Chiesa

di Emilia Flocchini

Tre martiri e 7 venerabili verso gli Altari

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Tre martiri riconosciute e sette Venerabili hanno avuto una nuova tappa del loro cammino verso gli altari. Ricevendo due giorni fa in udienza il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione dei decreti relativi alle loro cause. Parlano di sacrifici estremi, di eroismo certificato e illuminato dalla fede, di donazione senza riserve.

È il caso, per cominciare, di Pilar Gullón Yturriaga e delle sue due compagne, Octavia Iglesias Blanco e Olga Pérez-Monteserín Núñez: socie di Azione Cattolica, Figlie di Maria e membri delle Conferenze di San Vincenzo, da sempre conosciute come le martiri di Astorga, diocesi da cui provenivano. Erano state inviate come infermiere volontarie all’ospedale di Puerto de Somiedo a partire dal 18 ottobre 1936, in piena guerra civile spagnola. Quando l’ospedale stava per cadere in mano ai membri del Fronte Popolare, rifiutarono di andarsene, per stare ancora accanto ai feriti. Servì a poco, dato che i miliziani uccisero tutti i malati e fecero prigionieri il cappellano, il medico e le tre infermiere.

Il capo del drappello offrì alle tre donne la possibilità di salvarsi se avessero rinnegato la fede, ma di fronte al loro rifiuto le fece rinchiudere in una casa di Pola de Somiedo, lasciandole ai suoi uomini. L’indomani, denudate e umiliate, vennero portate davanti al plotone di esecuzione, composto da sole donne. Morirono gridando «Viva Cristo Re» e «Viva Dio», proprio come quando, durante le torture, veniva loro ordinato di esclamare «Viva la Russia» e «Viva il comunismo».

Pilar aveva venticinque anni; era nata a Madrid il 29 maggio 1911. Non morì immediatamente, ma prima del colpo di grazia perdonò le sue carnefici. Octavia, invece, nata ad Astorga il 30 novembre 1894, ne aveva quarantuno. Non aveva smesso di assistere i sofferenti neanche durante la prigionia. Infine Olga, nata il 16 marzo 1913 a Parigi (dove suo padre, pittore, si trovava in viaggio), resistette alla ferita che le era stata procurata durante l’assalto all’ospedale, pur di continuare il suo servizio.

La loro causa è iniziata il 24 marzo 2006 nella diocesi di Madrid, dopo aver ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 30 novembre 2005 e, ancor prima, il trasferimento di competenza dal tribunale ecclesiastico della diocesi di Oviedo, il 19 agosto 2005. L’inchiesta diocesana si è conclusa il 17 marzo 2007; gli atti relativi sono stati convalidati il 4 giugno 2009. La loro “Positio super martyrio” è stata consegnata nel 2016. Le loro spoglie riposano nella cappella di San Giovanni della cattedrale di Astorga.

Da schiavo a libero figlio di Dio, anzi, suo ministro nel sacerdozio. La vicenda del primo dei nuovi Venerabili, padre Augustus Tolton, potrebbe essere riassunta in questi termini. Era infatti nato il 1° aprile 1854 a Brush Creek, nel Missouri, da Peter Paul Tolton e Martha Jane Chisley, entrambi schiavi e cattolici; precisamente, era il penultimo dei loro tre figli. Sul registro dei battezzati, accanto al nome, scritto però «Augustine», era annotato: «Proprietà di Stephen Eliot», il suo padrone per l’appunto. Quando aveva nove anni, fuggì con la madre e i fratelli (il padre era morto durante la guerra civile americana) a Quincy, nell’Illinois. I bambini cominciarono a frequentare la scuola cattolica San Bonifacio, ma vennero ritirati quando divennero mira di insulti razzisti. Augustus studiò privatamente, mentre lavorava in una fabbrica di tabacco per aiutare la famiglia.

