Zalaegerszeg. Nel 1918, con la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, i comunisti guidati da Bela Kun presero il potere. Don Jószef fu arrestato, ma subito dopo fu rimesso in libertà. Il 1° ottobre 1919 iniziò il servizio come parroco di Zalaegerszeg, dove potenziò l’istruzione e la cultura, ma anche la pietà popolare. Papa Pio XII, il 4 marzo 1944, lo nominò vescovo di Veszprem. In collaborazione con gli altri vescovi ungheresi, monsignor Mindszenty organizzò i soccorsi, ma finì per la seconda volta in carcere.

L’8 settembre 1945 fece il suo ingresso come arcivescovo di Esztergom, dichiarandosi pronto a dare la vita per il suo gregge. L’occasione avvenne il 26 dicembre 1948, due anni dopo che era stato creato cardinale: fu arrestato dalla polizia comunista e sottoposto a torture, perché ammettesse di essere un “nemico del popolo”. Dopo trentanove giorni, firmò il documento in cui accettava quella definizione, precisando di esservi stato costretto. Liberato durante la rivolta del 1956, da allora visse ospite dell’ambasciata americana a Budapest. Nel 1971 gli fu concesso di partecipare al Sinodo dei Vescovi a Roma, poi si stabilì a Vienna. Morì in quella città il 6 maggio 1975, per i postumi di un intervento chirurgico. La fase diocesana della sua causa si è svolta nella diocesi di Esztergom dal 19 marzo 1994 al 17 ottobre 1996. I suoi resti mortali, o meglio, le sue ceneri, sono stati traslati nel 1991 a Esztergom.

Meriterebbe un approfondimento, al di là di queste poche righe, la figura del primo dei nuovi Venerabili, don Giovanni Battista Zuaboni. Nato a Promo di Vestone, in provincia di Brescia, il 24 gennaio 1880, perse la madre quando aveva due anni. Entrò nel Seminario di Brescia nel 1897 e fu ordinato sacerdote il 9 giugno 1906. I suoi incarichi iniziali furono nelle parrocchie di Volciano e di Nuvolera. Nel 1915 lasciò quest’ultima per Brescia, nella parrocchia di San Giovanni Evangelista, ma fu chiamato alle armi come soldato di sanità. Dopo la guerra, riprese il ministero, ideando un’iniziativa inconsueta per i tempi: una Scuola di preparazione alla famiglia per ragazze. La sua esperienza, infatti, l’aveva persuaso che la formazione di famiglie autenticamente cristiane potesse essere la base di una nuova società.

Alle Scuole di preparazione, ormai diffuse oltre la diocesi di Brescia, si affiancò la fondazione dell’Istituto Pro Familia, nel 1930, e della Compagnia della Sacra Famiglia, Istituto Secolare composto dalle Missionarie della Sacra Famiglia e dagli Apostoli della Sacra Famiglia (coppie di sposi e persone vedove), a cui si affiancano collaboratori appartenenti a vari stati di vita. Don Zuaboni morì a Brescia il 12 dicembre 1939. Il suo processo diocesano si è svolto a Brescia dal 15 settembre 1992 al 25 settembre 1993; dieci anni dopo è stata presentata la sua “Positio super virtutibus”.

Come il martire Emilio Moscoso Cárdenas, anche il Venerabile Manuel García Nieto divenne membro della Compagnia di Gesù, dopo sei anni trascorsi come sacerdote diocesano. Nacque a Macotera, presso Salamanca in Spagna, il 5 aprile 1894. A quattordici anni entrò in Seminario e fu ordinato sacerdote nel 1920. Per i primi due anni fu viceparroco a Cantalapiedra, mentre nei successivi quattro fu parroco reggente della parrocchia di Santa Maria a Sando. La sua azione pastorale fruttò molte vocazioni tra i giovani del posto.

Desiderando dedicarsi ancora di più a Dio, domandò di essere ammesso nella Compagnia di Gesù: il suo ingresso avvenne il 30 luglio 1926. Compì il noviziato a Carrión de los Condes presso Palencia, poi a Salamanca, mentre nell’anno scolastico 1928-’29 fu destinato a Oña, vicino a Burgos, per un anno aggiuntivo di Teologia. Subito dopo fu destinato al Seminario di Comillas, dove trascorse il resto della vita, inizialmente come padre spirituale dei seminaristi minori, poi di quelli maggiori. La guerra civile lo colse il 12 agosto 1936: dopo un’iniziale prigionia, trascorse cinque mesi in clandestinità, incoraggiando i seminaristi dispersi. Nell’agosto 1937 poté tornare a Comillas, dove fu padre spirituale degli studenti di Filosofia e di Teologia fino al 1951, quando lo divenne dei soli studenti teologi, oltre che della Congregazione Mariana (l’associazione che riuniva gli studenti più motivati). Era anche molto attento alle necessità dei più poveri, che lo consideravano come un vero padre. Negli anni ’60 fu estromesso dalle sue cariche, anche perché era molto anziano: morì il 13 aprile 1974 a Comillas. Il nulla osta per l’avvio della causa, la cui fase diocesana si è svolta a Santander, rimonta al 1° giugno 1990.

