Società

di Adriano Virgili

L’insostituibile fisionomia del matrimonio

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Una delle conseguenze più macroscopiche del Congresso Internazionale delle Famiglie svoltosi recentemente a Verona è stata quella di aver riportato al centro dell’attenzione pubblica nostrana il tema della famiglia. Questo però è avvenuto in un contesto culturale ormai inquinato da un disarmante relativismo secondo il quale, alla luce delle attuali conoscenza, non sarebbe più possibile parlare della famiglia nucleare, quella cioè formata da un uomo, una donna ed i figli con essi conviventi, come “famiglia naturale”. La famiglia naturale non esiste, si sente ripetere con sempre maggiore insistenza e, al fine di dimostrarlo, si chiamano in causa i risultati dell’indagine etnografica e dell’analisi antroplogico-culturale. Personalmente, mi trovo nella singolare condizione di essere, per formazione, sia un antropologo culturale che un filosofo, di dichiarata “fede” tomistica. La polemica attualmente in atto mi spinge quindi a proporre una breve riflessione su questo tema a cavallo tra antropologica culturale e filosofia. Mi rendo conto che l’argomento, per essere sviscerato in tutta la sua reale portata, meriterebbe la composizione di un intero saggio, pertanto in questa sede mi limiterò ad una brevissima riflessione preliminare sullo stesso, riservandomi di approfondirne i vari aspetti in eventuali futuri contributi.

Parlare di famiglia significa parlare di parentela. Ora, si dice, l’indagine antropologico-culturale dimostra che, nelle diverse culture, la relazione di parentela (anche quella tra genitori e figli) può essere costruita anche dopo la nascita mediante specifiche procedure di appropriazione simbolica. Si fa notare come, nonostante la nascita di un individuo avvenga necessariamente attraverso l’unione di un uomo e di una donna, una famiglia è un insieme di persone che partecipano in modo intimo gli uni degli altri in una costruzione sociale culturalmente significativa che include fattori biologici, ma che non si riduce a questi, fino ad arrivare in situazioni in cui le relazioni di carattere extra-biologico sono preponderanti. La parentela sarebbe fondamentalmente un sistema simbolico capace di dare senso al dato biologico della filiazione, ma che in molti casi vi si sovrapporrebbe, rientrando (per rifarsi ad una dicotomia cara a Lévi-Strauss) più nell’ambito culturale che in quello naturale. Ogni cultura risolve a modo suo il problema relativo all’assegnazione di un individuo ad un determinato gruppo parentale a volte prescindendo in modo più o meno marcato dai fattori meramente biologici. Così, l’istituto matrimoniale, quello che regola fondamentalmente l’accesso sessuale degli uomini rispetto alle donne, e viceversa, si configura in modo molto variabile tra le diverse culture. E qui giù di esempi tratti dalla letteratura etnografica di cui, tra gli altri, ci offre un vasto campionario il volume di Marshall Sahlins, “Wat Kinship Is – And Is Not”, The University of Chicago Press, 2013 (pubblicato nel 2014 in traduzione italiana con il titolo di “La parentela: cos’è e cosa non è” da Eleutera).

Si fa notare come nelle culture matrilineari (quelle in cui i soggetti appartengono alla famiglia della madre, anziché a quella del padre), ad esempio, quali quelle africane degli Ashanti e degli Ndembu, il legame familiare fondamentale è quello tra fratello e sorella. Il fratello esercita l’autorità sui figli della sorella, i quali saranno i suoi eredi. La sorella gode di certi diritti in quanto parente femminile più stretta e rappresenta la fonte di continuità del lignaggio. Se nelle società patrilineari (quelle in cui gli individui appartengono al lignaggio paterno) l’interesse degli uomini si concentra sull’avere figli, in quelle matrilineari si concentra sul fare in modo che ne abbiano la proprie sorelle. Tra fratello e sorella c’è una grande intimità: l’uomo tenderà a confidarsi con la sorella, anziché che con la propria moglie, e sarà questa che consulterà quando avrà bisogno di un consiglio o si tratterà di gestire le proprie finanze ed i propri possedimenti. In queste culture il rapporto tra un padre ed i propri figli tende ad essere molto più informale ed il primo non viene considerato dai secondi come una figura dotata di autorità, ma come un amico e spesso un complice.

