Società

di Rachele Sagramoso

L’onda del “femminismo prolife”

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Cosa c’è di vero nell’idea che la scelta di abortire sia sempre dolorosa e che l’IVG lasci segni indelebili sulla psiche della donna?”

Questa è una domanda alla quale una psicologa psicoterapeuta prova a rispondere con lo scopo di smontare pezzo per pezzo l’idea che interrompere la gravidanza provochi conseguenze sulla donna che opta verso quella scelta. Il mezzo per decostruire questa opinione, è elencare studi scientifici. Perché si sa: se un’affermazione la compie la scienza – che non sbaglia mai – allora bisogna tacere e non opporsi. Ma la scienza può sbagliare. E spesso l’uso che si fa della scienza, è opinabile: pensiamo all’utero in affitto che è una tecnica possibile grazie alla scienza, ma la cui moralità lascia non pochi dubbi a chiunque. Inoltre portare sempre tutto sul livello scientifico significa ridurre e abbassare il livello di discussione che, in alcuni casi, è estremamente pericoloso.

In tutto l’elenco di studi che vengono forniti all’uopo, mancano tuttavia il protagonista e l’altro attore del dramma “aborto”: il primo è il bambino. Che sia solo ed esclusivamente un’insieme di celluline che, se non tormentate, crescerebbero dando vita a un bambino, è un fatto assodato. Non credo che ci sia bisogno di analizzare quello che libri di autorevoli scienziati riportano in testi di embriologia, ginecologia, ostetricia e molto altro, sino a giungere a quei manuali molto colorati e gioiosi che vengono regalati alle mamme in attesa, per conoscere cosa sta accadendo dentro nel corpo della donna. Potremmo anche leggere tutte le parole che innumerevoli medici abortisti affermano durante le interviste. Quello che viene soppresso con l’interruzione volontaria di gravidanza è inesorabilmente un bambino che vive indipendentemente dal desiderio della donna nel quale grembo si trova e la cui “colpa” è quella di essere concepito senza che la madre e/o il padre lo vogliano. È fondamentale spostare anche verso di lui l’argomento, poiché si rischia di perdere di vista la situazione nel suo insieme. Invece in tutto l’articolo che desidera smontare l’opinione che la donna che è rimasta incinta involontariamente una volta che ha avuto accesso all’interruzione della gravidanza, non dia segni di sofferenza mentale, del bambino non si parla mai.

Il secondo attore della vicenda è l’uomo, del quale non si parla mai se non indirettamente e, come spesso accade in questi casi, in modo del tutto marginale come se fosse un terzo incomodo. Il concetto che sta alla base di un documento dell’American Psychological Association (in seguito APA) citato nell’articolo, è che le donne che hanno interrotto una gravidanza non pianificata non c’è un maggiore rischio di sviluppare problemi di salute mentale. Innanzi tutto domandiamo cosa accade a queste donne: che avendo rapporti sessuali si vada incontro a gravidanza, non credo che ci sia nulla di nuovo. Quello da domandarsi è: che ruolo ha, l’uomo, in tutta questa vicenda? La storia narra di uomini che si defilano, che se ne lavano le mani, che non vogliono conseguenze, che non vogliono altri figli, che minacciano fisicamente e psicologicamente la donna se non interrompe la gravidanza. Mi spiace affermare questo, ma molta causa nella scelta di definire una gravidanza “non pianificata”, sta nell’uomo. In diversi testi e raccolte di racconti di donne che hanno affrontato l’IVG, la parte maschile della coppia non ha un ruolo particolarmente positivo. Anche Abby Johnson, autrice del famoso libro diventato ora film, “Scartati”, nel quale narra sulla sua esperienza di direttrice di una clinica della Plannet Parenthood, ne parla in modo piuttosto chiaro: le donne sono spesso sole, quando vanno ad abortire, ed è lì che io comprendo quanto l’autrice si sia sentita in dovere di essere d’aiuto alle donne facendo parte di un’organizzazione che ufficialmente promuove “consapevolezza sulla fertilità” (che sta a significare fornire alle donne anticoncezionali e possibilità di interrompere la gravidanza ogni volta che lo desidera: suggerisco la visione del brevissimo filmato su Youtube: Prager U – What you need to know about Plannet Parenthood).

