Politica

di Mirko De Carli

Ma quale crisi, è solo il solito teatrino da politicanti

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Tutto ha inizio dopo l’accordo al Consiglio Europeo sulla indicazione della Von Der Leyen a Commissario Europeo: già in quell’occasione Salvini accettò a fatica il sì di Conte in cambio di un commissario economico leghista in quanto preoccupato di essere ingabbiato dentro la morsa franco-tedesca che si era da poco aggiudicata tutte le cariche più importanti presenti sul tavolo della trattativa. Questi dubbi nella testa del vicepremier hanno lavorato per giorni fino a porre la “conditio sine qua non” definitiva: durante il passaggio in plenaria parlamentare la Von Der Leyen avrebbe dovuto inserire nel suo programma di mandato una forte e decisa condanna del traffico di migranti nel Mediterraneo ad opera delle ong.

Nel mentre che poneva il paletto Salvini sapeva benissimo che sarebbe stato difficilmente accolto in quanto la Von Der Leyen aveva già defezioni in termini di voti all’interno del Ppe e continuava a trovare resistenze forti dal fronte socialista e verde. Per ovviare a questi ostacoli l’ex ministro della difesa tedesco ha messo in campo alcune scelte strategiche rivelatesi poi vincenti al momento della conta parlamentare: ha chiesto a Weber di spendersi in prima persona per far votare in maniera più compatta possibile il PpE a suo favore, ha strappato il sì di tutto il gruppo dei liberali capitanati da Macron e ha stretto accordi con il Pse sul tema della Green economy per aiutarli nella strenua competizione interna (in Germania) con i Verdi (che avevano già dichiarato di non voler in alcun modo sostenere la sua candidatura). Ultima mossa: spaccare il fronte italiano convincendo i grillini col tema del salario minimo e con la minaccia velata di esautorare il loro premier che durante il Consiglio Europeo aveva espresso il sì del nostro paese per la Von Der Leyen.

Lo scenario da ipotetico si è, col passare delle ore, trasformato in realtà e ovviamente la Lega non ha avuto alternativa rispetto a quella di sfilarsi di ogni eventuale commistione con la nuova Commissione Europea che si andava definendo col voto in aula. Una scelta presa poche ore prima dell’apertura dei lavori della plenaria che ha reso ovviamente anche impraticabile la strada aperta giorni primi di un commissario europeo leghista.

Di Maio e i grillini, come già avvenuto durante l’anno di governo, continuano a volersi mostrare come forza moderata e di governo mentre la Lega persiste nel voler mantenere il pallino dell’opposizione dura e pura alla vecchia classe dirigente che ha governato l’Italia e che governa l’Europa. Di fatto questa strategia di essere un esecutivo “di lotta e di governo” paga elettoralmente per entrambe le forze politiche: la Lega cresce perché i suoi temi oggi sono più centrali rispetto a quelli grillini e i 5 Stelle rimangono ancorati ai dati delle ultime europee (forse qualcosina in più) che potrebbero crollare a picco nel caso di un eventuale governo tecnico col pd o elezioni anticipate.

Tiriamo le somme ora: conviene sia a Salvini che Di Maio far durare il più possibile questo esecutivo e per questo bisticciano alacremente per non offrire spazio a nessun altro forza politica nel ruolo di opposizione al cosiddetto “governo del cambiamento”. Quale sarà il nuovo equilibrio che li riappacificherà? Un rimpasto estivo di poltrone a Roma. Quasi sicuramente l’Italia indicherà un commissario alla concorrenza e al commercio e sarà un ministro (tecnico) dell’attuale esecutivo Conte. Un nome? Moavero Milanesi. A quel punto si aprirebbe l’opportunità di chiedere la testa del ministro della difesa o dei trasporti in cambio della casella degli esteri che potrebbe essere occupata da un uomo di fiducia del

Premier e di sicuro gradimento del Presidente Napolitano. Questo rappacificherebbe gli animi permettendo di concentrarsi, dopo la pausa estiva, sulla manovra finanziaria.

Una cosa è certa però: tutto queste “scosse telluriche” nulla hanno a che vedere con le questioni che ci stanno più a cuore (ad esempio la depenalizzazione dell’art. 580 c.p., calendarizzazione in aula del reddito di maternità e predisposizione di un vero e proprio “piano nazionale per la famiglia”) e questo aumenta sempre di più la distanza tra i bisogni delle famiglie italiane e le priorità della politica. Un ferita che, col passare del tempo, diventa sempre più insanabile.

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20/07/2019
2508/2019
San Giuseppe Calasanzio

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