Chiesa

di Maria Rosaria Giorgi

Quella di Krajewski non è stata una bravata, ecco qui perché

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A Roma, l’elemosiniere del papa rompe i sigilli per riallacciare i cavi della luce in uno stabile occupato: notizia che sta infuocando i social, i giornali, la politica, vaticanisti e salotti televisivi. Ma la notizia non è soltanto questo, un fatto alquanto inaudito con tutti gli ingredienti per far discutere in termini di tifoseria da derby. Il fatto che è avvenuto ha ben altra sostanza. E richiede una premessa, il più possibile sintetica ma necessaria.

Ci sono a Roma veri e propri professionisti dell’occupazione di immobili, una rete organizzata e politicizzata. Noti politici si sono costruiti un consenso elettorale a partire dalla “lotta sociale” per il diritto alla casa, fino ad arrivare in Parlamento. Il personaggio più famoso tra gli organizzatori di “okkupazioni”, Andrea Alzetta detto Tarzan, addirittura si candidò alle elezioni amministrative del 2013, senza peraltro riuscire ad entrare in consiglio comunale. Questi gruppi di attivisti con veri e propri blitz invadono immobili abbandonati, mettono in piedi un sistema di “sicurezza” e in cambio ricevono una sorta di affitto da famiglie impoverite e sfrattate. Tarzan con la sua formidabile organizzazione “Action” e con la collaborazione di tante associazioni cittadine ha dato vita a reali “rigenerazioni urbane”: non solo la convivenza nell’edificio, ma anche la promozione culturale, la creazione di un punto di aggregazione. Tramite un’associazione, la Spin Time, nello stabile ex INPDAP di via Santa Croce in Gerusalemme promuove da anni attività culturali, sociali ed artistiche di rilievo. Nei locali al seminterrato del palazzo trovano posto associazioni benefiche, cooperative sociali, un ristorante, una sala teatro affittata per eventi e feste: insomma, un punto di ritrovo della rete sociale metropolitana. Con pregi – concerti, dibattiti, laboratori - e difetti, tipo alcol e fumo fin troppo facile. Se non sei romano forse non capisci fino in fondo, ma è così.

Il problema dell’occupazione abusiva, insomma, somiglia molto da vicino a un rompicapo inestricabile. La complessità della questione si struttura su diversi livelli e ha radici profonde. Tanto che sembra impossibile far risalire le cause della situazione attuale a un’unica matrice. Concorrono difficoltà di carattere politico, sociale, giuridico, burocratico e di ordine pubblico.

Col passare degli anni la situazione è diventata incontrollabile (sono un centinaio gli edifici occupati abusivamente nella Capitale), proliferata per via della paralisi in cui giacciono istituzioni e amministrazioni. Basti pensare che la lista di sgomberi prioritari stilata dall’allora commissario speciale di Roma, Francesco Paolo Tronca, dall’aprile 2016 a oggi è rimasta pressoché intatta. Il ministro dell’Interno Salvini, per dare un’accelerata agli sgomberi, a inizio settembre 2018 ha emesso una circolare che di fatto mira a bypassare i vincoli dettati da Minniti appena un anno prima, dopo lo sgombero choc (ricordate i rifugiati respinti con gli idranti?) di piazza dell’Indipendenza. Il motivo dell’urgenza è che iniziano ad arrivare alcune sentenze che condannano Stato e Viminale a risarcire i proprietari degli immobili occupati.

La situazione è palesemente contraddittoria, perché i prefetti non possono intervenire fino a quando i comuni non operino un censimento dettagliato e assicurino alternative abitative dignitose agli occupanti. Si aggiunge a questo paradosso che la normativa regionale esclude da qualunque assegnazione di alloggi popolari coloro che hanno commesso il reato di occupazione. Lo stato delle cose, in sostanza, è questo: i giudici stabiliscono che Stato e Ministero degli Interni devono staccare assegni ultramilionari ai proprietari di immobili occupati; ma istituzioni e forze dell’ordine, di fatto, non sono diretti responsabili in quanto hanno le “mani legate” fino a quando il Comune non troverà soluzioni per gli alloggi popolari; che però non possono essere assegnati a chi ha occupato commettendo illecito. Questo è il contesto in cui si colloca la vicenda dello stabile ex INPDAP occupato, che peraltro, va precisato, non è nella lista di quelli soggetti a provvedimento di sgombero.

Torniamo ai fatti.

