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di Claudia Cirami

Dei miei vini estremi

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Del vino, tranne che non sia quello eucaristico, poco mi importa. Non riconosco le etichette, ignoro la differenza tra i sapori, non saprei distinguere un rosso da un rosato. Una quasi astemia come me avrebbe potuto trovare attraente l’ultimo libro di Camillo Langone solo per un motivo: perché lo ha scritto lui, cioè uno degli scrittori migliori in circolazione (diteglielo spesso, può darsi si convinca finalmente a dedicarsi senza distrazioni alla narrativa). La sua nuova opera si intitola “Dei miei vini estremi. Un ebbro viaggio in Italia” (Marsilio, € 15,00, p. 170). Era sufficiente il titolo per farmi desistere, eppure mi sono ritrovata a leggere questo enologico saggio langoniano, certa che, nonostante l’argomento a me inviso, non mi avrebbe delusa. Non mi sbagliavo. Forse non tornerò entusiasta al vino (pazienza se lo scrittore sembra associare il rifiuto del frutto della vite ad una degenerazione della prosa), ma la lettura del testo è saporosa quanto il sorso di una bottiglia di quello buono.

Langone ama incontrare le persone. Qui ha una motivazione particolare per farlo e per dedicarsi, in particolare, ad una categoria umana: «È mia ferma convinzione che i vignaioli siano gli italiani migliori, – scrive – sono i santi produttori, i custodi del territorio, i sostegni della diversità ampelografica: l’Italia si chiamava Enotria mica per caso, questo è il paese con il più vasto e variegato patrimonio di vitigni, e senza viticultori niente vitigni, ovvio» (pp. 42-43).
Così questo libro è sì un libro di vini, ma soprattutto di incontri con i produttori della bevanda più letteraria al mondo. I signori del vino aprono le loro tenute, le loro bottiglie, le loro memorie. Langone, avido di vita,
prosegue: incontra anche artisti, scrittori, persone note o per nulla, ognuna delle quali lascia una traccia, più o meno consistente, tra le pagine. Un viaggio di parole e di impressioni, che tocca diverse zone d’Italia, per regalarci sapori e volti, fragranze e gesti: ci rivela uomini dai caratteri singolari, donne la cui bellezza esteriore è epifania di quella interiore, storie di famiglia, di inventiva, di rischio, di successo.

Incontri incastonati in un tempo che sembra dilatarsi tra presente e passato. Si delinea nitido il ricordo di un mondo che è stato e che rivive, tra genuinità ed eleganza. Lo scrittore ci restituisce un frammento d’Italia che non esiste più. Senza patimenti nostalgici, tuttavia, perché Langone è il meno passatista tra gli autori italiani, sempre proiettato nell’oggi, che ci appartiene più del futuro. Il presente è una bottiglia di vino, da stappare al più presto, senza attendere l’invecchiamento: «Ammesso e non concesso che un vino in quindici anni possa migliorare, anziché ossidarsi, marsalarsi, svanire, un uomo in quindici anni può soltanto peggiorare, invecchiare, ammalarsi di fegato, se non proprio, accidenti, morire» (p.54). Per questo motivo, nel saggio, traspare soprattutto la bellezza di un’altra Italia, quella contemporanea, nota nelle sue eccellenze vinicole, ma ancor di più misteriosa per tutta la creatività e la passione che l’etichetta di una bottiglia non riesce a raccontare. Un’Italia che coltiva le sue idee, prima ancora che le sue vigne, che sa bene dove vuole andare e come farlo. Langone la racconta con ammirazione, ritraendo – con destrezza, come fosse uno degli eccellenti pittori di cui è estimatore – questi uomini e queste donne che meritano di essere conosciuti, anche al di là del mondo dei consumatori di vino, abituali o occasionali.

Nel saggio langoniano troviamo però non soltanto le vite, ma anche la Vita con la maiuscola, incantevole come sempre. Impastata di amicizie rinsaldate, di momenti imprevisti, di cene spensierate, di sguardi maliziosi. Commista anche di riflessioni penetranti, che si intersecano con le questioni più dibattute attualmente, svelando per un attimo il pensiero dell’autore, lucido e affilato anche quando non condivisibile. Amalgamata con racconti che permangono anche quando la lettura finisce, e con qualche accenno al divino, che permarrà anche quando a finire, questa volta, sarà l’esistenza umana. Lo scrittore osserva, annota, rielabora tutto. La Vita – come l’amore – ha bisogno di un narratore che sia in grado di metterla per iscritto. Langone, quando non è impegnato nel mestiere arduo ed esaltante di mordere il presente, conosce le parole incantate per ricreare su carta volti e voci, vigneti e vitigni, viaggi e voglie.

Eppure, alla fine, quel che rimane di questo itinerario è il suo vero protagonista, il vino. Nettare da bere e mistero da indagare. Risorsa da scoprire e piacere da gustare. Non per nulla la letteratura, dalle sue origini, non ha smesso di parlarne. Langone è bravo a punteggiare il proprio discorso chiamando in causa i fantasmi degli scrittori del passato, non a spiegarci il vino – perché l’attrazione non ha bisogno di spiegazioni – ma a raccontarci, con rimandi fugaci, la loro ormai remota passione. Se poi volessimo scendere in profondità e riandare al titolo, il protagonismo è dei vini estremi, quelli di una élite che non beve la prima
bottiglia che capita o quella imposta da un trend. Una élite che non ha necessariamente come denominatore un portafoglio gonfio o diverse carte di credito: i vini estremi della ricerca langoniana non sono obbligatoriamente più cari di altri, e neanche – a dirla tutta – imprescindibilmente più bio o più DOC. Langone avverte i lettori: «queste pagine sono rivolte ai pochi che cercano fatti, non sigle» (p.134). Sono indirizzate – verrebbe da aggiungere infine – a chi pensa di aver poco tempo, perché è un libro che scivola rapido come un sorso di vino in gola, o a chi ne ha di più, e vuole centellinarlo, gustandolo con lentezza, come avesse tra le mani un calice traboccante e trafitto da un raggio di sole.

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02/03/2019
2307/2019
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