Società

di Marcello Protto

Processo De Mari: chiuso il dibattimento

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Si è chiusa il 7 giugno 2017 la fase dibattimentale del processo per diffamazione alla dottoressa Silvana De Mari, la fase processuale più corposa, quella cioè in cui vengono acquisite col consenso del giudice le prove, documentali e testimoniali, ed esaminati e controesaminati sia i testi richiesti dal PM o dalle parti, sia l’imputato.(vedere anche La Croce del 23/3/19). Nella stessa data, subito dopo, una volta sciolte le riserve del giudice sulle prove richieste dalle parti all’udienza del 24 maggio 2019 (vedere La Croce del 1/6/19 e del 4/6/2019) si è svolta la discussione, cioè la fase in cui il Pubblico Ministero avanza la richiesta di assoluzione o condanna e vengono pronunciate le arringhe degli avvocati della parte offesa, costituitasi parte civile per ottenere il risarcimento del danno all’onore, e dell’imputata.

Prima di addentrarmi nella cronaca dell’udienza, dò alcune spiegazioni su come dottrina giuridica e giurisprudenza qualificano il reato di diffamazione.

La diffamazione, punita penalmente ex art. 595 C.P. a querela di parte, consiste nell’offesa all’altrui onore e reputazione comunicando con più persone, perpetrata in assenza del soggetto passivo destinatario della condotta delittuosa, in questo distinguendosi dall’ingiuria, per altro depenalizzata dal gennaio 2016. Si tratta di un reato comune contro la persona posto a tutela dell’onore in senso oggettivo, quale stima che il soggetto passivo riscuote presso i membri della comunità di riferimento. È doloso, cioè occorre l’intenzione di chi lo compie di arrecare offesa e il dolo è normalmente solo generico.

Il reato di diffamazione per sussistere deve essere compiuto contro una persona ben determinata, non necessariamente identificabile per nome ma comunque individuabile, e non sussiste addirittura nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata, se le persone cui si riferiscono non sono individuabili (Sentenza Cassazione Penale del 12/2/1992 n. 1.477).

L’individuazione dell’effettivo destinatario dell’offesa è condizione essenziale e imprescindibile per attribuire all’offesa rilevanza penale, e quindi non contano le intuizioni o soggettive congetture, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di chi ritenga di poter essere uno dei destinatari della supposta offesa, se non emergono circostanze oggettivamente idonee alla rappresentazione di tale soggettivo coinvolgimento (Sentenza Cassazione Penale 22/3/1988 n. 3.756).

Secondo l’avv. Gianluca Visca del foro di Torino, uno dei difensori della dottoressa De Mari – gli altri sono l’avv. Giovanni Formicola del foro di Napoli e l’avv. Candalino del foro di Santa Maria Capua Vetere – questo è il caso dell’attuale processo, in quanto nessuno dei soci ha sporto personalmente querela, affidata invece al legale rappresentante del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

Particolarmente delicati i rapporti tra libertà di manifestazione del pensiero, diritto di cronaca – tipicamente di chi scrive sui mezzi di informazione, cartacei o “on line”, indipendentemente dalla sua iscrizione all’Albo dei giornalisti - diritto di critica politica e reato di diffamazione. L’art. 21 della Costituzione, 1 comma, recita: “ Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Mentre l’art. 10 della Convenzione Europea per i diritti dell’Uomo sulla libertà di espressione così riporta al comma 1, prima parte : “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. Quindi, se il proprio pensiero è espresso senza uso di termini offensivi e rispettando alcuni criteri che la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha da tempo fissato, non si può essere accusati di diffamazione. Vediamoli. Tradizionalmente si richiede che la notizia pubblicata sia vera (principio di verità), che esista un interesse pubblico alla sua divulgazione (principio di pertinenza) e che l’informazione sia esposta in maniera obiettiva, con un linguaggio necessariamente corretto e di per sé non offensivo (principio di continenza). Invece i confini del diritto di critica sono più larghi. Occorre sempre che siano rispettati i tre soprascritti principi di verità, pertinenza e continenza, ma ad esempio è esclusa la punibilità di coloriture, iperboli, toni aspri e polemici, linguaggio figurato e gergale mentre non si possono usare aggressioni gratuite o frasi trasmodanti o ingiuriose. Se poi ancora si parla di critica politica il criterio di verità è meno pregnante e stringente, può non essere obiettiva e può anche essere aspra e rappresentata in modo suggestivo, ma deve sempre essere espressa in modo continente, cioè non offensivo (Sentenza Cassazione Penale 11/10/2011 n. 47.037).

