Società

di Emiliano Fumaneri

Greenwahing e Greta Thunberg

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In questi giorni va forte sui social un articolo di occhidellaguerra.it sulla controversa figura di Greta Thunberg, la giovanissima attivista svedese che per prima ha iniziato a scioperare davanti al parlamento del suo paese per protestare contro l’inerzia del governo sui temi ambientali.

L’articolo si intitola “Tutti i dubbi su Greta Thunberg: chi l’ha resa celebre e perché”, pubblicato il 15 marzo. Ma su questo articolo – e soprattutto delle sue magagne – torneremo più avanti.

Prima occorre infatti una lunga premessa. Sia detto a scanso di equivoci: qui non si tratta di sponsorizzare o canonizzare la figura di Greta, il movimento che si è creato attorno a lei, una certa ideologia ambientalista o il suo veganesimo.

Il punto è che se non si può regalare la questione ecologica a un certo tipo di ecologismo, meno ancora si può minimizzare – o peggio ancora negare - la crisi ecologica.

La Laudato si’ è molto chiara a questo riguardo. Per l’enciclica di papa Francesco sono due le ideologie inaccettabili. La prima è l’ideologia “biocentrica” di ispirazione neopapagana che divinizza la natura, annuncia la piena parità di diritti tra un insetto e l’uomo, considerato come il cancro del pianeta. La seconda è quell’antropocentrismo che divinizza l’uomo, la tecnica e il mercato, spinge a un consumo illimitato senza curarsi della natura e ispira il negazionismo ideologico che arriva a negare l’esistenza stessa di una crisi ambientale.

Entrambe le ideologie hanno “contaminato” i cattolici e entrambe sono, senza appello, false. È menzognero divinizzare la natura a spese dell’uomo ma anche divinizzare l’uomo a spese della natura.

Se l’uomo non è una semplice appendice della natura, come sostiene il biocentrismo, non è nemmeno un atomo isolato dalla natura come vuole l’antropocentrismo (corrispondente all’orizzonte filosofico che Maritain designava come umanesimo antropocentrico e al quale contrapponeva un umanesimo teocentrico).

La verità è che l’essere umano, e non potrebbe essere altrimenti, vive in stretta relazione col suo ambiente naturale. È distinto ma non separato dalla natura. «Tutto è connesso», ammonisce l’enciclica di papa Bergoglio. Pensare che l’uomo possa vivere in un ecosistema degradato significa preparare un mondo senza le condizioni indispensabili per la vita, dove l’essere umano finisce anche per perdere la sua stessa identità. Come accade nel profetico racconto di P.K. Dick (“Do Androids Dream of Electric Sheep?”) che ha ispirato la famosissima trasposizione cinematografica “Blade Runner”, per certi versi però infedele al libro di Dick.

Dick descrive un mondo che sta smarrendo ogni legame organico con la natura e perciò scivola sempre più verso l’artificiale. L’umanità, in gran parte migrata nello spazio dopo una devastante guerra nucleare, ormai fatica a distinguersi dai robot. Inoltre, particolare non indifferente, le specie animali sono quasi totalmente scomparse dalla terra. La spaventosa estinzione di massa è stata causata da una polvere velenosa caduta da cielo. E così, salvo pochissimi facoltosi, gli esseri umani finiscono per circondarsi di animali-androidi.

Il messaggio di Dick è lo stesso di Francesco: tutto è connesso. L’uomo, i fiori di campo e i piccoli uccelli del cielo sopravvivono o periscono insieme (la qual cosa non significa che abbiamo la stessa dignità ontologica: la persona umana vale ben più di un fiore o di un uccello, ma la sua vita senza i fiori e gli uccelli non sarebbe più la stessa).

È questa profonda verità a ispirare l’ecologia integrale promossa dalla Laudato si’, per la quale l’uomo, coerentemente col dettato biblico, non è né il padrone né il servo della natura quanto il custode, l’amministratore responsabile del creato destinato a vivere assieme alle creature di cui deve prendersi cura.

Chi pensa che si tratti di una fissazione gauchista non sa di cosa sta parlando. L’ecologia è uno dei punti chiave della riflessione di Roger Scruton, il più eminente filosofo del conservatorismo (basta prendere visione del suo “Green Philosophy”). Scruton parla di “oikophilia”, cioè alla lettera “amore per la casa”. La radice della crisi ecologica per Scruton nasce nel momento in cui la gente cessa di vedere l’ambiente circostante come una casa.

