Società

di Davide Vairani

Suicidio assistito ed eutanasia: ecco l’unico comandamento che conta

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Se qualcuno era convinto che biotestamento e unioni civili sarebbero rimasti tristi ricordi del passato e che l’onda che punta all’eutanasia libera si sarebbe improvvisamente infranta con l’avvento al potere della Lega di Salvini, meglio si ricreda e si svegli dai sogni di belle utopie.

Lo stallo parlamentare attorno un possibile testo di legge su suicidio assistito ed eutanasia cui stiamo assistendo ne è prova provata.

Pax bioetica, o meglio, indifferenza bioetica, che per tattiche politiche divergenti tra loro fa comodo anzitutto ai due fratelli/coltelli al governo, appunto la Lega e i 5 Stelle di Di Maio, tanto da sacrificare sull’altare dei facili consensi elettorali il principio cardine della suddivisione dei poteri in uno stato democratico e civile e passare la palla della decisione sul tema direttamente alla Corte Costituzionale il 24 settembre prossimo.

D’altronde, parliamoci chiaro, ma a chi importano davvero i princìpi non negoziabili?

Sul fine vita, soltanto una pattuglia di gruppi ed associazioni di area cattolica sta cercando di opporsi ad una deriva eutanasica, in nome della dignità della persona e della sacralità della vita.

Ma è come se fossero influencer di se stessi e gran cassa di un segmento del “mondo cattolico” italiano dal peso elettorale sempre più simile al prefisso telefonico.

Intellettuali, quotidiani e network nazionali, società civile e sentire popolare stanno da tutt’altra parte. Irrilevanti tra gli irrilevanti quali sono diventati in generale “i cattolici”.

Siamo un resto di Israele noi cattolici, una infima minoranza su questi temi, e non da oggi.

Lo sappiamo e lo abbiamo ampiamente sperimentato sulla nostra pelle, soprattutto in questi ultimi dieci anni nei quali il dibattito pubblico attorno a biotestamento, unioni civili ed eutanasia libera non si è giocato attorno ad un confronto dialettico tra parti opposte che - tuttavia - si riconoscono legittimate a parlare.

Abbiamo assistito - al contrario - ad una sorta di Armageddon, di battaglia finale tra Bene e Male.

Nell’Apocalisse di Giovanni ad un certo punto si profetizza il radunarsi alla fine dei tempi di tutti i re della Terra spinti da tre tre spiriti immondi, “per radunarli per la battaglia del gran giorno del Dio onnipotente”nel luogo “che in ebraico si chiama Harmaghedon”.

Al versare degli angeli della “sesta coppa dell’ira di Dio” sulla Terra, ecco l’Armageddon, la battaglia finale tra i re della Terra (incitati da Satana) e Dio, tra il Bene e il Male (Ap. 16, 1-5).

Tra Bene e Male non può esistere una terra di mezzo.

Il dibattito pubblico sui temi etici, fuor di metafora, si è giocato (e ancora oggi si gioca) come se fosse uno scontro tra cattolici e resto del mondo: ad interpretare la parte del Bene, un sentimento popolare che rivendica la libertà assoluta di prendere decisioni su quale tipo di vita si voglia continuare oppure no, su quale vita sia degna di venire al mondo oppure no, sull’idea di qualità e dignità del vivere e del morire, che si rifiuta di assumere per postulato che tutta la vita umana sia sacra.

In tale ottica, il Male è incarnato sostanzialmente da quei testardi di cattolici che vogliono avere la pretesa per fede di imporre alla società tutta, alla politica e ad ogni settore della vita pubblica i loro dogmi e princìpi.

Saremo anche un resto di Israele noi cattolici, una infima minoranza su questi temi, eppure - nonostante tutto - siamo percepiti comunque pietra d’inciampo al trionfo definitivo del Bene, per continuare ad usare la metafora di cui poco prima.

Il problema è che per primi noi cattolici abbiamo in qualche modo accettato le regole del gioco imposte dal campo avverso: abbiamo scelto noi di pòrci nell’agone del dibattito pubblico con lo spirito dell’Armageddon, a suon di postulati, dogmi e princìpi - troppo frequentemente branditi come sciabole -, come se la partita in gioco fosse la tutela di una società cristiana (che in ogni caso non esiste più) e non anzitutto l’umano.

Anzichè accettare le sfide che la modernità impone e giocare la partita sul suo terreno (quello della modernità), abbiamo di fatto scelto la strada contraria, quella del muro contro muro, della retroguardia, nell’illusione di una possibile restaurazione dell’Ancien Régime.