Preliminarmente il giudice monocratico Giulia Marzia Locati ha sciolto la riserva sulle richieste delle parti di assunzione di alcune prove. La difesa della dottoressa De Mari aveva chiesto di ammettere al deposito:

1) la scheda Wikipedia alla voce “Mario Mieli”, che però è stata citata nelle arringhe dei difensori di entrambe le parti,

2) la lettera a firma del condirettore del quotidiano cartaceo “La Verità”, dott. Massimo De Manzoni, in cui si afferma che il titolo dell’articolo di Silvana De Mari “ Mi processano perché oso criticare i filopedofili finanziati dallo Stato” del 3 marzo 2018 è stato scelto dalla redazione,

3) l’articolo on line del 3 luglio 2012 intitolato “Mario Mieli, l’icona gay italiana tra coprofagia e sessualità con bambini”, consultabile sul sito dell’U.C.C.R. Unione Cristiani Cattolici Razionali, coprofagia e sessualità con bambini”, consultabile sul sito dell’U.C.C.R. Unione Cristiani Cattolici Razionali,

4) l’articolo on line “Approfondiamo la figura di Mario Mieli, l’ideologo che ispira i Gay Pride” del sito “Basta Bugie.it”, consultabile all’indirizzo: http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=239.

5) L’articolo di Giulio Meotti sul quotidiano Il Foglio del 7 settembre 2013 in cui riprende il dossier uscito poco prima sul settimanale Der Spiegel: “Negli anni Ottanta numerose associazioni di sinistra, e di intellettuali, che lottavano per i diritti degli omosessuali, formarono una sorta di alleanza con i militanti della pedofilia”.

Di tutti questi documenti il giudice ha ammesso solo il n. 2, aderendo alla richiesta in tal senso del Pubblico Ministero. Per il circolo “Mario Mieli” è stata acquisita la registrazione della intervista a Silvana De Mari, condotta da Lilli Gruber, conduttrice della TV La7, avvenuta il 17 settembre 2018, (reperibile su You Tube all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=ORglLbHhIQw ).Il deposito della chiavetta con l’intervista era stato richiesto dall’avv. Michele Poté ai fini della eventuale successiva liquidazione dei danni all’onore in un procedimento in sede civile, trattandosi di continuazione di reato, mentre l’avv. Visca, per l’imputata, si era opposto decisamente nell’udienza precedente del 24 maggio 2019, sia perché era mancata l’integrazione dell’ originaria querela, anteriore all’intervista, sia perché quell’intervista non era passata al vaglio dell’Autorità Giudiziaria.

Nell’udienza del 7 giugno la difesa dell’imputata ha domandato al giudice di poter depositare la stampa di una pagina del sito del “Mario Mieli”, ancora raggiungibile, in cui veniva annunciata la presentazione di una nuova edizione da parte della Feltrinelli di “Elementi di critica omosessuale” di Mario Mieli il 23 gennaio 2018 presso la libreria Feltrinelli di Roma, e il deposito è stato ammesso, nonostante l’ opposizione del PM e della Parte Civile.

A questo punto il giudice ha dichiarato chiuso il dibattimento ed ha dato inizio alla discussione. Come da rito ha cominciato il Pubblico Ministero, che ha negato che nell’opera letteraria di Mieli, teorico fondamentale per il movimento omosessuale italiano negli anni ‘70, via sia un inno alla pedofilia, alla coprofagia (che pure praticò anche in pubblico) e alla necrofilia.”Elementi di critica omosessuale”(1977), rielaborazione della tesi di laurea in filosofia morale del Mieli (1976), come si evince dalla premessa dell’autore stesso, non è altro che un testo teorico, le cui idee possono essere condivisibili o meno. Per il PM il brano più esplicito della pedofilia di Mieli (orientamento erotico) è semplicemente la chiusa del paragrafo “Edipo o altro” - che conclude il primo capitolo - in cui Mieli disquisisce sulle teorie psicanalitiche di Sigmund Freud [1856-1939] relative all’eziologia dell’omosessualità . Ecco il brano : “Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra[sic, educazione che castra il polimorfismo sessuale del bambino], nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica. La società repressiva eterosessuale costringe il bambino al periodo di latenza; ma il periodo di latenza non è che l’introduzione mortifera all’ergastolo di una «vita» latente. La pederastia, invece, «è una freccia di libidine scagliata verso il feto»(Francesco Ascoli).” (“Elementi di critica omosessuale” , file pdf reperibile sul sito del “Mario Mieli” https://www.mariomieli.net/wpcontent/uploads/2018/01/Elementi_di_critica_omosessuale.pdf a pag 55).