Lo capisco poiché sono realmente tantissime le ostetriche e le ginecologhe che, mosse realmente da buoni propositi, sostengono la donna nella sua autodeterminazione. Thérèse Hargot («L’epoca dell’aborto sta passando» intervista esclusiva con Thérèse Hargot, di Giovanni Marcotullio, La Croce Quotidiano del 31/1/2017) sottolineando il fatto che l’aborto non è che un proseguimento della mentalità contraccettiva, racconta in pochissime e chiare parole, la sensazione che molte donne maturano spesso quando si trovano a confrontarsi con una gravidanza “non pianificata”: ella parla di una sensazione di ambivalenza che deve poter essere condivisa con l’altra metà che ha avuto ruolo nella gravidanza, ovvero l’uomo. La donna ha diritto di esprimere timore e sconforto, quando viene a conoscenza del fatto che è incinta e non era una situazione progettata a tavolino. La Hargot trova giusto che la donna si senta libera di dire che magari non vuole quella gravidanza, che magari sarebbe suo desiderio interromperla. Ma sta all’uomo – secondo lei – ascoltarla con immenso rispetto e poi proteggerla da quell’ambivalenza, e affermare che no, non si abortisce. Quanti uomini condividono e accettano questo ruolo di estremo rispetto e accoglienza della donna, ma, nel contempo, sviluppano senso di protezione nei confronti della loro famiglia tanto da poter comunque esercitare per lo meno il diritto di parola sull’argomento “bambino”? So che l’immediata contestazione che si muoverebbe verso queste parole – in modo credo irriverente come i cartelli di alcune manifestanti che si abbigliano carnevalescamente come delle protagoniste di un romanzo distopico piuttosto noioso – riguarderebbe la trita e ritrita convinzione che l’utero è della donna, per cui decide lei. Il fatto è che – come purtroppo confermano anche gli uomini che impongono direttamente o indirettamente alla donna di abortire – ciò che alberga nell’utero della donna, non è completamente suo, ma è qualcosa – sarebbe più opportuno dire “qualcuno” – che un uomo ha contribuito a creare: nel bene o nel male, egli ne condivide la responsabilità. Se l’uomo sconsiderato e infingardo può, con misogina estrema, deresponsabilizzarsi e lavarsi le mani del proprio bambino, è anche doveroso premiare gli uomini che invece manifestano maturità e virile presenza psicologica, sostenendo la propria donna, ma proteggendo il proprio bambino (i 23 cromosomi della creatura sono suoi).

Un’altra riflessione della Hargot, che trovo interessante, è quella sul ruolo della donna che affianca la donna in questo contesto. Per farlo, tuttavia, ho bisogno di citare una giornalista italiana, Marina Teragni, che, tramite la sua bacheca facebook, disse poco tempo fa che nelle società matriarcali (si riferiva a una personale conoscenza della tribù dei Moso), nessuna donna è spinta ad abortire poiché viene sostenuta a non farlo, grazie agli aiuti pratici forniti dalle altre donne. La Hargot sembra collegarsi involontariamente a questa testimonianza, poiché afferma testualmente «per me il grande problema è che oggi si è tolta voce all’ambivalenza del desiderio materno, perché appena una donna dice “non voglio questo bambino”, le rispondono: «Ok, ti portiamo ad abortire». Ma io – direbbe quella donna – non ti ho detto che voglio abortire, bensì che per me è difficile. Dico a livello emozionale, non sul piano normativo, e questa duplicità semantica fa parte dello spirito femminile».

Proseguendo nella lettura dell’articolo che riporta il documento dell’APA, si legge che sia ben altro che causa effetti negativi sulla salute mentale delle donne: “sentirsi sottoposte a stigma sociale”, “l’essere esposte ad attività di gruppi contro la libertà di scelta (picchetti antiabortisti davanti agli ospedali o materiali di propaganda), “necessità della segretezza” e la “percezione di un basso supporto sociale”. In tanti testi che affrontano l’interruzione volontaria di gravidanza, io non ho mai letto una sola parola contro la donna. Un piccolo elenco, giusto per curiosità: “Dare un nome al dolore” di Benedetta Foà, “Scartati” di Abby Johnson, “Maternità interrotte: Le conseguenze psichiche dell’IVG” di Tonino Cantelmi, Cristina Cacace, Elisabetta Pittino, “Indesiderate. Storie di ordinarie discriminazioni di donne e bambini in una società abortista” di Andrea Mazzi.