Quale l’effetto?

Anzitutto all’interno del “mondo cattolico”, nel quale si ingaggia una miope quanto errata battaglia tra chi è più o meno fedele alla Dottrina Sociale della Chiesa, anzichè provare a costruire un pensiero davvero catholicon, capace di mostrare ragionevolmente le aporie del pensiero moderno.

Soprattutto di contribuire noi stessi cattolici a far passare il messaggio per il quale difendere la “dignità della persona” e la “sacralità della vita” siano valori soltanto cattolici (dove l’aggettivo cattolici si intenda nel senso più intimistico e personalistico del termine).

Con l’inevitabile effetto di auto-condannarci da soli a dovere interpretare la parte dei difensori della vita e della libertà dell’uomo: per fede e non a causa della fede.

La querelle di questi giorni tra il direttore del quotidiano “Libero”, Vittorio Feltri, il cattolico Simone Pillon (passato dai Family Day a senatore della Lega) e Gaetano Quagliariello, senatore eletto nel centro-destra in quota IDeA e iscritto al gruppo parlamentare di Forza Italia, è a tal proposito interessante.

In campo scendono tre personaggi molto differenti tra loro.

Quagliariello, accademico e costituzionalista, è un politico di lungo corso. Da giovanissimo militava nelle fila del Partito Radicale, di cui diventò anche vicesegretario nazionale negli anni ‘80 del secolo scorso, e che ebbe a quei tempi un ruolo attivo nella campagne referendarie sull’aborto e sul testamento biologico. Dal 1994 con l’adesione a Forza Italia inizia un percorso non solo politico che lo porterà a difendere la vita di Eluana Englaro nel 2009 e poi più avanti a fare più di una battaglia contro le unioni civili.

Simone Pillon, avvocato, è dichiaratamente un cattolico. Fin da giovanissimo molto attivo nel mondo sociale, è stato anche consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari fino al 2015, tra gli organizzatori dei tre “Family Day” del 2007, del 2015 e del 2016. Sceglie la politica nel 2018, quando viene eletto Senatore della Repubblica, nelle liste della Lega nella circoscrizione Lombardia.

Vittorio Feltri è Vittorio Feltri, come fai a definirlo schematicamente?

In ogni caso, la querelle tra i tre si innesca dopo l’uscita pubblica del parere del Comitato di Bioetica, parere che nella vulgata mediatica è passato come una sorta di semaforo verde alla depenalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia.

“Il suicidio assistito è un atto di libertà che non può essere negato”, sostiene Feltri. “Simone Pillon, cattolicone efferato, si è incavolato nero perché il Comitato di bioetica ha detto una ovvietà - scrive il direttore di “Libero” -: il suicidio assistito è un fatto assai diverso dall’eutanasia. Non si capisce il motivo per cui egli non riesca a capire la differenza fra le due cose.

Un conto è che un signore o una signora sofferente, causa grave malattia incurabile, decida di porre fine alla propria esistenza, e per realizzare la dipartita chieda aiuto a una struttura affinché agevoli l’operazione. Nel caso prevale la volontà del paziente e sarebbe sbagliato, crudele, impedirgli di realizzarla.

Viceversa regolamentare la eutanasia è complicato, benché in molti Paesi essa sia stata introdotta senza provocare disastri . [...] Decidere di andare all’altro mondo per motivi fondati è un atto di libertà che non può essere negato, mentre imporre la morte a chi non è consenziente è tutt’altra faccenda.

E sul punto concordo con Pillon. Non è lecito sopprimere una persona, sospendendo la sua nutrizione, senza che questa abbia fornito la propria autorizzazione a procedere. Sarebbe una prevaricazione aggravata da una sorta di sadismo. Quando la Englaro venne eliminata nella maniera che sappiamo, anche io, come tutti, rimasi più che perplesso: diciamo pure indignato.

Ma se Lucio Magri, mio amico, non si sentiva più in grado di sopravvivere al suo dolore e si è recato in Svizzera, dove spontaneamente ha bevuto l’ amaro calice che gli ha consentito il trapasso, ha compiuto un gesto autonomo, nessuno glielo poteva impedire.

Quindi, caro Pillon, si faccia gli affari suoi e non metta il becco nelle scelte personali di un essere padrone della propria vita”.

Suonano la stessa campana le risposte date da Feltri a Quagliariello, quando quest’ultimo prova ad imbastire un ragionamento.