Eppure tutta la vita di Mario Mieli e non solo la sua opera letteraria o teatrale fu un progetto politico. Egli infatti appartenne dal punto di vista psicologico a quella categoria di persone omosessuali egosintoniche, cioè che vivono apparentemente bene la propria omosessualità, senza sofferenza e senza alcun desiderio di modificarla, e fra queste egli appartenne alla subcategoria dei cd. gay, quella minoranza della minoranza, nata nella II metà del ‘900 che diventa militante sia nella società sia nella politica. Nel 1971 infatti fu tra i fondatori del F.U.O.R.I. (Come out! Ma anche acronimo di Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) e dell’omonimo giornale, dichiarando: “Per la prima volta degli omosessuali parlano ad altri omosessuali…entrano sulla scena da protagonista… È toccato ad altri prima di noi, ebrei, neri, ora tocca a noi”. Il suo obiettivo strategico era il comunismo, che non poteva raggiungersi se non ottenendo l’obiettivo intermedio della liberazione sociale di tutte le pulsioni erotiche dell’individuo (omosessualità, coprofilia, coprofagia, incesto, etc), che la “Norma eterosessuale”, al servizio del capitalismo aveva censurato e rimosso. Mieli lo dichiara nella primissima pagina, nella premessa, con questa frase : “Ho sottolineato l’importanza della liberazione dell’omosessualità nel quadro dell’emancipazione umana: infatti per la creazione del comunismo è “conditio sine qua non”, fra le altre, la completa disinibizione delle tendenze omoerotiche, che solamente libere possono garantire il conseguimento di una comunicazione totalizzante fra esseri umani, indipendentemente dal loro sesso”. Nell’ultimo capitolo degli “Elementi…”, intitolato “Verso il gaio comunismo” scrive : “La lotta per il comunismo, oggi, deve manifestarsi anche quale negazione della Norma eterosessuale fondata sulla repressione dell’Eros che è essenziale alla sussistenza del dominio del capitale sulla specie. Le «perversioni», e in particolare l’omosessualità,esprimono la ribellione contro il soggiogamento della sessualità da parte dell’ordine costituito, contro il pressoché totale asservimento dell’erotismo (represso o de-sublimato repressivamente) al «principio di prestazione», alla produzione e alla riproduzione (di forza-lavoro)”.

Mario Mieli uscirà dal F.U.O.R.I. quando il IV congresso nel 1974 deciderà a maggioranza di stringere un patto federativo con il Partito Radicale, allora in ascesa con le campagne per l’aborto ed il divorzio. Per lui questa scelta era troppo borghese e incompatibile con l’aver condizionato la realizzazione del comunismo alla previa risoluzione della questione omosessuale. In effetti Mario Mieli, da sempre in collegamento con i movimenti omosessuali europei, non scelse mai una militanza partitica. Visse anzi in un epoca in cui nessun politico sarebbe andato a elemosinare i voti delle persone omosessuali e sebbene, come scrive Danilo Quinto, l’ex tesoriere del Partito Radicale e dei Radicali Italiani, con i quali ebbe controversie di lavoro, a pag. 166 di “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio” (Fede & Cultura, Verona, 2012, ancora in commercio) “L’approvazione e l’esaltazione dell’omosessualità e della bisessualità non solo è connaturata al mondo radicale, ma è lo strumento attraverso il quale si formano le carriere politiche e parlamentari” o “Un luogo [La sede del Partito Radicale, nota mia] ...dove l’ideologia omosessuale è dominante”, e sebbene il Partito Radicale decidesse di aprire da subito le sue sedi in tutta Italia al movimento fondato dal coraggio e dalla determinazione di Angelo Pezzana (http://www.radioradicale.it/scheda/199987/gay-pride-2006-35-anni-fa-nel-1971-nasceva-a-torino-il-fuori-fronte-unitario ), Mario Mieli, da buon marxista, non aderì mai al programma del Partito radicale, come tutti i soci milanesi del F.U.O.R.I. scissionisti, poi fondatori dei C.O.M. Collettivi Omosessuali Milanesi.