La donna che rimane incinta di una gravidanza “non programmata” e, soffrendo – non lo mettiamo in dubbio – opta per interromperla, si trova a vivere spesso una situazione in solitudine: non vivendo in una società matriarcale (della quale fa menzione Marina Terragni) le altre donne fanno da scudo alla donna, accompagnandola verso questa strada e portando avanti il discorso legato al diritto della donna di decidere del proprio corpo e aiutandola a sopprimere suo figlio; non vivendo in una società patriarcale - visto che la cultura ha cancellato la virilità maschile trasformando spesso l’uomo in un essere umano di sesso maschile che esercita la propria parte testosteronica solo attraverso la violenza e l’imposizione (Roberto Marchesini afferma il fatto che gli uomini d’oggi siano dei machi insicuri terrorizzati dalla reputazione che viene attraverso i like) – l’uomo è spinto a defilarsi o a delegare la decisione alla donna pur di non assumersi la sua responsabilità. Non faccio fatica a credere che, a questo punto, la donna possa soffrire se si confronta con chi tenta di attirare l’attenzione verso il nascituro, poiché l’aborto possiede comunque, anche per le donne che ne usufruiscono, un peso morale non da poco conto. Ovviamente va tutto collocato in diversissime situazioni nelle quali la donna può trovarsi, e non è difficile comprendere che per molte donne che vivono situazioni disagiate fatte di povertà, violenza e timore di non poter provvedere al meglio per un futuro figlio, l’aborto è realmente un’ancora di salvezza. Il problema non è che la donna che vive in situazioni di forte disagio economico e sociale soffra perché non riesce ad abortire (come affermano alcuni studi): il problema è che ci siano situazioni sociali di disagio economico che sono fatti di violenza e povertà! Ancora Marina Terragni scrive infatti «I veri abortisti sono tutti coloro contribuiscono a qualunque titolo alla creazione di condizioni sfavorevoli alla maternità. A cominciare da quei datori di lavoro che costringono le giovani donne a firmare all’atto dell’assunzione dimissioni in bianco, da utilizzarsi in caso di gravidanza, o che le condannano al precariato permanente. Per arrivare alle banche che non concedono mutui per l’acquisto della prima casa, impedendo a molte giovani coppie di costruire un proprio nido. E alla politica che non investe nel welfare e nei servizi, abbandonando le giovani madri al loro destino, che non mette in atto vere politiche per il sostegno familiare -altro che Paese della famiglia: siamo il fanalino di coda in Europa-. Che non ragiona su una dis-organizzazione del lavoro che consenta di avvicinare tempi di lavoro e tempi di vita. Nella gran parte dei casi, le donne abortiscono perché costrette da condizioni materiali inaggirabili» (“Chi sono i veri abortisti” , Marina Terragni, Io Donna, 1 novembre 2013). Tant’è che esistono i Centri di Aiuto alla Vita o i progetti di sostegno economico (come il Progetto Gemma), che vanno a sopperire a tali mancanze dello Stato (e dei consultori pubblici).

