Politica

di Piero Chiappano

Alcuni passaggi importanti

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In epoca di globalizzazione culturale e di capitalismo aggressivo sono sempre più numerose le forze che costringono la politica nello spazio angusto della tattica e della rendita di breve periodo, con l’elettore trattato come un consumatore e blandito con le stesse tecniche di marketing adottate dalle grandi aziende. Da Trump a Salvini, a Di Maio sarebbe infatti impensabile parlare di successo elettorale senza considerare gli investimenti in comunicazione.

Non che per l’Italia sia una completa novità – tutti ci ricordiamo i sondaggi di Berlusconi, i consigli ai candidati, la scelta di puntare sull’immagine del solo leader, l’improvviso aumento delle spese elettorali: tutti elementi mutuati dalle logiche d’impresa – ragion per cui a volte vale la pena di confrontare il modello aziendale con quello politico. Lo scopo è quello di renderci edotti di ciò che sta dietro un modello politico per sapersi difendere e trarre ispirazione.

Va subito fatto notare che dagli anni Novanta la comunicazione è cambiata in modo sovrasensibile. La digitalizzazione della comunicazione ha portato le aziende a modificare radicalmente gli investimenti pubblicitari. Quanto al supporto si usano sempre meno cartelloni, radio e tv e sempre più canali social, quanto al contenuto siamo passati dal prodotto all’aspirazione/emozione per giungere alla percezione di personalizzazione: un’offerta su misura per te. Non ci sono quasi più testimonial inarrivabili, ma influencer che potrebbero essere nostri vicini di casa. L’obiettivo vero è la profilazione del cliente, le cui informazioni confluiscono in un magma di dati che suggeriscono alle aziende l’offerta più appetibile. Non diversamente si muove il partito politico, che sfrutta questi dati per selezionare gli argomenti su cui puntare, il linguaggio da utilizzare, le proposte da avanzare, i leader da spingere. Se un tema funziona, lo si cavalca finché dura. Volantini e santini appartengono alla preistoria.

Le aziende che non reggono il passo di questa rivoluzione digitale non sopravvivono. Similmente i partiti: la crisi della sinistra è anche una crisi di linguaggio. Da quando Berlusconi scippò alla sinistra la parola “popolo” riuscendo a coniugarla con “libertà” per la sinistra è sempre stata una rincorsa, spesso ostacolata da un’immagine scadente dei propri leader. E non è mai andata oltre la scimiottatura degli slogan della sinistra liberal americana degli anni Sessanta. Il top del kitsch personalmente l’ho rilevato in un video dove la Boldrini faceva il verso al Bob Dylan di “Subterranean Homesick Blues”, di cui copia l’idea dei cartelli che scivolano uno dopo l’altro dalle mani del protagonista. Ma un conto è essere un premio Nobel per la letteratura che per alcuni anni è stato la voce della controcultura di un’America in cambiamento, un altro è aver ricoperto una carica istituzionale in modo rigido e tronfio.

Altro fatto determinante per il successo aziendale è il rapporto coi clienti, che ormai di regola vengono coinvolti nella co-creazione e design dell’offerta che poi andrà sul mercato. Non si tratta più di un semplice test di qualità o gradimento, ma proprio di un apporto attivo. La creazione di un app, ad esempio, così come il rifacimento di un sito web, tengono conto proprio dell’esperienza degli “early users” cioè di quei clienti che, cimentandosi con la prova, suggeriscono miglioramenti anche strutturali: in un sito di e-commerce il numero totale dei click che vanno dalla cernita del prodotto alla transazione economica può essere più importante dell’estetica o del livello di dettaglio delle informazioni. In politica proprio i social o le varie piattaforme di comunicazione hanno rinnovato il concetto di democrazia diretta, dando l’illusione di essere tutti coinvolti nel determinare in tempo reale un programma, una candidatura, una scelta significativa, laddove altri sono ancora fermi alla pratica delle primarie.

Assodato come funziona oggi la comunicazione nei partiti maggiori, rimane da constatare un fatto e cioè che, pur essendosi aggiornati negli strumenti, rimangono attori di un mercato estremamente competitivo in cui ci si contende l’ultimo voto in modo brutale, riducendo “ad ventrem” l’impatto di ogni slogan, recitando il brogliaccio in modo tribunizio, azzerando ogni parola data in nome della presa o del mantenimento del potere. In questo non si dimostrano affatto diversi, per esempio, dai player della telefonia, che operano in un settore congestionato e si rivolgono a clienti che spesso già possiedono due contratti. La lotta spasmodica per accaparrarsi clienti nuovi diventa un gioco a somma zero in cui c’è sempre uno che vince e l’altro che perde. Non c’è una vera innovazione di sostanza, solo di forma – canottiera di Bossi, cravatta di Fini, tinta di Berlusconi, “vaffa” di Grillo, giubbottino di Renzi – oppure operazioni ruffiane come il milione di posti di lavoro, il bonus di 80€ o il reddito di cittadinanza, che alzano l’asticella dell’offerta per poi ritorcersi sugli stessi latori delle proposte. Possiamo paragonare il mercato aziendale e quello politico a un “oceano rosso”, tinto del sangue degli squali che si mordono a vicenda per mantenere e conquistare spazio, un oceano in cui è difficile e pericoloso affacciarsi, sia perché bisogna davvero possedere mezzi stratosferici, sia perché gli squali già presenti si coalizzarebbero all’istante contro il nuovo player.