6 maggio, lunedì, un trafiletto in cronaca locale de Il Messaggero: in un palazzo felicemente occupato dal 2013, la Hera, multiutility bolognese controllata da un patto di sindacato al quale aderiscono 118 Comuni, titolare della fornitura di energia elettrica, stacca la corrente per morosità. Ci sono problemi di ordine pubblico, la presidente del Municipio I Sabrina Alfonsi scende in campo con gli occupanti di Action e Spin Time Labs, associazioni che gestiscono l’occupazione. L’azienda erogatrice ha cessato la fornitura a fronte di un debito cumulato per quasi 320.000 euro. Un debito pressoché inesigibile, in quanto gli occupanti non hanno titolo per accendere un contratto (ai sensi dell’art. 5 del decreto Renzi – Lupi n. 47/2014, il famoso Piano-casa, “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”), mentre «La proprietà ha sempre garantito il pagamento della luce» si rivela ben presto solo una dichiarazione della Alfonsi priva di fondamento. Sul palchetto allestito per la manifestazione, racconta Il Messaggero, salgono assessori e presidenti, una “sfilata istituzionale” a sostegno degli occupanti. Il vicesindaco Bergamo afferma di aver dato un “ultimatum” al suo staff affinché sia ripristinata la luce; promette, con la CGIL, “un tavolo di trattativa” con l’azienda.

7 maggio, martedì: intervengono pesantemente le opposizioni perché “è chiaro che su queste occupazioni M5S e Pd sono la medesima cosa”, il candidato alle elezioni europee per Fdi, Fabrizio Ghera, chiede spiegazioni alla sindaca Raggi: «Il Campidoglio dica chiaramente da che parte sta, se è per le regole o per l’illegalità».

8 maggio, mercoledì; 9 maggio, giovedì; 10 maggio, venerdì: è lo stallo, nessuna nuova. Finché sabato 11 maggio finalmente accade qualcosa di ghiotto per i media avidi di notizie colorite e clamorose: il cardinal Konrad Krajewski, polacco, elemosiniere di papa Francesco, avvisa le istituzioni che, se in giornata non sarà tornata la corrente, provvederà lui stesso a ripristinare l’allaccio nella cabina situata in fondo a un tombino. Cosa che effettivamente fa, nella serata di sabato, rendendosi colpevole di furto di energia elettrica.

Notizia spettacolare, con tutti gli ingredienti per creare un bel carosello.

Secondo autorevoli commentatori, il porporato avrebbe “canonizzato il principio per cui è lecito violare la legalità per fini di carattere etico-politico”. E giù con discussioni se venga prima la Carità o la Verità, rigorosamente con la maiuscola, asetticamente lontane dall’odore delle pecore, pardon, della gente. La “Chiesa di Francesco” viene messa in discussione più della partita Roma Juve. I media sono quello che sono: chi nomina il prelato polacco novello Robin Hood, con stucchevoli commenti davvero patetici, faziosi e grondanti buonismo da centro sociale, e chi invece lo accusa di voler vincere facile grazie alla immunità cardinalizia e soprattutto di voler fare la beneficenza con i soldi altrui, e avanti così fino al papa che è troppo mediatico, e il Vaticano che non apre i suoi palazzi. Pur riconoscendo il suo come un gesto d’amore “straordinariamente bello”, la ministra Bongiorno ricorda che le leggi si devono rispettare. Il grande Ferrara cita Antigone per dire “finalmente un gesto politico”. Il ministro Salvini commenta: “Penso che voi tutti facendo sacrifici le bollette le pagate, conto che l’elemosiniere del Papa paghi anche i 300mila euro di bollette arretrate” e chiede “il Vaticano paghi le bollette degli italiani in difficoltà”. Tarzan accusa: “Padre Corrado ha fatto quello che poteva e doveva fare la politica”. Il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, invita a “capire il senso di questo gesto, che è attirare l’attenzione di tutti su un problema reale, che coinvolge persone, bambini, anziani” e risponde a Salvini “ci sono anche tanti italiani che vivono in situazioni di difficoltà e dobbiamo farcene carico, ma la Chiesa se ne fa già carico”.

È facile fare un gesto esibizionistico e venderlo per profezia: ma siamo sicuri che si tratti di questo?

Mettiamo le cose in chiaro. A Roma, nel 2019, più di 150 nuclei familiari lunedì 6 maggio sono tornati improvvisamente indietro di almeno cent’anni: senza luce in casa, e dunque senza servizi compresa l’acqua in quanto caricata da una pompa a motore elettrico. I bambini, che in tutto il mondo e in ogni casa hanno paura del buio, spaesati chiedevano “che sta succedendo, ci portano via?” Passano i giorni, senza luce ma anche senza lavarsi, senza frigorifero, senza televisore e carica del cellulare. Eh, dirà qualcuno, stiamo pure a pensare alla televisione? Provate a immaginare voi e i vostri figli in quelle condizioni. Black out, e vi trovate a non saper far fronte a necessità primarie, a non avere ciò su cui si regge tutta la routine quotidiana, e non per poche ore: quanti giorni riuscireste ad andare avanti? Questo è quanto è successo nello stabile di via Santa Croce in Gerusalemme, questa situazione il cardinal Krajewski si è trovato davanti andando a visitare gli occupanti che già da tempo seguiva fornendo pacchi viveri, medicine, vestiario. Persone, in seria difficoltà. Bambini spaventati, malati a rischio, anziani bisognosi di sostegno. Sì, è vero che sono occupanti, cioè continuano a perpetrare un illecito vivendo lì. Sono pur sempre persone, genitori, figli, nonni, la cui vita ha subìto un cambio repentino e le cui condizioni stanno peggiorando molto rapidamente.