“Il punto è che si può anche decidere di suicidarsi, ma non si può chiedere ad altri di essere aiutati nell’impresa o addirittura di essere ammazzati - argomenta Quagliariello -. Tanto meno si può chiederlo al Servizio sanitario nazionale, perché per lo Stato la vita e la morte non possono essere opzioni equivalenti. Altrimenti verrebbe meno qualsiasi principio solidaristico che giustifichi l’ esistenza dello Stato stesso. Il problema risiede nella pretesa di trasformare la libertà in un diritto esigibile, perché il diritto esigibile impone in capo allo Stato - e dunque ad altre persone - il dovere di assicurarne l’ esercizio facendosi dispensatore di morte.

Lo Stato garantisce diritti, non amministra libertà; in caso contrario, non faremmo altro che trasferire in campo liberale il vizio di quei marxisti che pensano di poter fare la carità col portafoglio altrui. E se esiste un diritto inviolabile alla vita, un ordinamento non può contemplare un equivalente diritto alla morte.

Se così stanno le cose, la distinzione tra eutanasia e suicidio assistito (che attiene alle modalità di “esecuzione” e non alla volontarietà dell’ atto) è davvero priva di qualsiasi fondamento”.

“Lei dovrebbe sapere che un uomo in difficoltà che voglia andare all’altro mondo, che magari non c’è, e si rivolga a una struttura attrezzata, sceglie di trangugiare un beverone e lo fa spontaneamente, senza incoraggiamenti di sorta - gli risponde Feltri -. Lo fa materialmente ossia prende in mano il bicchiere e manda giù il liquido.

Non esistono forzature. È come assumere una supposta. Te la metti tu se te la vuoi mettere, altrimenti tralasci”.

E’ la chiusa della querelle che ne fa Feltri il punto che mi interessa evidenziare.

“Lei invece - rivolto a Quagliariello - preferirebbe che un tizio che non desidera più vivere, e sono affari suoi, si gettasse dal quinto piano anziché sorseggiare in proprio un liquido preparato da altri che non ti obbligano certo a usufruirne. Come fa a non capire un concetto così elementare? I veleni si vendono, basta saperli comprare. Esistono ed esiste anche la libertà di mandarseli nello stomaco”.

“I cristiani - aggiunge Feltri - si comportino come aggrada a loro, tuttavia non pretendano di imporre ad altri idee rispettabili però non di valore universale.

Se lei non vuole morire a me non importa nulla, faccia lei. Ma se io viceversa aspiro per motivi miei a togliermi dai piedi perché lei me lo deve impedire in base e princìpi che non condivido neanche a rate?

Lo Stato, la politica non possono interferire nella mia vita e nella mia morte.

Il mio padrone sono io e nessun altro. Non chiedo ad alcuno di uccidermi, semplicemente pago un servizio: quello di offrirmi un calice che poi tracanno senza la complicità altrui.

Della eutanasia nel mio articolo non ho parlato se non per affermare che essa è una soluzione complicata sulla quale nemmeno mi sono pronunciato in senso positivo.

Mi piacerebbe soltanto che sul mio eventuale decesso nessuno mettesse il becco”.

Anche per Pillon il refrain non cambia: “I cristiani sono ostili al suicidio - scrive Feltri -? Benissimo, si astengano dal compierlo, chi li costringe ad andare all’altro mondo?

Ma se io, per esempio, non sono un credente e desidero comportarmi come mi pare, magari di uccidermi possibilmente senza patire, affidandomi a una struttura capace di condurmi, su mia iniziativa, si intende, nell’aldilà chi me lo può impedire? Lei? Insomma qui si reclama il diritto di crepare, non di ammazzare altri se non se stessi.

Ma a te, Pillon, che te ne frega se invece di attenermi ai dettami della tua religione affido il mio corpo - l’ anima è una faccenda astratta - a Caronte?

In altri termini più aspri: fatti i cazzi tuoi e non i miei”.

Sarà anche rozzo, starà anche sulle scatole, ma tutto si può pensare di Vittorio Feltri tranne che non ti dica in faccia ciò che pensa senza mezze misure.

Il problema - ovviamente - non è ciò che pensa Feltri (liberissimo di pensarla come la sua coscienza gli chiede).

Il problema è che Feltri ha il coraggio di dire pubblicamente e senza vergogna ciò che - temo - pensa la gran parte degli italiani.

E anche di tanti cattolici, sotto sotto. In modo meno diretto, forse, ma la sostanza non cambia: “fatti i cazzi tuoi e non i miei”.

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07/08/2019
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