I sacerdoti e le suore che l’aiutarono a studiare volevano che entrasse in seminario, e anche lui, ma venne ripetutamente rifiutato, anche da congregazioni religiose, perché di pelle nera. Alla fine, dopo ulteriori tentativi, venne ammesso al Collegio Urbano di Propaganda Fide a Roma, dove arrivò il 12 marzo 1880. Il 24 aprile 1886 fu ordinato sacerdote nella basilica di San Giovanni Laterano: era il primo prete afroamericano.

Tornato a Quincy, fu nominato parroco della parrocchia di San Giuseppe, dove accoglieva tutti, bianchi o neri che fossero. A causa di un contrasto con un altro sacerdote, che scoraggiava i fedeli bianchi a frequentare la sua parrocchia, domandò di essere trasferito nella diocesi di Chicago. Lì riprese il ministero tra gli afroamericani, ottenendo per loro la costruzione di una vera chiesa intitolata a Santa Monica, non più un seminterrato come quello dove si riunivano per la Messa. Morì a quarantatré anni, il 9 luglio 1897, a causa dei postumi di un attacco cardiaco. La sua inchiesta diocesana si è svolta a Chicago dal 24 febbraio 2011 al 29 settembre 2014. La “Positio”, esaminata dai Consultori storici l’8 marzo 2018, è stata valutata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 5 febbraio 2019.

Il primo italiano della lista è don Enzo Boschetti, il cui nome è indissolubilmente legato alla Casa del Giovane di Pavia, che dal 1971 accoglie giovani tossicodipendenti e non solo. Nato a Costa de’ Nobili, in provincia di Pavia, il 19 novembre 1929, fu inizialmente attratto dalla spiritualità di santa Teresa di Gesù Bambino: nel 1949 scappò di casa, per entrare tra i Carmelitani a Monza. I superiori lo orientarono a consacrarsi come fratello laico, rinunciando al sacerdozio. Fra’ Giuliano, questo il suo nuovo nome, nella primavera del 1956 fu inviato in Kuwait, realizzando quindi il sogno di diventare missionario. Riemerse in lui anche l’aspirazione al sacerdozio, ma le regole carmelitane non permettono che un religioso fratello non avviato all’Ordine Sacro possa accedervi. In seguito a un esaurimento nervoso e dopo aver molto riflettuto, lasciò il Carmelo.

Fu accolto nell’Opera Capelli per vocazioni adulte e proseguì la formazione a Roma, negli anni del Concilio Vaticano II. Il 29 giugno 1962 fu ordinato sacerdote. Il suo primo incarico fu come coadiutore presso la parrocchia di Chignolo Po; tre anni dopo passò a quella del SS. Salvatore a Pavia. Rendendosi conto dei bisogni dei ragazzi emigrati dal Sud, aprì loro l’oratorio parrocchiale per la notte, ma in poco tempo gli si aprì davanti un altro campo: quello dei giovani che facevano uso di droga. La prima Casa del Giovane fu avviata nel 1971, concretizzando il metodo educativo basato sulla corresponsabilità dei giovani accolti e sulla vita comune con gli educatori. Sette anni dopo fu avviata la Fraternità di Vita della Casa del Giovane, che comprendeva sacerdoti, consacrati uomini e donne e famiglie.

Nel 1987 don Enzo fu operato allo stomaco, mentre continuava ad avere strascichi dell’antico esaurimento nervoso. Ciò nonostante, continuò la formazione degli educatori e dei giovani, arrivando a vedere, l’11 febbraio 1992, il riconoscimento diocesano della sua opera come Associazione Privata di Fedeli. Poco più di un anno dopo, il 15 febbraio 1993, morì di tumore al pancreas. La fase diocesana della sua causa si è svolta a Pavia dal 15 febbraio 2006 allo stesso giorno del 2008; è stata convalidata il 7 maggio 2010. La “Positio” è invece stata consegnata nel 2014.

