Politica

di Emiliano Fumaneri

La storia infinita delle case chiuse

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La Lega riprova ancora a riaprire le case chiuse. Il Carroccio tenta il blitz con un disegno di legge presentato a Palazzo Madama dal senatore Gianfranco Rufa.

Non bisogna credere a chi presenta l’ossessione leghista per la “regolamentazione” di una attività tanto degradante come un fatto accessorio. Al contrario, è una delle battaglie storiche che dicono molto sull’ideale antropologico del Carroccio.

A che uomo si rivolge la Lega?

Anticipo subito le mie conclusioni. Il target della Lega è l’uomo “istintuale”, l’uomo rimasto soltanto “maschio”, abissalmente distante dall’amore propriamente umano.

È almeno da John Bowlby in avanti che la psicologia non si stanca di ripeterci che nell’amore umano non è possibile slegare sesso, affetti, attaccamento, relazioni personali, intersoggettività. È un legame scritto nella nostra stessa biologia. Il cervello umano, per come è stato descritto fin dagli anni ‘70 da Paul D. MacLean, medico e neuroscienziato americano, è strutturato infatti su tre livelli.

Il primo livello, il più antico, corrisponde al cervello rettiliano. È la parte che regola le funzioni vegetative (respirazione e temperatura) e gli istinti elementari (conservazione, sopravvivenza, propagazione della specie). A questo livello primitivo la sessualità è caratterizzata, nel maschio, dall’istinto predatorio. Nei rettili maschi il sesso è dominio e aggressività. Nelle femmine è legato invece alla sottomissione e alla paura.

Questo tipo di sessualità è definita “agonale” (dal greco “agon”, lotta). È un sesso di attacco e fuga, tipico di animali senza una vera vita di relazione. Di norma i rettili vivono da solitari, si evitano reciprocamente. L’isolamento è la regola anche quando vivono in gruppi numerosi: siamo in presenza di folle solitarie, prive di relazioni sociali. I contatti sessuali dei rettili sono fugaci, limitati al periodo dell’estro.

È solo nel momento dell’estro che i maschi abbandonano il loro isolamento e lottano tenacemente tra di loro, producendosi in esibizioni di forza. Anche la femmina cambia atteggiamento. Quando è in calore, la femmina dell’iguana non fugge come farebbe in qualsiasi altro momento. Si immobilizza e assume una posizione sottomessa verso il maschio che, dopo averla bloccata al suolo con le fauci, la monta e la copula. Cessato il periodo dell’accoppiamento i maschi ritornano a non cercare le femmine e le femmine a evitare i maschi.

La sessualità rettile dunque è una sessualità predatoria, fortemente gerarchizzata (il maschio è dominatore e la femmina è dominata), strutturata attorno a meccanismi elementari di attacco e difesa, dominazione e soggezione, violenza e paura.

Negli esseri umani le cose cambiano radicalmente. Questa parte istintuale e aggressiva si integra con altri due livelli (cervello limbico e necorteccia). Nell’uomo, come nei mammiferi, c’è presenza di emozioni e affetti. C’è l’attaccamento, c’è la relazione. Ma soprattutto nell’uomo c’è un terzo livello specifico: l’intersoggettività, la coscienza e la motivazione, la possibilità della scelta etica. L’uomo è dotato di autocoscienza, ha coscienza di sé ed è consapevole di averla. L’essere umano è un soggetto in relazione con altri soggetti. È persona, ossia un “io” in grado di rapportarsi a un “tu”.

Anche gli animali sono capaci di tenerezza, ma soltanto l’uomo sceglie consapevolmente di essere fedele a un progetto di vita costruito assieme a un altro “io”.

Questa dimensione propriamente umana dell’amore è negata in radice dalla prostituzione, che fa retrocedere alla sessualità primitiva dei rettili. La logica prostitutiva rimanda a un’attività intrinsecamente legata al dominio e alla subordinazione: una sessualità senza legami affettivi personali, priva di coinvolgimenti emotivi. Nella prostituzione il potere del denaro distingue una parte dominante (il cliente) e una parte dominata (la prostituta), obbligata a un atto sessuale dietro pagamento. La donna è ridotta a oggetto, a cosa passiva. Come nel sesso violento e predatorio dei rettili, fatto di contatti fuggevoli.

Per dirla con Gustave Thibon, la prostituzione è un esempio eclatante di intimità senza amore. Parliamo di una relazione asimmetrica, dove la prostituta non è più persona ma una femmina subordinata, un corpo consumabile a piacere.

È un contesto ad elevato coefficiente di disumanizzazione.

Sono le caratteristiche intrinseche di un simile rapporto (dominanza, subordinazione, assenza di relazione personale) a spiegare perché il sesso mercenario sia così legato alla sopraffazione e alla violenza. Non è un caso che le prostitute siano tra le maggiori vittime di aggressioni sessuali, stupri, uccisioni. Tanto più che la subordinazione della donna discende, nella stragrande maggioranza dei casi, da condizioni di estrema vulnerabilità economica, sociale, psicologica. Questa condizione di strutturale disparità rende impossibile, per non dire ridicolo e ipocrita, invocare il consenso della donna.