Inutile perché ben conosciuto descrivere oggi il programma politico dei circoli omosessuali, compreso ovviamente il Mario Mieli di Roma, i quali, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno sposato le istanze del liberalismo nella sua versione libertaria assoggettandosi alla nuova industria capitalistica elitaria dell’utero in affitto. È da notare però che mentre Mario Mieli era contrario al matrimonio “tout court”, i soci del circolo perseguono il cd. matrimonio egualitario, quello cioè fra persone dello stesso sesso.

Per il PM non ci sono prove documentali o audiovisive che il Circolo “Mario Mieli” sostenga la pedofilia o la coprofilia, anche se ha presentato il libro presso la Feltrinelli; Silvana De Mari ha fatto critiche gratuite, al di fuori dell’esercizio del diritto alla difesa. Ricordo che il diritto di difesa è coperto da intangibile garanzia, grazie all’art. 24 Cost.,e pertanto non può parlarsi di diffamazione. Inoltre tra gli scopi del Circolo all’articolo 3 dello Statuto non ci sono profili di illiceità. Il fatto che il Circolo non abbia cambiato nome non significa che si prefigga tutti gli scopi di Mario Mieli, la PM stessa, appassionata dei film di Almodovar, non condivide tutto il pensiero del regista. Pertanto l’imputata va condannata a 1.000 euro di multa, perché c’è il dolo e non ci sono cause esimenti.

Per il “Mieli” l’avv. Potè ha affermato che non è stato osservato dall’imputata per l’esercizio del diritto di critica il criterio della verità, che eviterebbe in parte la diffamazione, in quanto non sono state prodotte prove della volontà di difesa della pedofilia e coprofilia da parte dei soci del circolo. È stato superato il limite della continenza nelle espressioni della dottoressa De Mari in quanto, ella ha accostato la pedofilia come orientamento sessuale alle pratiche previste e punite dall’ articolo 414 bis del codice penale, che ha come rubrica “Istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia”. Infine l’avv. Potè ha ricordato alcune sentenze che confermano che soggetto passivo del reato di diffamazione (destinatario) può essere anche un ente collettivo e pertanto ha chiesto al giudice di concedere, insieme alla condanna della De Mari, una provvisionale sul danno, cioè la somma immediatamente esecutiva anticipabile dopo il I grado di giudizio, qualora l’imputata si appelli, di ben 10.000 € e la pubblicazione della sentenza.

È stata poi la volta delle arringhe degli avvocati della difesa della psicoterapeuta torinese. L’avv. Visca ha sottolineato come l’imputata sia un soggetto particolarmente preparato, che si è ben documentata prima di parlare analizzando il sito del “Mario Mieli” e studiando il libro; che non ha mai inteso offendere i singoli soci – che nemmeno conosce -, e che in definitiva ella ha chiesto, come cittadina, come mamma, come contribuente che il Circolo si dissociasse dal pensiero di Mario Mieli e da ultimo lo ha fatto perfino in giudizio, visto che esso riceve soldi pubblici per le sue iniziative. L’avv. Visca ha rilevato che, se al momento di intitolare il circolo a Mieli già allora si era formato un gruppo favorevole all’intitolazione alternativa in favore di un giovane omosessuale ucciso a Roma proprio nell’anno del suicidio di Mieli, evidentemente qualcuno aveva capito la pericolosità della scelta in memoria dell’omosessuale milanese.

Inoltre l’avv. Visca ha lamentato un vizio formale nel deposito della denuncia querela, ovvero il fatto che essa non fu recepita correttamente dall’Ufficiale di Polizia Giudiziaria del Commissariato del Celio I di Roma ove essa fu consegnata.Il timbro di deposito è stato apposto solo sulla procura del legale rappresentante del Circolo e non sull’atto di querela e, siccome nella procura speciale non vi è alcun riferimento alla querela né una frase posta dal funzionario di polizia che alluda ad un collegamento, il vizio di deposito travolge l’intera querela e i suoi allegati; e comunque non è l’associazione che può ritenersi offesa dalle affermazioni della scrittrice ma i singoli soci . Dalla nullità della querela discende allora la richiesta dell’avv. Visca di sentenza di “non doversi procedere” contro l’imputata, sentenza che non è né assolutoria né di condanna o in subordine assoluzione nel merito con la formula che il giudice riterrà più opportuna.