Il Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), lo scorso anno, ha riflettuto a lungo sulla figura dei missionari laici che si votano a vita alla missione. L’esempio più noto di quella vocazione è fratel Felice Tantardini, ora Venerabile. Era nato a Introbio, in provincia di Lecco e diocesi di Milano, il 28 giugno 1898, in una famiglia molto numerosa. A dieci anni lavorava già come fabbro; sette anni più tardi era dipendente dell’Ansaldo di Genova. Intanto, l’Italia era entrata nella prima guerra mondiale: Felice, arruolato dopo la disfatta di Caporetto, venne quasi subito fatto prigioniero. Insieme ai suoi compagni, progettò la fuga: dopo un lungo viaggio, poté rivedere i suoi cari.

La lettura di alcuni numeri della rivista «Le Missioni Cattoliche» lo appassionò all’ideale missionario, ma fu contrastato da tutti i familiari e i conoscenti, tranne che da sua madre. Il 20 settembre 1921 arrivò alla casa madre dell’allora (e ancora per poco) Seminario Lombardo per le Missioni Estere. Il 24 giugno 1922 ricevette la veste talare, segno della sua consacrazione. Il successivo 2 settembre partì per la Birmania, l’odierno Myanmar. Vi rimase sessantanove anni, dedicandosi instancabilmente ai servizi che il suo lavoro di fabbro rendeva indispensabili. Tornò in Italia solo una volta, nel 1956. Oltre che per la perizia tecnica, fu subito considerato esemplare per il suo stile continuo di preghiera e per la devozione alla Madonna. Fratel Felice morì quasi centenario il 23 marzo 1991 a Taunggy, dove si trova tuttora la sua tomba.

La fama di santità del «fabbro di Dio», il soprannome che lui stesso si era dato, è sempre stata viva sia tra i membri del PIME – alcuni dei quali lo ritenevano più degno degli altari di padre Clemente Vismara, anche lui attivo in Birmania, beatificato nel 2011 – sia tra i fedeli birmani, che gli hanno attribuito guarigioni e grazie singolari. Il nulla osta per la sua causa è stato emesso il 22 maggio 2000. La diocesi di Taunggy, promotrice della causa, è stata affiancata dal PIME e dalla parrocchia di Introbio. L’inchiesta diocesana si è quindi svolta a partire dal 2 agosto 2001 ed è stata convalidata il 28 gennaio 2005. Il Congresso peculiare dei Consultori teologi si è invece svolto il 22 maggio 2018, per esaminare la “Positio” presentata nel 2011.

Anche i Sacramentini fondati da san Pier Giuliano Eymard hanno confratelli non sacerdoti che si sono distinti per esemplarità. Uno di essi è fratel Giovanni Nadiani, nato il 20 febbraio 1885 a Santa Maria Nuova, frazione di Bertinoro, in provincia di Forlì. Molto religioso e serio fin dall’infanzia, entrò nel Seminario diocesano di Cesena, ma ne uscì nel 1902. Ebbe varie esperienze lavorative e per qualche tempo fu pure impegnato in politica, ma non abbandonò mai la fede.

Mentre lavorava a Roma come cameriere in un bar, un giorno entrò nella chiesa di San Claudio, dov’era in corso l’Adorazione Eucaristica. Comprese quindi di doversi consacrare a Dio in qualche istituzione dove l’Adorazione avesse particolare importanza. Conosciuti i Sacramentini, il 2 luglio 1907 fu accolto nella loro casa di Torino come fratello laico. Dal 1938 fu stabilmente nella casa di Ponteranica presso Bergamo, dove continuò la sua ascesi eucaristica: diceva che l’Adorazione era come una “piccola Messa”, atrraverso cui poteva unirsi all’unico sacrificio di Gesù. Un tumore allo stomaco pose fine ai suoi giorni il 6 gennaio 1940. Il suo processo informativo si è svolto nella diocesi di Bergamo dal 27 febbraio 1959 al 4 gennaio 1961 ed è ripreso con un processo supplementare, durato dal 31 marzo 1987 al 24 maggio 1989. Il decreto di convalida è del 17 ottobre 1992. La “Positio”, invece, è stata consegnata nel 2008.