E prima di Scruton l’italiano Michele Federico Sciacca, uno dei massimi filosofi cattolici (e non solo) del Novecento, aveva già indicato nella crisi ecologica uno dei più rovinosi guasti dell’occidentalismo — cioè sempre di quell’antropocentrismo deviato a cui abbiamo accennato.

E la Chiesa? Molti ignorano l’esistenza del suo “magistero ecologico”. A colmare questa lacuna ha provveduto il frate domenicano Thomas Michelet, curatore di una antologia di testi pontifici sull’ecologia. Scopriamo così che il primo a denunciare il pericolo di una «catastrofe ecologica» è stato Paolo VI (proprio lui, il papa della Humanae vitae) in un discorso alla Fao del 1970.

A fare problema, presso molti credenti, è il legame tra ecologismo e malthusianesimo. Ancora una volta, non esiste soltanto il fanatismo biocentrico che vuole sopprimere l’uomo per salvare la natura. Il biocentrismo è soltanto la versione “sadiana” dell’ecologismo. In Sade il tema dell’inimicizia tra natura e umanità è onnipresente: i sadici torturatori dei suoi romanzi sono sempre in missione per conto di una natura vendicatrice.

Ma c’è anche, udite udite, un ecologismo antimalthusiano. Come quello promosso da Olivier Rey, il matematico-filosofo che ha indicato nella dismisura il dramma della cultura contemporanea. E come dimenticare la rivista “Limite” diretta da Fabrice Hadjadj e da alcuni dei fondatori dei Veilleurs Debout (le Sentinelle in Piedi francesi)?

Sulla stessa scia si muovono Ian Angus e Simon Butler, autori del libro “Too Many People?”, una vibrante accusa nei confronti di quell’ambientalismo neoliberale impegnato a minimizzare i guasti prodotti dal capitalismo sfrenato e dal militarismo dei paesi più ricchi. I due designano questa ideologia come “popolazionismo”.

Il ragionamento dei popolazionisti è di una semplicità disarmante: sul pianeta c’è troppa gente e troppa gente inquina; dunque bisogna che ci sia meno gente.

I popolazionisti così fanno la guerra ai poveri, accusandoli di inquinare il mondo con la sovrappopolazione. Da qui la (presunta) necessità di politiche di contenimento demografico giustificate con le ben note espressioni orwelliane. Come l’arcinota “salute riproduttiva”, l’espressione in neolingua che nasconde in realtà politiche coercitive di contraccezione di massa (incluso l’aborto per tutti).

Angus e Butler smascherano l’imperialismo contraccettivo come ideologia al servizio dei paesi più ricchi, che scaricano sui più poveri i costi della crisi ecologica. È sbagliato, dicono i due scrittori, parlare genericamente dell’inquinamento da parte dell’uomo. Siamo più vicini al vero se diciamo che alcune attività di alcuni segmenti della popolazione mondiale inquinano enormemente più di altri, così come il loro stile di vita. In testa a tutti il ristretto vertice della plutocrazia globale (l’1 per cento della popolazione del pianeta: i primi 42 dei circa 2.200 miliardari detengono la medesima ricchezza dei 3,7 miliardi di persone più povere).

La realtà è che i paesi più poveri - e più ricchi di figli - inquinano meno di tutti. Ma pagano il prezzo più alto. Sebbene produca soltanto il 3% delle emissioni globali, l’Africa è il continente più colpito dalla crisi ecologica. Ogni grado centigrado in più a livello globale corrisponde all’aumento di un grado e mezzo nel Continente nero.

La Banca africana di sviluppo ha poi stimato che l’aumento di un grado di temperatura si traduce in una perdita di 0.27 punti percentuali del Pil.

Mettere l’accento sulla popolazione distoglie l’attenzione dalle cause sociali della crisi ecologica, che risiedono nello sfruttamento sfrenato delle risorse naturali da parte di un sistema economico in gran parte basato sul massiccio impiego di combustili fossili. Il fatto fondamentale, ormai dimostrato dai climatologi, è che una maggiore quantità di Co2 nell’atmosfera intrappola più calore e riscalda la superficie della terra. Prima della rivoluzione industriale nell’atmosfera c’erano circa 280 parti per milione di Co2. Adesso abbiamo superato la soglia delle 400 parti. E la terra, di conseguenza, si è riscaldata di circa 1°C. Con tutte le ricadute del caso sull’ecosistema e di riflesso sulla salute umana e sulla biodiversità.