Che ruolo hanno le donne che circondano la donna che, per dirla come dice la Hargot, si trova in una situazione di ambivalenza nei confronti della gravidanza o, in modo molto più chiaro, ha del tutto l’intenzione di interromperla? Compiamo un esempio: una donna mette al mondo il suo bambino. Voluto, desiderato e progettato. Tuttavia il neonato, soprattutto in una cultura come la nostra che è child-free talmente tanto che ci sono donne che non hanno mai preso in braccio un bambino, non è un bambolotto. A seconda della gravidanza che ha vissuto e a seconda di com’è stato trattato durante la sua nascita (e da com’è stato il parto per la donna), e per com’è caratterialmente, un neonato può essere tranquillo o meno. Va da sé che se la donna non si è preparata per l’allattamento e gli altri bisogni fisiologici del bambino (da quello di contatto, a quello di stare con la sua mamma il più possibile), si trovi spaesata. Tutte le mamme lo sanno: la doccia è un miraggio, il trucco è giurassico, i film d’amore provocano torrenti e i mariti sbagliano tutto. E il neonato piange. Ha bisogno di mamma (sulle motivazioni fisiologiche e antropologiche di questo, suggeriamo la lettura di Besame Mucho di Carlos Gonzales e Quando tuo figlio piange di Sheyla Kinzinger) e di null’altro. Di cosa ha, invece, bisogno la mamma? Di aiuto, sostegno, presenza pratica ma non invadente. È fondamentale che i bambini siano ascoltati nei loro bisogni, ma che anche le mamme lo siano. Il 17 ottobre 1956 a casa di Mary White a Franklin Park, in Illinois (Usa) e con la presenza di altre sette fondatrici e cinque loro amiche in attesa di un bambino, iniziò la vita dell’associazione internazionale di sostegno, promozione, difesa dell’allattamento materno il cui nome è il più conosciuto in tutto il mondo: La Leche League (il cui nome è ispirato alla “Nuestra señora de la leche y buen parto”, ovvero “Nostra signora del latte e del buon parto”). Si legge infatti sulla pagina della storia de La Leche League «Finalmente il mondo della medicina sostiene a gran voce ciò che sette donne ripetevano fin dal 1956: che i bambini sono nati per essere allattati. Oggi La Leche League è un’organizzazione internazionale con circa 6000 Consulenti in 77 Paesi del mondo, ma il suo scopo è rimasto sempre quello di fornire informazione e sostegno da-mamma-a-mamma, tali da garantire alla neomamma tutta la sicurezza di cui ha bisogno per poter allattare il suo bambino. Le Consulenti de La Leche League forniscono incessantemente alle mamme questo tipo di sostegno personale tramite gli incontri mensili di persona o digitali, l’assistenza telefonica o elettronica e la distribuzione di pubblicazioni» (dal sito https://www.lllitalia.org/la-leche-league/la-storia.html). Questa citazione ci è d’aiuto poiché da quando è sorta la necessità di sostenere l’allattamento materno, si è compreso quanto questo gesto fisiologico e spontaneo, sia – oltre che il modo più normale di nutrire un neonato – un “trucco” che la natura ha messo in gioco per far sì che tra madre e neonato/bambino si stabilisca una relazione (ricordiamoci che i “famosi” che hanno sfruttato l’utero in affitto, lo sanno bene: Lo Giudice disse che la donna non deve allattare perché si crea un legame col bambino). Nella più assoluta stanchezza, la donna è ovvio che cerchi l’aiuto di qualcuno che possa sollevarla un po’ anche della responsabilità di quella relazione. Ecco perché risulta molto più semplice delegare al pediatra ogni decisione, usufruire di una compiacente suocera che si offre di somministrare biberon, piuttosto che stare col proprio neonato e, invece che leggere tanti libercoli che insegnano metodi per farlo dormire, “leggere” il proprio bambino e conoscerlo. Il problema della stanchezza della donna moderna, nata ben lontana dalla tradizione della “quarantena” (quella durante la quale la donna si riposava potendo contare sul sostegno di altre donne), sta proprio nel fatto che – oltre del reagire alla solitudine –, una madre necessiti di aiuto vero: quindi non di qualcuno che pensa di essere d’aiuto sostituendosi alla sua funzione di madre. Di qualcuno, quindi, che agevoli la sua presa di coscienza e responsabilizzazione nei confronti del bambino, sollevandola dalle fatiche familiari complementari senza distoglierla dal fatto che il suo bambino ha bisogno di lei. Pensiamo alla funzione della doula, figura di sostegno alla maternità: non è un’ostetrica che applica una professione di salute, ma è una donna che solleva e sostiene la donna coadiuvando la fisiologia (quindi agevolando l’allattamento materno) e gestendo al suo posto ciò che sarebbe richiesto a lei. È un “prendere per mano”, è un “accompagnare”, ma non è mai una “sostituzione”. Parimenti a un’educatrice o un’insegnante: il loro ruolo è marginale rispetto a quello del genitore. Ecco perché le molteplici associazioni che sorgono sul territorio e sono fatte di mamme (alcune più informate delle altre), sono utilissime e funzionano sulla scorta de La Leche League. La donna che ha difficoltà perché fare la mamma è stancante, trova delle “compagne di viaggio” che possono aiutarla poiché magari ci sono passate e con-dividono (ovvero si spartiscono) la sua stanchezza e le sue paure, trova quelle che le trasmettono i trucchi per vivere il bisogno di contatto del bambino in modo anche simpatico (si pensi quelle che insegnano l’uso della fascia), trova quelle che le ricordano che essere madre è molto faticoso, talvolta logorante, ma che è il momento di tirar fuori la forza e maturare, ché non è sola. Non penso trovi chi le suggerisce di abbandonare suo figlio o sopprimerlo. Dopo dieci anni a fianco alle donne neo-madri posso dirlo con consapevolezza, credo che la madre abbia bisogno di essere accolta dando alla proprie emozioni “diritto di cittadinanza” (come dice Thérèse Hargot descrivendo quella sensazione di ambivalenza della donna incinta), ma necessita anche di dolce fermezza e di quel sostegno che l’agevola verso la fisiologica risoluzione che mette d’accordo il suoi bisogni e quelli del suo bambino, facendo incastrare la loro relazione come due ingranaggi complessi.