La prima nuova Venerabile viene dalle Filippine, dove fondò una nuova congregazione femminile. , Madre Maria Rosario della Visitazione, al secolo María Beatriz del Rosario Arroyo, vide la luce il 17 febbraio 1884 nella cittadina di Molo. Era l’unica femmina dei tre figli di una famiglia molto benestante, dedita alle opere di misericordia corporale. Anche lei imparò presto a compiere elemosine, ma non le bastava: preferiva condurre una vita semplice a dispetto delle sue origini facoltose. Frequentò scuole rette da religiosi, completando le elementari nell’Istituto San Giuseppe delle Figlie della Carità.

Entrò giovanissima nel convento domenicano di Santa Caterina a Manila e compì la professione religiosa il 3 gennaio 1914. Aiutata da altre due religiose domenicane, il 18 febbraio 1927 diede vita a una congregazione autonoma, le Suore Domenicane del Ss. Rosario. Nel 1953 fu eletta prima superiora generale, dopo trentadue anni di servizio. Morì il 14 giugno 1957, compianta come “Madre Sayong” (Madre Maestra). Le sue suore contano presenze anche in Italia, precisamente a Roma e a San Quirico d’Orcia. Quanto alla sua causa, si è svolta presso la diocesi di Jaro dal 7 ottobre 2009 al 3 gennaio 2011.

La seconda Venerabile viene dalla Sardegna, dove la congregazione da lei fondata è attiva da oltre ottant’anni. Paola Muzzeddu nacque ad Aggius, in Gallura, il 26 febbraio 1913. Ancor bambina aderì all’Azione Cattolica r alle Figlie di Maria. Per alcuni anni fu a servizio di una famiglia in Liguria e in Veneto: proprio in quegli anni cominciò ad avere profonde esperienze spirituali. Inizialmente convinta di dover creare dei laboratori per le ragazze svantaggiate, comprese poi di dover fondare proprio una congregazione religiosa. Il 5 ottobre 1947, con la benedizione di monsignor Arcangelo Mazzotti, vescovo di Sassari, cominciò la nuova vita della Compagnia delle Figlie di Mater Purissima. Il loro compito doveva essere l’evangelizzazione dei giovani e dei bambini, curando in particolare la virtù della purezza. Il 25 marzo le prime sei suore emisero i voti; la fondatrice aggiunse al proprio il nome di Maria. Nel 1970 divenne una dei primi Ministri Straordinari dell’Eucaristia di Sassari. Era però già malata: morì ad Aggius il 12 agosto 1971. Il riconoscimento delle virtù arriva dopo il processo diocesano durato dall’ 11 giugno 1992 al 7 ottobre 2004.

Infine, suor Maria Santina Collani, nata a Isorella il 2 marzo 1914 e morta a Borgo d’Ale il 22 dicembre 1956, ebbe un percorso vocazionale piuttosto travagliato, passato anche per la clausura tra le Visitandine. I suoi dubbi si placarono solo con la professione religiosa tra le Sorelle Misericordiose, fondate a Rionero in Vulture da padre Achille Fosco e madre Francesca Semporini. Impiegò tutte le sue forze al servizio di bambini e anziani, finché un tumore maligno non pose fine ai suoi giorni. Assistita dalla fondatrice, suor Santina rinnovò fino all’ultimo l’offerta delle sue sofferenze per il Papa, i vescovi e i sacerdoti. Dal 28 gennaio scorso i suoi resti riposano nella cappella della Madonna del Rosario nella chiesa parrocchiale di Santhià, dedicata ai Santi Agata e Giorgio.

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13/06/2019
2207/2019
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