Ma la prostituzione, insistiamo, non degrada solo la donna. Guasta anche l’uomo. Non bisogna confondere infatti la virilità col virilismo. Quella piaga nota col nome di maschilismo attinge precisamente da questo pozzo avvelenato. Il maschilista è un uomo rimasto solo “maschio”.

Contro questi uomini immaturi ci ha messo in guardia la sapienza immortale dei Greci. Omero rappresenta questo brulichio di pulsioni disordinate nei Proci, nemici giurati della figura paterna personificata da Ulisse. L’Odisseo simboleggia ben altro ideale: è figura dell’uomo maturo, non più agito da pulsioni primordiali ma capace di autodisciplinarsi. Ulisse è prudente, pazienta. Sa attendere il momento opportuno per agire. In lui il pensiero non è più istinto, ma progetto. Così Ulisse diventa il modello immortale di ogni padre di famiglia, in ogni tempo e in ogni luogo. Le sue parole d’ordine sono le stesse delle virtù cardinali: responsabilità, fedeltà, fortezza, prudenza, temperanza, giustizia.

Per i Proci vale invece il motto “omnia illico”: tutto subito. Lo slogan adatto a eterni ragazzini viziati. Ma anche, non sfuggirà, il ritratto del consumatore ideale, incapace de trattenere i propri impulsi - come ogni shopping addicted del resto. La sua condizione naturale non è la famiglia: è l’orda semianimalesca di maschi in balia di istinti incontrollati.

Inutile dire che solo in Ulisse l’uomo integra il polo del “maschio” con quello del “padre”. Ulisse è l’uomo che lotta per ricongiungersi alla sua sposa, a suo figlio, alla sua terra. Non l’uomo istintuale, ma l’uomo riflessivo è il protagonista di quell’avventura che è la famiglia. L’orda anonima dei Proci invece ha l’antifamilismo per essenza.

La prostituzione alimenta una mascolinità degradata che va ad innestarsi su quella sessualità predatoria indegna della persona umana. E piaccia o meno, è un fatto che Matteo Salvini, il nuovo uomo forte idolatrato anche da tanti, troppi cattolici, abbia aderito in più di una occasione a questa concezione degradata e degradante della sessualità.

Basta ascoltare una sua vecchia intervista (gennaio 2018) a «Radio anch’io», in cui il segretario leghista chiede di riaprire le case chiuse. «Fare l’amore fa bene», dice il leader della Lega. Quando l’intervistatore insiste sulla disparità di un rapporto in cui una parte vende il proprio corpo per soldi, Matteo Salvini risponde che prostituirsi è una «scelta» come un’altra. «C’è chi sceglie, per soldi, invece di fare l’insegnante, il poliziotto, il muratore o il giornalista su Radio 1, di prostituirsi», aggiunge Salvini. Il giornalista, sentendosi tirato in causa direttamente, a quel punto sbotta («Beh, oddio, non credo che io e la prostituta nigeriana abbiamo la stessa libertà...»). Ma Salvini ribadisce il concetto: per lui sono tutte «scelte».

Salvini qui dice almeno tre enormità.

1) Prima di tutto fa credere che un rapporto sessuale a pagamento abbia qualcosa a che fare con l’amore, una affermazione che rivela non soltanto una concezione inaccettabile dell’affettività, ma anche una nozione privatistica del corpo femminile, assimilato a una cosa di cui godere, come se fosse un bene disponibile una volta pagato il corrispettivo “prezzo”.

2) C’è poi l’idea che prostituirsi sia un lavoro come un altro, che si sceglie come si sceglie di fare l’insegnante, il poliziotto o il muratore, il giornalista. Qui a essere degradato è il concetto di lavoro.

3) A queste due enormità Salvini ne aggiunge infine una terza quando lascia intendere che anche quella della prostitute nigeriane è una «scelta», quando è universalmente noto che si tratta di schiave di un racket.

In buona sostanza, siamo nel pieno dell’ideologia del virilismo. L’uomo è rappresentato come un semplice “maschio”: un fascio di sensazioni, un essere assillato da istinti incontrollabili che lo impauriscono, lo minacciano.

I punti e la parole d’ordine del programma leghista sono costruiti attorno a questa immagine di uomo, il cui immaginario è colonizzato da fantasmi che richiedono una reazione violenta e aggressiva. Così l’ideologia leghista provvede a rassicurare questo maschio impaurito con una identità armata fino ai denti.

Alla stregua di un bimbo viziato, lo si abitua a pensare che ha sempre ragione a reagire in maniera aggressiva (la difesa è sempre legittima). Non solo: si vellica lo scaricatore di torto che abita in lui (la colpa è sempre degli altri) e si esalta la durezza di cuore (la polemica a ciclo continuo contro i “buonisti”).

Si potrebbe dire che l’immagine di società della Lega somigli paurosamente alla non-società “agonale” dei rettili: un agglomerato di individui isolati, preoccupati soprattutto di autoconservarsi, che si rapinano o si evitano.