In tutte le culture il matrimonio è un’istituzione sociale finalizzata alla riproduzione e all’assegnazione dei figli a un gruppo piuttosto che a un altro. L’unione matrimoniale presenta una grande flessibilità e a volte si configura in modi che a noi occidentali possono sembrare piuttosto bizzarri: fra gli Igbo della Nigeria, in caso di sterilità del marito, una donna è autorizzata a avere rapporti sessuali con un altro uomo, e i figli procreati saranno legalmente figli del primo (il pater) e non del secondo (il genitor). Fra i Nuer del Sudan è documentato il matrimonio con il fantasma, per cui, qualora un uomo muoia senza figli oppure prima di sposarsi, un fratello o un cugino può sposarsi con una donna in nome del defunto in modo che i figli siano legalmente figli del defunto. Sempre fra i Nuer, esiste il matrimonio fra donne (privo di connotazioni omoerotiche): una donna sterile può contrarre matrimonio con un’altra donna, sceglierle un amante e i figli nati da questa unione saranno figli socialmente riconosciuti della donna-marito, membri del gruppo di quest’ultima. La donna-marito è persino culturalmente autorizzata a chiedere un risarcimento alle proprie mogli qualora queste intrattengano rapporti sessuali con altri uomini rispetto a quelli da lei designati. Ci sono anche i fratelli della madre chiamati “madri maschi” e le donne agiate Lovedu che cedono il loro bestiame per acquistare “mogli” e diventare così “padri” dei loro figli. I Karembola del Madagascar considerano fratelli e sorelle la stessa cosa, e un uomo può così rivendicare la maternità di un bambino.

In alcune popolazioni dell’Amazzonia, una nascita può anche non coinvolgere alcun tipo di parentela, se quello che la donna porta in grembo è il figlio di un animale (spirito/animale). Fra gli Inuit della Groenlandia, quando un bambino è chiamato con il nome del nonno materno, inizia a chiamare figlia la madre che lo ha partorito, marito di mia figlia il padre e moglie la nonna.

Ci sono poi le famiglie poligame: quelle poliginiche (in cui cioè un uomo ha più mogli), quelle poliandriche (in cui una donna ha più mariti) e quelle poliginandriche (in cui un gruppo di uomini, generalmente dei fratelli, si uniscono in matrimonio con un gruppo di donne, generalmente delle sorelle). Nel caso delle famiglie poliandriche e poliginandriche, i figli saranno considerati come di tutti i mariti, anche quando sia nota l’identità dell’effettivo padre biologico degli stessi.

Di fronte ad una così grande varietà di modelli familiari e matrimoniali (di cui non ho citato che pochi esempi), non è forse assurdo parlare della famiglia nucleare, quella storicamente più diffusa nella nostra cultura, come della “famiglia naturale”? Non è forse etnocentrico, ci si domanda, considerare il nostro modello matrimoniale come l’unico legittimo?

Ed è qui che subentra il filosofo, il quale fa notare come un tale modo di porre la questione presupponga che l’unica legge sia quella positiva, vale a dire che le leggi che gli uomini si impongono siano il termine ultimo in base a cui valutare la liceità delle loro azioni. Secondo una tale prospettiva, in effetti, gli usi ed i costumi di ogni popolo sono moralmente equivalenti anche quando sono in contraddizione gli uni con gli altri. Ovviamente, questa concezione, come si evincerà chiaramente anche solo da quanto ho appena scritto, è auto-contraddittoria. Sarebbe abbastanza semplice articolare un’argomentazione atta a dimostrare quanto sopra, ma in questo contesto non c’è nemmeno bisogno di scomodarsi a farlo. Già, perché gli stessi fautori dell’idea che non esiste la “famiglia naturale”, un tipo di famiglia che a livello meta-culturale sia da considerarsi come l’unica veramente tale, sono poi i primi ad indignarsi perché in determinate culture e società i diritti dei gay o delle donne non sono adeguatamente rispettati. Questo significa che anche costoro, implicitamente, ritengono che oltre ad una legge positiva debba esservi una legge naturale, cioè quella norma morale che trae i criteri dell’agire umano direttamente dalla natura specifica dell’uomo. Se così non fosse, infatti, non avrebbe senso indignarsi per le pratiche considerate immorali di una specifica cultura o società, in quanto non ci sarebbe nessun metro meta-culturale o meta-sociale in base al quale determinare la moralità o l’immoralità di un qualcosa a prescindere da come questo viene considerato dai singoli gruppi umani.

Ora, quando uso il termine “naturale”, non voglio intendere un qualcosa di imposto dalla natura, in quanto la legge morale suppone sempre la mediazione della ragione, ma indicare un qualcosa che è conforme alle esigenze della natura umana così come possono essere indagate e conosciute dalla ragione. Ed ecco che si chiarisce anche il senso in cui è possibile parlare di “famiglia naturale”, un qualcosa su cui non sembra che i negatori della sua esistenza, in effetti, abbiano sempre le idee sufficientemente chiare. Con l’espressione “famiglia naturale” non si intende indicare l’unico tipo di famiglia imposto dalla natura umana (ecco perché le culture hanno elaborato modelli familiari tanto diversi gli uni dagli altri), bensì quella più confacente alle esigenze dell’uomo in quanto tale.