C’è un tale sovrapporsi di competenze nella questione occupazioni/alloggi popolari/decreto sgomberi/piano casa – tra Regione, Comune, Prefettura, Governo - che solo a pensarci viene la claustrofobia: uno che volesse venirne a capo si sentirebbe presto sconfitto ed impotente nel groviglio delle diverse responsabilità. Tutti - forse - efficienti, ma nessuno efficace. (I termini efficacia ed efficienza, spesso usati indistintamente come sinonimi, riflettono in realtà due concetti ben distinti. L’efficacia indica la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato, mentre l’efficienza valuta l’abilità di farlo impiegando le risorse minime indispensabili.)

Incastrato in un groviglio, è probabile che così si sia sentito l’elemosiniere del papa, un polacco cresciuto a pane e Solidarnosc, presumibilmente poco avvezzo alla burocrazia italiana e al sofisticato clima politico romano.

Dopo tentativi e telefonate per chiedere l’intervento delle istituzioni, don Corrado – come viene chiamato in città dai suoi amici poveri – si trova ad un bivio: tornarsene a casa ad aspettare il lunedì per continuare a cercare uffici, presentare richieste, incontrare qualcuno che conta, oppure agire subito. Sceglie, e agisce. Scende nel tombino, e riallacciando i cavi ottiene il ripristino della luce e della dignità umana.

Non ha pensato di compiere un’azione politica, non ha valutato in termini di convenienze. Ha solo agito perché nessuno agiva, a favore di persone ridotte in condizioni pietose. Forse, non sappiamo ma non possiamo escluderlo, è possibile azzardare un’altra ipotesi: che il cardinale posto di fronte alla decisione degli occupanti di calarsi a riallacciare illecitamente l’energia elettrica ha scelto di sollevarli da conseguenze giuridiche gravi. Si è fatto avanti a protezione dei deboli laddove le istituzioni erano scomparse, ha persino “firmato” il misfatto lasciando nella cabina il suo biglietto da visita. In definitiva il cardinal Krajewski ha fatto solo un favore a Sindaco, Prefetto e Proprietà, addossandosi una responsabilità non sua prima che potesse succedere qualcosa di serio agli abitanti del palazzo. Gli amministratori locali hanno rischiato brutto perché se qualcuno si fosse sentito male a causa del distacco della luce avrebbero avuto problemi non irrilevanti; sul piano giuridico, probabilmente, ma sul piano politico e mediatico senza alcun dubbio. Padre Corrado aveva solo da rimetterci ma si è mosso, perché nessuno si stava muovendo. Un bel gesto secondo alcuni, secondo altri un reato di cui lui non risponderà grazie a una forma di immunità diplomatica. Un gesto comunque grave, di cui riteniamo vorrà assumersi pienamente le conseguenze, dal punto di vista amministrativo ed eventualmente penale. Dopo la segnalazione dell’allaccio abusivo è scattato l’esposto, vedremo come procederà.

“Non mi addentro in possibili interpretazioni giuridiche sul possibile procedimento a mio carico. Ma se il processo potesse servire come precedente per superare le situazioni di clandestinità di tante persone allora sarebbe utile. I diritti devono essere garantiti a tutti.” Parole del cardinale elettricista? No, benché suonino pertinenti, bensì di Marco Cappato dopo essersi autodenunciato per il reato di istigazione al suicidio. L’obiezione di coscienza esiste e si può fare, pagando di persona, e il leader radicale scientemente va contro la legge per cambiarla, ma la sua è un’ideologia astratta, una cultura di morte pianificata a tavolino. Il comportamento di padre Corrado invece è tutt’altro: il suo gesto, che non può essere definito obiezione di coscienza perché non si oppone ad una legge ritenuta ingiusta ma “solo” ad una situazione di precarietà e pericolo imminente, non è studiato, non fa contestazione, non è strategia mediatica e tantomeno politica. La sua scelta è stata risolvere in concreto e nell’immediato un problema reale, assumendosi la responsabilità delle conseguenze, in risposta alla vita delle persone.

“Se ci sono famiglie in quelle condizioni perché non intervenire? Se qualcuno adesso vuol capire, ha tutte le possibilità per farlo” Chiudiamo con le parole vere con cui il cardinale elemosiniere ha commentato a caldo il proprio gesto, ed è questa la domanda chiave per non limitarsi a guardare come imbecilli il proverbiale dito - cioè l’azione eclatante, il personaggio del prete “contro” - invece che alla luna da lui indicata: la situazione di stallo e di ignava fuga dalla responsabilità delle istituzioni e degli amministratori locali non più in condizione di dare risposte concrete ai mali di Roma e alle famiglie impoverite, cittadini okkupanti ma pur sempre fragili.

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16/05/2019
1709/2019
S. Roberto Bellarmino

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