Le ultime due Venerabili possono essere accomunate tra loro dall’ardore con cui cercarono di far arrivare il Vangelo agli uomini del loro tempo. La prima, madre Serafina Formai, cominciò quand’era ancora ragazzina, insegnando il catechismo alle bambine del suo paese, Casola Lunigiana, o meglio, del borgo di Casciana Petrosa. Clorinda Letizia, così si chiamava al Battesimo, era nata il 28 agosto 1876; pur essendo giovanissima, era certa di essere chiamata a diventare suora. Il suo parroco, in occasione di una visita pastorale, la presentò al vescovo di Pontremoli, monsignor Alfonso Mistrangelo, che l’indirizzò tra le Suore Calasanziane di Firenze: lì Letizia prese i voti solenni il 18 ottobre 1899.

Già durante il noviziato, suor Serafina si sentiva incline a riparare i peccati degli uomini prolungando la preghiera davanti al Tabernacolo, tra un servizio come infermiera e l’altro. Si ammalò sia per le penitenze, sia per il lavoro intenso: fu mandata in convalescenza in una casa al mare, ma risollevò la parrocchia del luogo. Tornò a Firenze, in casa madre, ma cominciò a comprendere che Dio voleva altro da lei. Ebbe altri problemi di salute e di natura morale, ma solo nel maggio 1921 le fu concesso di rientrare al suo paese. Di fronte a una situazione profondamente mutata, dove le dottrine comuniste e socialiste avevano preso piede, suor Serafina reagì promuovendo la devozione al Sacro Cuore di Gesù.

Alternando ritorni in congregazione a peggioramenti repentini, comprese di doversi distaccare dalle Calasanziane per formare una propria famiglia religiosa. Le Suore Missionarie Rurali, riconosciute come congregazione di diritto diocesano il 2 febbraio 1949, si espansero per gran parte della Toscana e altrove. Madre Serafina morì il 1° giugno 1954; vent’anni dopo, la sua congregazione ebbe il riconoscimento pontificio, col nome di Suore Missionarie del Lieto Messaggio. La causa di madre Serafina si è svolta, nella sua parte iniziale, presso la diocesi di Massa Carrara-Pontremoli dal 4 settembre 2005 al 1 giugno 2008; gli atti sono stati convalidati il 29 maggio 2009.

Madre Maria Berenice Duque Hencker, al secolo Ana Julia, indirizzò il proprio zelo verso le popolazioni povere della Colombia. Nata a Salamina (omonima della città greca) il 14 agosto 1898, desiderava farsi Carmelitana, ma fu invece orientata verso le Suore Domenicane della Presentazione, una congregazione francese, a Bogotá. Il 21 novembre 1925 emise i voti perpetui, assumendo in religione lo stesso nome di sua madre. Fu incaricata della formazione delle novizie, ma allo stesso tempo si accorse dei disordini causati dai giovani del quartiere dove viveva. Per mandato del suo vescovo, organizzò una Scuola Domenicale, che ebbe tanto successo che molte ragazze le chiesero aiuto per potersi consacrare a Dio, benché prive di mezzi economici. Durante una notte di preghiera, sentì chiaramente di dover avviare un’opera nuova, che cominciò il 15 maggio 1943: fu l’inizio delle Piccole Suore dell’Annunciazione.

Le suore cominciarono il loro apostolato specie tra le famiglie e per la promozione umana, nel quartiere malfamato di Guayaquil, con spirito di amore e riparazione. Madre Maria Berenice fu sostenuta non solo dal suo vescovo, ma anche dalla sua ex superiora. Non mancarono le prove, come quando fu rinchiusa in manicomio, o quando dovette far fronte a pesanti accuse. Negli ultimi tempi della sua vita fu affetta da varie malattie, compreso il morbo di Parkinson, che le tolse la voce per quattro anni. Morì quindi a Medellín il 25 luglio 1993. L’iter per la beatificazione è cominciato il 14 agosto 1998, appena trascorsi i cinque anni necessari; la fase diocesana, conclusa il 23 ottobre 2003, è stata convalidata il 26 agosto 2005. Dieci anni fa, invece, è stata presentata la sua “Positio”.

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14/02/2019
2105/2019
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