L’avv. Giovanni Formicola ha esordito con la distinzione tra fatto, cioè condotta, e principio teorico esponendo alcuni esempi storici. Pierpaolo Pasolini non ha mai pubblicamente lodato la pederastia, pur avendola praticata. Caravaggio, secondo i suoi biografi “molto incline a duellare e a far baruffe” (Van Mander) e “torbido e contentioso” (Mario Minniti) e che fu ricercato per rissa e omicidio, non ha mai rappresentato nelle sue opere pittoriche scene di atti pedofiliaci, come Mieli, che pure si suicidò, non ha mai elogiato il suicidio, diversamente dalla pedofilia.

La presentazione di un libro è adesione al pensiero dell’autore e tanto più lo è l’intitolazione di un circolo. Non si intitola una piazza a Salvatore Riina come monito per i cittadini a non commettere delitti. Inoltre la pubblicazione di un libro - e varie sono state le edizioni di “Elementi di critica omosessuale” - rende presente il pensiero di un autore, come pure esso si attualizza quando il lettore, ogni lettore, rilegga quei passi indubitabili di elogio della pedofilia: è un tarlo che lavora per decenni nel tessuto sociale.Chiunque legga il libro di Mieli può pensare che essa sia in qualche modo socialmente ammessa. Ecco perché il Mein Kampf di Adolf Hitler non può essere rieditato, sebbene il dittatore avesse proibito la vivisezione animale e fosse un vegetariano.

La dottoressa De Mari ha esercitato il diritto di critica politica, perché è interessata a che i soldi pubblici non siano sperperati per scopi che la maggioranza delle persone trova riprovevoli.

Pertanto l’avv. Formicola ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste o non costituisce reato e ha negato che vi sia il presupposto giuridico per la concessione della provvisionale.

Infine al termine di tutte le arringhe l’imputata ha rilasciato alcune dichiarazioni.Il circolo “Mario Mieli” incoraggia la pedofilia (orientamento sessuale) in modo implicito con l’intitolazione, non ad Oscar Wilde o a Pasolini, ma a un teorico della pedofilia e di altre parafilie, ed anche in modo esplicito, essendo sul sito riportato per intero e senza censure “Elementi di critica Omosessuale” e l’articolo di Paolo Francesco Del Re.

Il fantasma di Noa Pothoven aleggia nell’aula, perché l’Olanda ha banalizzato l’eutanasia e la ragazza poi l’ha fatta realizzare. Banalizzare apre sempre un argine. Esiste un fenomeno psicologico di imitazione isterica: se in una classe una ragazza si dichiara anoressica, si è sicuri che poi altre ragazze la imiteranno e così è per i comportamenti omoerotici. C’è un rischio contagio, non per tutti, ma per alcuni soggetti predisposti. Nel suo libro Mieli legittima anche l’incesto anale e condanna chi condanna la pedofilia e le altre parafilie. Nel punto 1 della premessa, preciso io, infatti Mieli scrive: “... ritengo ancora opportuno contrapporre, anche in « sede teorica», i pareri di noi gay a quelli tradizionali degli etero, i quali di solito condividono — più o meno volentieri o più o meno consapevolmente — i (pre)giudizi di certa canaglia reazionaria, di tutti quei medici, psicologi, sociologi, magistrati, politici, preti ecc. che spacciano per verità sulla questione omosessuale le più grossolane — o, rarissimamente, sottili — menzogne”.

Mieli fu un soggetto trasgressivo, psicotico e fu anche arrestato e ricoverato. Aggiungo io che nel 1974 venne fermato nudo all’aereoporto di Heathrow di Londra, in preda alla droga e alla fase maniacale (eccitazione) della psicosi bipolare in cerca di un poliziotto con cui consumare un rapporto sessuale. Dal carcere venne tradotto e curato presso la sezione psichiatrica del Marlborough Day Hospital, poi, dopo il processo e la condanna, venne ricoverato dai familiari per oltre un mese in una clinica di Milano.

Nelle controrepliche non si sono aggiunti temi nuovi e la causa è stata rinviata all’udienza del 28 giugno 2019 alle h 9 nell’aula 45 per la lettura del solo dispositivo, che è la parte precettiva della sentenza, senza le motivazioni.

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14/06/2019
1809/2019
S. Giuseppe da Copertino

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