Chiesa

di Davide Vairani

Verso gli 11 mesi dal rapimento di padre Gigi Maccalli

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“Non era certo il primo rapimento di cui sentivamo parlare, ma era il primo che ci toccava così da vicino. Ci sembrava impossibile. Quel giorno la notizia del suo rapimento è stata ripetuta in tutti i telegiornali, che abbiamo seguito sperando sempre in qualche particolare in più”, raccontano all’Agenzia Fides due amici del missionario.

“Padre Gigi Maccalli, chi?”. Non credo che il nome di questo italiano dica molto di più che un interrogativo e comprensibilmente.

In 334 giorni di rapimento, la copertura mediatica della grande stampa nazionale non c’è stata per questo missionario originario della parrocchia di Madignano (Diocesi di Crema), classe 1961, missionario della Società Missioni Africane (SMA).

Il suo nome non è diventato un hastag virale e la sua immagine non ha fatto da sfondo a striscioni da appendere sui balconi dei palazzi comunali di mezza italia.

Soltanto la sua terra d’origine e le comunità della Società per le Missioni Africane continuano a ricordarlo, in direzione ostinata e contraria con manifesti, marce e veglie di preghiera: la prossima, il 17 agosto 2019, in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Pallavicina a Izano, come da quel giorno del rapimento si continua a fare mese dopo mese nelle terre cremasche.

Un missionario sa bene che tra gli incidenti del mestiere con i quali occorre fare i conti ci deve mettere anche rapimento e uccisione. Lo sanno bene, eppure vanno avanti, scelgono di andare.

Si calcola che nel mondo siano 639 i sacerdoti uccisi dal 1990 ad oggi e che il 2018 sia stato l’anno più sanguinoso, con tre vittime al mese. Dati che mettono i brividi.

“I missionari che raggiungono il riconoscimento del loro martirio da parte della Chiesa costituiscono quasi la punta dell’icebeg di questo calvario contemporaneo: è quasi impossibile infatti compilare l’elenco di vescovi, sacerdoti, suore, operatori pastorali, semplici cattolici, operatori umanitari o membri di organizzazioni internazionali, che vengono aggrediti, malmenati, derubati, minacciati.

Come è impossibile censire le strutture cattoliche a servizio dell’intera popolazione, senza distinzione di fede o di etnia, come scuole, ospedali, centri di accoglienza che sono state assalite, vandalizzate o saccheggiate.

Particolare dolore provocano poi le chiese profanate o incendiate, le statue e le immagini sacre distrutte, i fedeli aggrediti mentre sono raccolti in preghiera”, scrive l’Agenzia Fides nell’ultimo Rapporto.

Elenchi provvisori stilati annualmente, ai quali “deve sempre essere aggiunta la lunga lista dei tanti, di cui forse non si avrà mai notizia o di cui non si conoscerà neppure il nome, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo. Si è ormai purtroppo diffuso in diversi continenti il sequestro di sacerdoti e suore: alcuni si sono conclusi in modo tragico, come si evince anche dall’elenco dei missionari uccisi, altri con la liberazione degli ostaggi, altri ancora con il silenzio”.

Sono missionari e scelgono loro di andare, nessuno li obbliga e nessuno - pertanto - si senta obbligato a dover andare a tirali fuori dai pasticci nei quali si trovano invischiati. Mi pare come di udirlo questo adagio, sussurrato a voce bassa.

Un po’ come accade per i volontari cooperanti internazionali, che se la vanno a cercare, da ultima la giovane italiana Silvia Romano, sequestrata il 20 novembre scorso nel villaggio di Chakama, dove si trovava per Africa Milele Onlus, ottava vittima italiana di rapimenti o scomparsi in luoghi di miseria e povertà.

Curioso atteggiamento che fa a pugni con il ritornello che ci sentiamo ripetere ad ogni dove, “aiutiamoli a casa loro”.

A prescindere da credo religioso, partito politico e visione del mondo che ciascuno di noi possiede, resta un dato di fatto: sono cittadini italiani. E come nazione e stato abbiamo il dovere di riportali a casa sani e salvi.

E’ una questione di libertà. Non solo (o non tanto, dipende dai punti di vista) di liberazione di nostri connazionali, ma proprio di libertà come scelta tra interessi escelta di interessi.