Rimane a questo punto da giustificare il motivo per cui la famiglia nucleare, vale a dire la “società coniugale” fondata sul matrimonio, sia da considerarsi come la “famiglia naturale”.

Come ho mostrato sopra, non è possibile individuare una forma del matrimonio che sia stata condivisa sotto ogni riguardo dai popoli di tutte le culture: la divergenza delle istituzioni matrimoniali sconcerta e, a prima vista, scoraggia chi voglia tentare una sintesi. Sembra che l’elemento più costante sia individuabile a livello biologico nel rapporto sessuale: il resto appare piuttosto fluido, incerto, contraddittorio. Tutto considerato è però possibile formulare una prima definizione del matrimonio che comprende tutte le varianti di un fatto che resta insopprimibilmente naturale e perciò soggetto all’evoluzione della coscienza umana: istituzione che ovunque e sempre tende a regolare le manifestazioni dell’istinto sessuale secondo particolari norme di una data comunità umana. Ciò vuol dire che il matrimonio, universalmente, non risulta mai concepito come un fatto privato, una convivenza libera da qualsiasi vincolo legale, rimessa unicamente alla coscienza e alla personale e più insindacabile decisione dei singoli quali unici gestori dei propri sentimenti e scelte. Entro i limiti fissati dalla legge positiva dei vari popoli, il matrimonio, come istituzione, ha conosciuto tutte le forme e tutte le aberrazioni: dalla poligamia alla poliandria, dal concubinato al divorzio. Resta comunque confermato che questo istituto, come unione dell’uomo e della donna in vista e in funzione della famiglia, ha assunto un carattere sempre più delineato dal punto di vista giuridico, mai lasciato all’arbitrio personale: un amore libero, sottratto ad ogni legge, non è mai esistito.

La nozione del matrimonio comprende il dato biologico (l’attrazione dei sessi), e quello razionale, ossia la sua disciplina ottenuta in virtù di particolari norme giuridiche. Ora, se volessimo limitarci soltanto sul primo, la nozione del matrimonio rifletterebbe unicamente la vita istintiva comune anche alle bestie; mentre, se preferissimo il secondo, l’istituto matrimoniale non emergerebbe in modo sufficientemente chiaro, inequivocabile, perché non c’è legge che non dipenda dall’arbitrio umano, per sé fallibile. L’analisi antropologica delle varie culture si limita a descrivere la vita delle stesse, non suggerisce una norma; documenta l’essere, non indica il dover essere, richiama dei fatti, non fa scoprire il diritto. Cercare la norma, vuol dire voler cogliere l’essenza o il dover essere del matrimonio; il quale, essendo un fatto eminentemente umano, può essere giudicato solo risalendo alle inclinazioni della natura umana integrale.

La famiglia nucleare è la cellula fondamentale della società correttamente ordinata (società che vede idealmente nell’amicizia tra gli uomini che la compongono il collante che la tiene assieme), perché l’amicizia soddisfa tutte le reali virtualità di sviluppo della persona umana solo nel matrimonio monogamico, e ciò per le ragioni di fondo riassunte in quella complementarietà dei sessi che implica l’essenziale unità dei medesimi nella più eterogenea ricchezza di struttura esclusivamente propria del primo nucleo sociale umano, capace di generare nuova vita. Non c’è forma di amicizia più alta di quella che è possibile tra i due sessi che si amano e si donano in vista della prole. La loro muta attrazione d’amore è determinata dalla massima unità nella massima alterità che la natura umana possa offrire.

Il matrimonio monogamico realizza la più profonda comunione di amore tra i sessi in una integrazione mutua dei medesimi così perfetta da risultare naturalmente feconda e assicurare perciò la sopravvivenza della famiglia umana, ultimo scopo inteso dalla natura. Attraverso il matrimonio si realizza la perfezione dei coniugi e la procreazione della prole. Ovviamente, il secondo, anche se posteriore nel tempo, interessando la specie, prevale sul primo che riguarda due individui; perciò il primo, immediato, è subordinato al secondo.

Ecco perché la famiglia nucleare, quella fondata dai coniugi e dalla loro prole, è in effetti la “famiglia naturale”. Questa è infatti la forma di unità familiare che meglio risponde alle esigenze della natura umana così come possono essere indagate e conosciute dalla ragione e che, in buona sostanza, è l’unica forma di famiglia in senso proprio.

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09/04/2019
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