Politica

di Elisa Rossini

Affidi illeciti in Val d’Enza: i dettagli che emergono e i segnali che arrivavano

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Apprendo con sgomento quanto sta emergendo a Reggio Emilia a proposito degli affidi illeciti.

È doveroso attendere l’accertamento degli abusi e dei reati da parte della magistratura, ma non ci si può sottrarre ad una riflessione su quanto sino ad ora emerso.

Circa 4 anni fa, il 12 marzo 2015, il modello dei servizi sociali della Val d’Enza veniva ascoltato dalla Commissione parità e diritti della Regione Emilia Romagna e assunto, appunto, come modello per la “forte capacità di emersione di questi fenomeni odiosi” (così si esprimeva il presidente della Commissione Roberta Mori).

È lecito e opportuno domandarsi se la valutazione che la Regione Emilia Romagna ha effettuato all’epoca in relazione alle attività dei servizi sociali della Val d’Enza, sia stata solo superficiale, oppure sia anche il frutto di una visione fortemente ideologizzata.

Personalmente ritengo che la Regione Emilia Romagna così come molti comuni che vi appartengono, ivi incluso il comune di Modena, approcci la famiglia con un marcato pregiudizio, classificandola a priori come il luogo in cui si consumano violenze domestiche, il luogo in cui la donna è oppressa e sottomessa, il luogo inappropriato per bambini e ragazzi per acquisire competenze e conoscenze. Da alcuni anni a ciò si è aggiunto un concetto fluido di famiglia che spinge verso il superamento della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, così come riconosciuta e tutelata dall’articolo 29 della Costituzione.

Porto alcuni esempi.

Nel 2014 la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge n. 6 per la parità e contro le discriminazioni di genere. La legge si propone, a ben vedere, più che la lotta alle discriminazioni, una vera e propria rieducazione della popolazione a partire dall’ambito scolastico per a superare i cosiddetti “stereotipi di genere”. Ad esempio una famiglia numerosa dove la donna si occupa solo o prevalentemente del lavoro domestico è uno stereotipo da eliminare.

E ancora.

A partire dal 2013 la Regione Emilia Romagna finanzia con cifre che vanno dai 350 mila ai 500 mila euro l’anno il progetto “w l’amore”, destinato ad essere realizzato nelle scuole medie della nostra regione. Il libretto che viene dato in mano ai ragazzi presenta varie criticità, ma una su tutte è interessante evidenziare. Si sottolinea che in alcuni paesi le persone omosessuali possono sposarsi e adottare figli, lasciando trasparire un giudizio negativo su questa Italia che è ancora così poco progredita da ritenere che la famiglia sia quella formata da uomo e donna e da considerare un bene per la crescita dei bambini la presenza della figura maschile e della figura femminile.

Più recentemente la Regione ha avviato la discussione di un disegno di legge sull’omotransnegatività e anche in questo caso si prospetta una vera e propria rieducazione di massa diretta a eliminare lo stereotipo della famiglia con mamma papà e figli.

Infine, Modena. Nelle linee di indirizzo per il governo della città è prevista l’eliminazione dai moduli amministrativi delle parole padre e madre, da sostituirsi con “genitore” e “genitore”, al fine di eliminare le differenze. E per il resto la famiglia non è mai menzionata e non è destinataria delle attenzioni della maggioranza.

Mi pare che l’attacco alla famiglia portato avanti nella nostra Regione sia molto evidente e che i fatti di Reggio Emilia ben si inseriscano in questo contesto culturale.

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09/07/2019
2107/2019
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