Un libro di management scritto qualche anno fa da due economisti, Chan Kim e Renée Mauborgne, individua la soluzione nella necessità di trovare un “oceano blu”, un mercato sconosciuto che spiazza la concorrenza perché non la affronta direttamente: semplicemente si concentra su altro. E lo fa lavorando sulla creazione di valore fino ad occupare uno spazio in cui gli squali non ci sono ancora e faticheranno parecchio per arrivarci. Perché chi è nuovo è anche snello, e si può presentare con una proposta compatta, a differenza di chi possiede un’immagine condizionata da scelte e investimenti passati che finiscono per zavorrare il viaggio. E un oceano blu, come acutamente suggeriscono le tecniche di pensiero laterale, c’è sempre. Nespresso ha reinventato il caffè espresso, Cirque du Soleil ha reinventato il circo. Sono due esempi, questi, che prima di pensare alla sottrazione di clienti alla concorrenza si sono concentrati su un alternativa da offrire e si sono preoccupati di confezionarla nel migliore dei modi.

La fondazione del Popolo della Famiglia contiene i semi di questa rivoluzione: dal nome al simbolo è infatti coerente nel sostenere una premessa non velleitaria (il Family Day) che porta novità in uno scenario molto più tradizionale. L’uso delle parole “famiglia” e “gender” suona nuovo e provocatorio, così come risulta di fascinoso azzardo l’idea di puntare a tutto quell’elettorato concretamente dimenticato nelle leggi di bilancio dai vari governi.

L’oceano blu stava già lì al Circo Massimo, ma pochi l’hanno capito.

Un oceano che continua ad essere dimenticato se non in questo periodo di promesse elettorali, blandito da player che però conoscono solo le regole degli squali, quelle regole che mescolano emotività bruta e denaro ed è l’ennesima gara a chi le spara più grosse sapendo che non ci sono mezzi per fare nulla.

Il Popolo della Famiglia invece spinge sui valori “non negoziabili”, fa i banchetti, raccoglie firme, presenta libri, usa i social per presentare una comunità fiera che risponde compatta quando viene attaccata, non teme di frapporre la complessità al qualunquismo, non mendica alleanze: tutti segnali di oceano blu che rivelano un modo diverso di fare politica.

E la non-vetrina del Congresso di Verona ha portato i suoi frutti, perché questo tenere duro ha orientato l’occhio di bue degli osservatori che contano verso il Popolo della Famiglia, che ha avuto modo di differenziarsi nella galassia pro-family e pro-life chiarendo la sua distanza da sovranismi, populismi, radicalismi di massa, mantenendosi stabile tra le spallate di LGBT, fuoco amico, insorgenze preconciliari e ultradestra.

Tutto questo seguendo una luce che dell’oceano blu rappresenta il porto naturale: il Popolarismo di Don Sturzo. Dove hanno sbagliato tutti quelli che l’hanno evocato anche di recente in occasione del centenario dell’appello ai Liberi e Forti? Nel non presentare proposte di valore ispirate alla non negoziabilità di certi assunti, nel non avere avuto il coraggio di dire che certe leggi vanno cambiate e altre vanno abolite, nel cedere per convenienza ad abbracci mortali, nel non avere un reale interesse a fondarsi una vera identità politica, una personalità ingombrante e sconveniente che tuttavia è l’unico modo per sparigliare la concorrenza, che a questa stregua non sa con quali mezzi combattere.

Per queste ragioni non vedo negativamente né l’abbandono di qualche militante né una eventuale non crescita elettorale a breve. Ed è normale una certa angoscia: quando si comincia a solcare un oceano blu all’inizio si sperimenta solitudine, indifferenza, incomprensione. Se si tiene duro però si seleziona una massa critica di militanti che agisce intellettualmente, dialetticamente, operativamente in modo coordinato fino a che il risultato arriva. Gli avversari non possono copiare il Popolo della Famiglia proprio perché sono zavorrati dal passato, sono legati a vecchi schemi competitivi, possono rubare i temi, ma poi non li sanno gestire. E nemmeno bisogna aspettarsi ponti d’oro dall’associazionismo di ispirazione religiosa, perché anch’esso vive di schemi consolidati nel fallimento – come l’abitudine a votare il meno peggio – e non si può pretendere di convincerlo, ci arriverà da solo. Bisogna smettere di chiederci cosa ne pensa questo e cosa ne pensa quello. Il nostro elettore abita un mercato nuovo, molto più trasversale di quanto crediamo. Basta anche con destra, sinistra, sovranismo, liberal-socialismo. Parliamo di Popolarismo, di bene comune, di cultura della vita e lasciamo che le persone vi si riconoscano. Quello è il nostro oceano blu, meravigliosamente blu come il simbolo del popolo della Famiglia, e già lo stiamo navigando.

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06/04/2019
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