Tutto questo per affermare una realtà: quello che viene effettuato tramite le associazioni femminili che preparano la donna (e la coppia) alla nascita e all’allattamento, non sono altro che l’equivalente di quello che tante associazioni come i CAV compiono da anni. Entrambe lavorano alla pari (da donna a donna, da mamma a mamma) per il bene della donna e anche del suo bambino, non separandoli come due entità distinte, ma facendo sì che la loro relazione si venga a creare e prosegua verso il benessere e la salute di entrambi. Non c’è la se pur minima differenza poiché entrambe le realtà cercano non solo di sostenere le situazioni di fisiologia (la maggior parte), ma anche le situazioni più delicate, particolari e – spesso – di vera e propria patologia (demandando ovviamente a specialisti). Non è quindi incomprensibile ciò che afferma Marina Terragni a proposito delle società matriarcali: la donna è aiutata e sostenuta da altre donne ed è quello il suo punto di forza. Parimenti a ciò che affermano Michel Odent (medico che assisteva alle nascite insieme alla sua doula), Ina May Gaskin (che assisteva alle nascite con altre donne), Ibu Robin Lim (ostetrica che insegna anche alle doule) e altri. La donna che aiuta la donna, la conduce verso la fisiologia, e la fisiologia di una gravidanza ne è la continuazione, non l’interruzione (anche spontanea). Ecco perché sorgono anche associazioni che accompagnano le donne che ne abbisognano verso l’elaborazione del lutto della perdita di un bambino che muore durante la gestazione (evento che avviene a causa di patologie e che porta, a volte, a patologie psichiatriche materne). Ecco perché le femministe sono inesorabilmente e incontrovertibilmente contro l’utero in affitto (che è crea patologie fisiche e psicologiche nei confronti delle donne e nei bambini) e la prostituzione (che agevola numerose patologie anche psicologiche) e chiunque le promuova: queste pratiche sono aberranti per la donna e chiunque non lo riconosce, è assolutamente contro la donna.

Essere d’aiuto alle donne nella fisiologia, come da tempo cercano di fare le “nuove” femministe in America, è cercare di implementare i metodi di regolazione naturale della fertilità per non essere costrette a delegare alla medicina la propria femminilità ( “La scelta di essere mamma” di Rachele Sagramoso, La Croce Quotidiano del 12/03/2019), è cercare l’empowerment della fisiologia della gravidanza organizzando corsi di accompagnamento alla nascita che rendono le donne capaci di scegliere, è cercare di non delegare alla formula lattea artificiale la nutrizione del proprio bambino. Questi sono, per il cosiddetto new-feminism, le vere realizzazioni della donna. Come riporta il blog di Abby Johnson, il new-feminism è a favore della vita perché (dalla pagina http://www.abbyjohnson.org/new-page-4):

- l’aborto sfrutta le donne: il nostro obiettivo è mostrare come la maternità renda forte (“empowers” da empowerment) le donne. Le donne hanno bisogno di essere sostenute, non sfruttate.

- Siamo a favore della vita poiché siamo a favore del bene (“pro-love” nel testo): essere a favore della vita è sinonimo di essere ”pro-bene”. Noi combattiamo per la vita, poiché siamo a favore del bene.

- Vale la pena combattere per ogni vita: noi crediamo che ogni vita sia non nata, che nata, abbia valore. Dal concepimento alla morte naturale, ogni singola vita possiede dignità.

- Le donne non possono fare tutto quello che fanno gli uomini e vice versa: questo è ciò che rende la donna unica. Siamo uniche. Siamo distinte. Siamo solo un tipo di essere umano.

- Essere mamme che stanno a casa è eccitante, non imbarazzante. Se una donna non desidera figli va benissimo. Ma per troppo tempo la società ha stigmatizzato le mamme che fanno le casalinghe, ma ora non più. Fare le mamme è cool e rende la donna “potente” (“empowering” da empowerment).