Colpevolizzare i poveri serve a ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità e a coprire le vere cause della crisi ecologica. Questo legame tra ecologismo malthusiano e neoliberalismo è stato denunciato anche da Michel Schooyans, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, in particolare nel libro “Nuovo disordine mondiale. La grande trappola per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità”, uscito in italiano nel 2000 con la prefazione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Chiusa questa lunga ma necessaria parentesi, torniamo all’articolo di occhidellaguerra.it che presenta un enorme problema di metodo. Una pecca che ne inficia pesantemente le conclusioni.

Nel suo esercizio di dietrologia l’articolista scrive infatti, tra le altre cose, che «a svelare il segreto del successo di Greta è stato Andreas Henriksson, noto giornalista d’inchiesta svedese. Secondo la sua ricostruzione, lo sciopero scolastico altro non era che parte di una strategia pubblicitaria più ampia per lanciare il nuovo libro della madre di Greta, la celebre cantante Malena Ernman – che nel 2009 partecipò anche all’Eurovision e vanta diverse apparizioni televisive. E il grande stratega mente di questa campagna sarebbe Ingmar Rentzhog, esperto di marketing e pubblicità, che ha sfruttato a sua volta l’immagine della ragazza per lanciare la sua start up».

Questa affermazione si appoggia a un pezzo (debitamente linkato da occhidellaguerra.it) della rivista tedesca “Der Spiegel” che attribuisce appunto ad Henriksson la “scoperta” della manipolazione di Greta per scopi di marketing da parte della madre e di un certo Ingmar Rentzhog.

La tesi di occhidellaguerra.it indica in Greta una marionetta nelle mani dei due. Una conclusione che sembra suggerita dal titolo dell’articolo dello Spiegel, a firma di Claus Hecking: «Ist Greta Thunberg eine PR-Marionette?» (Greta Thunberg è una marionetta di un PR?), apparso sul sito www.spiegel.de lo scorso 6 febbraio.

Se però andiamo oltre il titolo e leggiamo l’articolo dello Spiegel – cioè se ci lanciamo nel minimo sindacale di fact checking – scopriamo che Henriksson afferma qualcosa di ben diverso da quanto gli viene attribuito. Leggiamo infatti: «Sono convinto che Greta e Ingmar collaborino», confessa Henriksson. Che tuttavia aggiunge: «Greta però non è la marionetta pubblicitaria di Rentzhog. Le persone che divulgano una cosa del genere sono pazzi e estremisti di destra. È triste come cercano di distruggerla».

Insomma, per Henriksson Greta non si può considerare la marionetta di Rentzhog, al massimo una collaboratrice, e liquida questa vulgata come il deplorevole esercizio di killeraggio mediatico di un’area politica interessata a screditare la sedicenne. A questo proposito dobbiamo registrare che anche sulla stampa italiana, per non parlare dei social, non sono mancati i frizzi e i lazzi alle spalle di Greta.

Domando: si può citare come fonte per la propria tesi (Greta = pupazzo) una ricostruzione che afferma l’esatto contrario, ossia che Greta non è da considerare un pupazzo? Non si tratta, si badi bene, di una questione accessoria, oziosa o accademica. Il metodo con cui si riportano le fonti è sinonimo di rispetto (o, viceversa, di disprezzo) per la verità. Se la verità non è — come è sempre stato e sempre sarà — la corrispondenza tra una affermazione e un fatto, diventa una semplice etichetta ideologica.

Ma perché tanto furore verso una sedicenne, per di più affetta dalla sindrome di Asperger? Una risposta si può trovare negli interessi in gioco. Per una certa destra politica la crisi ecologica non esiste perché non deve né può esistere. Per questo va dipinta come un oscuro complotto ordito dalle lobby ambientaliste (come se non esistessero lobby potentissime che marciano in direzione contraria…). Una retorica che serve solo a coprire gli interessi molto concreti legati ai profitti stellari di un sistema economico — l’unico che non deve mai essere tirato in causa perché “there is no alternative” — che avvantaggia pochi a discapito di molti. E poco importa se sta guastando in maniera irresponsabile il pianeta.

Se le risposte di Greta al problema ecologico sono insufficienti o sbagliate, almeno hanno il merito di prenderlo sul serio. Per questo ci convincono ancora meno le risposte di chi nega il problema e vuole persuaderci che nemmeno esiste (un po’ come col gender).

Attenzione allora a non buttare via il bambino assieme all’acqua sporca.

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20/03/2019
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