La vicenda di padre Gigi Maccalli - infatti - ci riguarda tutti. L’Agenzia Fides ci ricorda che il continente africano detiene il triste primato del maggior numero di missionari uccisi nell’anno 2018: 21 in un solo anno. “In Africa sono stati uccisi 19 sacerdoti, 1 seminarista, 1 laica (21)”.

Quasi tutti uccisi in un’area geografica, in particolar modo: la regione africana del Sahel. Paesi come il Mali, il Niger o il Burkina Faso sono invasi da milizie mercenarie e jihadiste, che fanno capo a molteplici interessi.

“Oggi il Sahel suscita molta attenzione - sostiene padre Antonio Porcellato, Superiore Generale SMA -. Tutti i grandi Paesi hanno interessi nella zona, perché è ricca di materie prime e di risorse minerarie. Vi si trovano anche reti di traffico di esseri umani. Si lotta per il controllo di un luogo militarmente strategico e a questo fine ci si serve di gruppi jihadisti. A trovarsi in mezzo a queste tensioni sono i più poveri, e anche noi missionari, anche la Chiesa”.

Nel Nord est di quell’area geografica africana ci sono terre aride come il vicino Sahel, dimenticate dai governi che si sono succeduti, e l’unico aiuto viene dalle organizzazioni islamiche.

In questa area un’antica predicazione salafita (sovvenzionata riccamente dai Sauditi) si salda all’odio viscerale contro lo stato centrale e l’Occidente. Nel tempo è nato Boko Haram e poi Ansaru, due movimenti che vogliono instaurare uno stato islamico con la Sharia come unica legge, collegati alla galassia qaedista, e se il primo si rivolge solo all’etnia Kanuri, il secondo fa proseliti fra tutti i mussulmani, Hausa Fulani in testa.

Dal 2010 è guerra aperta con oltre 400 attacchi e più di 18mila vittime, e la loro influenza è in netta espansione grazie all’appoggio più o meno segreto di vari politici locali.

I ribelli si finanziano con donazioni e aiuti, ma soprattutto con traffici d’armi, droga, esseri umani, coi rapimenti e imponendo estorsioni anche ai governatori degli stati, saldandosi così con le bande di predoni di tutta l’area. Controllano un territorio abbandonato e lo fanno proprio.

Tra i grandi Paesi che hanno interessi in quella zona ci sono tutti i Paesi europei, l’Italia in primis. Non si dimentichi che il deserto del Sahel è il principale crocevia delle lunghe carovane di migranti che da ogni parte del continente africano tentano la via crucis della speranza prima di giungere nell’inferno della Libia e mendicare un biglietto di sola andata direzione Europa via Mediterraneo.

Francia ed Italia - nonostante le divergenze politiche in termini di modalità di intervento- hanno un interesse comune e particolare nel tentare di porre fine alla guerra civile in Libia e a promuovere la stabilità nel Nord Africa e nel Sahel, a gestire la migrazione, a cooperare per costruire una difesa europea più forte in termini sia militari che industriali e sviluppare le loro economie attraverso investimenti e infrastrutture transfrontalieri.

In questo scacchiere geopolitico, il Niger gioca un delicato ruolo: nonostante sia un Paese più grande di Francia e Germania messe insieme, con più di 170 milioni d’abitanti, è il paese più povero del mondo secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, pur stando sopra a un mare di petrolio e di gas.

Non è stato per caso che l’ex premier italiano, Giuseppe Conte, abbia deciso a metà gennaio 2019 una missione diplomatica che l’ha visto volare in Sahel dopo la visita in Etiopia ed Eritrea: gestire e tutelare gli affari italiani nella regione.

“La prima volta che un Presidente del Consiglio italiano si reca in Niger”, spiegava Giacomo Zandonini, giornalista e videoreporter freelance, esperto di migrazioni, politica estera e geopolitica del Sahel e del Nord Africa.

Stessa cosa aveva fatto un anno prima”Angelino Alfano come Ministro degli Esteri e prima di lui, sempre come capo della Farnesina, Paolo Gentiloni - spiega Zandonini -. “Questo è segno dei continui contatti, però, in una situazione un po’ diversa, nel senso che questa è la prima visita nel Paese del nuovo Governo, che così cerca di riagganciare una serie di relazioni di politica internazionale che già lo scorso Esecutivo aveva rafforzato”.