Non è difficile capire da che universo filosofico discenda la filosofia politica leghista. Da quello di Thomas Hobbes (1588 – 1679), l’autore del Leviatano. Per Hobbes, spiega il grande Robert Spaemann (1927 – 2018), l’uomo è un essere insocievole e il sommo male è la morte violenta. Per cercare di autoconservarsi gli individui aspirano ad aumentare al massimo la propria potenza. Ma assecondare questa tendenza porta inevitabilmente ad instaurare un conflitto reciproco. È la condizione che Hobbes definisce come la “guerra di tutti contro tutti”.

Per sopravvivere e per evitare il sommo male (la morte violenta) gli individui accettano allora di riunirsi in uno stato stipulando un contratto. Si sottomettono così, osserva Spaemann, «all’autorità di un sovrano assoluto che si pone al di fuori di tutte le leggi».

I sovranisti, come si vede, non hanno inventato nulla. Non siamo troppo lontani dal vero se diciamo che il sovranismo è già teorizzato dalla dottrina politica di Hobbes, un pensiero in rottura con la filosofia politica classica. Fino ad allora si pensava che lo stato dovesse riconoscere una legge superiore alla propria (la legge naturale come norma trascendente) e indicare agli uomini il sommo bene, unica via per realizzare la propria umanità e accedere alla beatitudo, la felicità.

Tutto cambia quando questo impianto di pensiero viene sottratto alla trascendenza e consegnato alla finitezza. Se la contemplazione della perfezione divina non è più il fine supremo dell’uomo, la sua prima preoccupazione cosa può diventare se non conservare la propria vita terrena?

Ed è quanto accade. Hobbes è uno dei primi sistematizzatori della «ontologia borghese dell’autoconservazione», come la definisce Spaemann. Potremmo anche definirla una tipica espressione dello spirito di avarizia. Per San Tommaso l’avarizia è lo smisurato desiderio di “avere” in cui l’uomo crede di rintracciare la garanzia della propria grandezza. Io valgo nella misura in cui ho: è questo il ragionamento dell’avaro.

Un atteggiamento avaro è l’angosciosa e convulsa caratteristica della vecchiaia, tipica degli anziani che per via della loro naturale fragilità ricercano con maggiore avidità il sostegno dei beni esteriori.

La cura esclusiva per la propria incolumità è una tipica preoccupazione senile. La forza e lo slancio giovanili, ormai deperiti, cedono il passo a quella eccessiva prudenza tutta orientata alla conservazione di se stessi, manifestazione di quel ripiegarsi egocentrico che sopraggiunge di regola quando vengono a mancare la freschezza e la baldanza giovanili. Non si rischia più nulla, non essendoci nulla di superiore al proprio “io”.

In sintesi: l’avarizia sclerotizza il cuore, lo rende arido, incapace di magnanimità, impossibilitato a spendersi per ideali superiori alla pura affermazione del proprio ego. L’avaro è un duro di cuore che pensa solo a conservare se stesso, che giammai accetterebbe di spendersi per un bene maggiore.

Così per Hobbes lo stato non potrà indicare il sommo bene a questa società di uomini avari. Potrà solo tutelarli dal sommo male: una morte violenta. L’unico diritto naturale riconosciuto dalla dottrina hobbesiana, ricorda Spaemann, è «il complesso delle regole cui dobbiamo attenerci per garantire la nostra autoconservazione». Hobbes è dunque il progenitore di quel pessimismo antropologico che troverà in Carl Schmitt (1888 – 1985) uno dei più fedeli discepoli.

Per Schmitt, il giurista tedesco che appoggiò la folle avventura hitleriana, l’essenza della vita politica sta nella distinzione tra amico e nemico. Una società può esistere in quanto entità politica solo nella misura in cui è capace di riconoscere un nemico comune. Schmitt definisce questo nemico come l’«altro», l’«estraneo», definito come minaccia esistenziale, pericolo mortale. L’amicizia politica tra i membri di una società è legata a doppio filo a una identità negativa. La società schmittiana è una comunità unita dalla paura della morte. In fondo la teoria di Schmitt, come ha osservato il filosofo del diritto Alain Supiot, non è altro che una declinazione del darwinismo sociale.

Ciò spiega perché l’identità difesa dalla Lega sia una identità sempre “contro” l’altro da sé (l’islam, gli immigrati, gli eurocrati). È una concezione quasi paranoica dell’identità, che imbruttisce, indurisce, incattivisce. Una identità di difesa che necessità di un nemico da sconfiggere per compattare un corpo sociale disgregato.

Occorre ricordare che il cristiano lotta, prima di tutto, per affermare il bene? L’identità cristiana è una identità positiva, non “anti” o “contro”. Il cristianesimo non è dialettico. Per essere non ha bisogno della negazione dell’avversario. Non conosce la categoria del nemico ideologico. Il cristiano è anzitutto “per” la dignità della persona e dunque si oppone a quanto la calpesta.

Per questo non possiamo fare a meno di quel personalismo che Maritain ha battezzato come umanesimo teocentrico. Ancora oggi ci pare l’antidoto più efficace a ogni di pessimismo antropologico – il quale, a conti fatti, non è altro che una forma di nichilismo.

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18/02/2019
2001/2020
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