- Mostriamo il nostro cervello, non la nostra pelle: c’è qualcosa di così potente nel ribellarsi contro la nostra cultura mostrando meno pelle e più del nostro cervello. Avere autostima è qualcosa che manca alle giovani ragazze nella nostra società. Vogliamo cambiarlo.

Così pure scrivono le femministe che si battono per l’emancipazione verso la vita (da https://www.feministsforlife.org/question-abortion/). «Le “Donne meritano di più dell’aborto”significa ricevere risorse e supporto olistico. L’aborto è una soluzione che non è mai venuto incontro alle necessità delle donne. L’aborto maschera le esigenze insoddisfatte delle donne sul posto di lavoro, nelle scuole, in casa e nella società. Nella società - i poveri, i poveri lavoratori, le donne in relazioni difficili e spesso d’abuso, gli studenti e le donne sul posto di lavoro i cui bisogni fondamentali sono ignorati.

Le femministe per la vita si dedicano a eliminare sistematicamente le cause profonde che guidano le donne verso l’aborto, in primo luogo a causa della mancanza di risorse pratiche e di sostegno, attraverso soluzioni olistiche e incentrate sulle loro necessità. Le donne meritano molto di più di abortire per motivazioni economiche. Le donne hanno cercato soluzioni reali a questo, da quando sono entrate a far parte della forza lavoro nella società. Le donne vogliono — e meritano — pari opportunità di retribuzione e di posizione nel luogo di lavoro, rispetto agli uomini. Tempo flessibile, condivisione del lavoro e telelavoro, assistenza sanitaria completa, indennità di maternità e congedo parentale, assistenza pediatrica accessibile e di qualità, responsabilità genitoriale condivisa, servizi educativi. Le

Femministe per la vita hanno condotto una ricerca simile anche nelle università e i risultati sono i medesimi: studentesse e docenti vogliono più risorse. Per esempio alloggi a prezzi accessibili, aiuti finanziari e sicurezza delle borse di studio, copertura “della maternità” nelle assicurazioni sanitarie delle studentesse, accessibilità a servizi educativi, politiche che sostengano le donne incinte e la genitorialità. Nessuna donna dovrebbe essere costretta a scegliere tra sacrificare la propria istruzione e la propria carriera, o soffrire attraverso una procedura umiliante e invasiva che sacrifica il proprio bambino. L’aborto rappresenta il mancato ascolto e risposta alle esigenze insoddisfatte delle donne: perché perpetuare il fallimento? Le femministe Pro-Life riconoscono l’aborto come un sintomo di continue lotte che le donne affrontano sul posto di lavoro, nelle università, in casa e nel mondo in generale, non una soluzione!»

La serenità della quale la donna ha bisogno quando si trova a vivere una gravidanza non pianificata e il sostegno che possono fornirle le altre donne, è immenso. E il femminismo sta evolvendo verso il sostegno della donna attraverso il supporto della vita del suo bambino. Ecco perché le “femministe” che provano a combattere la causa pro-vita ricercando sostegno in studi scientifici “impersonalizzanti” o linee guida asettiche che possono anche sbagliare, non hanno vita lunga, se (e solo SE) il presupposto con il quale agiscono è fornire aiuto alla donna. Parimenti al fatto che la scienza non può che arrendersi nei confronti della fisiologia, ogni operatore sanitario deve poter dare alla donna la possibilità di evitare di sbagliare aiutandola ad affinare la propria consapevolezza: nella fertilità, nella maternità, nell’allattamento e nella cura del proprio bambino. Il sostegno verso la donna, il vero femminismo, è realmente quello che sostiene l’empowerment della donna, non il suo fallimento.

E l’uomo? L’uomo deve tornare a essere virile, a non sfruttare la donna in nessun modo, a difendere la propria famiglia. Se la donna si trova ad affrontare gravidanza “non programmata” che rischia di essere terminata con l’interruzione volontaria, la colpa – senza alcun dubbio – è pure dell’uomo meschino, aggressivo, inetto, irresponsabile ed egoista. La virilità che si pretende da costui, ciò che lo rende il cavaliere che mette a repentaglio la sua vita per quella della sua donna, deve poter essere ri-affinata. Perché nessuna donna possa mai dire che la sua gravidanza non è accettata da chi ha contribuito attivamente a procurarla.

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12/04/2019
1806/2019
San Calogero

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