Tour che non si è fermato solo ai vertici istituzionali, ma anche alla visita a due agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di migrazione, IOM e UNHCR.

Questo perché l’Italia contribuisce, a livello finanziario, a dei progetti e attività delle due agenzie in Niger” - dice Zandonini - “sin da quando l’IOM si è impiantato in Niger, nel 2006, l’Italia è stata tra i primi Stati ad identificare il Paese come un partner importante sulla questione migratoria ed un territorio in cui intervenire”.

L’Italia ha enormi interessi economici da difendere nel Niger.

Si pensi ad Eni e al petrolio. Sull’affare “Eni e Shell” in Nigeria c’è anche un processo in corso per presunte tangenti, processo sul quale non ci interessa entrare, ma che rende l’idea di quanto pesino gli interessi italiani in quella regione: tutto ruota intorno alla concessione petrolifera nota come Opl 245, che si trova in mare aperto, al largo del delta del fiume Niger. È considerato il più grande giacimento in Africa, con una riserva stimata di nove miliardi di barili di greggio, e fa gola.

Nel 2011 l’Eni e la Shell si sono aggiudicate la licenza per sfruttarlo in cambio di un miliardo e trecento milioni di dollari. Ma gran parte di quel denaro è finita alla Malabu oil & gas, azienda che rivendicava un diritto sul giacimento, e dietro a cui si nasconde l’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete, tra gli imputati a Milano, “uno scandalo finanziario che dalla Nigeria sconfina nei Paesi Bassi, in Italia e nel Regno Unito, con propaggini fino agli Stati Uniti”, sostiene la giornalista Marina Forti in un recente articolo su “Internazionale”.

Padre Gigi Maccalli è finito dentro un’intricata e delicata partita internazionale di geopolitica fatta di interessi economici, nella quale si intrecciano politiche di sicurezza migratoria, affari di multinazionali del petrolio, interessi di Stato e terrorismo di matrice islamista.

Una matassa nella quale l’Italia - come abbiamo sopra tratteggiato sommariamente - ha un ruolo di primo piano. Insisto: come nazione e stato abbiamo il dovere di riportalo a casa sano e salvo.

E’ una questione di libertà che ci riguarda tutti come cittadini italiani: di liberazione di nostri connazionali e di libertà di scegliere - una volta tanto, almeno una sola volta - una vita umana al posto degli interessi (legittimi) geopolitici ed economici.

“Lo abbiamo conosciuto poco prima di essere ordinato, durante una visita a Walter, suo fratello seminarista a Genova. E già innamorato dell’Africa.

Un amore per la missione ribadito, si può dire, in ogni lettera, in ogni discorso - raccontano di Padre Gigi i due amici missionari all’Agenzia Fides -. Tre anni dopo, alla vigilia del suo giuramento perpetuo ci scriveva da Bondoukou:

‘Il mio giuramento perpetuo in seno alla comunità SMA è un impegno di fedeltà e di consacrazione alla missione e a queste Chiese d’Africa nel servizio ai poveri. Sono venuto per servire e questo resta l’orizzonte della mia vocazione sacerdotale’.

Forse, non avrà mai pensato, sempre così pieno di iniziative, di arrivare ad essere, come è oggi, un missionario ‘contemplativo’, in questa sua particolare clausura. Perché è così che vediamo oggi la missione di padre Gigi: una missione orante, missione che continua, anche se in modo diverso e che, a sua e nostra insaputa, porterà dei frutti”.

Padre Lionello Melchiori - un altro suo confratello - lo ricorda “testardo, alla maniera dei primi apostoli e dei primi missionari della Sma, innamorati di Gesù e del suo Vangelo”.

E aggiunge: “Ha fatto questa sua scelta malgrado la perplessità che la sua proposta suscitava nella comunità: noi padri Sma italiani ci sentivamo un piccolo gruppo ed eravamo tentati di raggrupparci nelle zone scelte fin dagli anni ‛60, là dove avevano cominciato i nostri primi confratelli. E ha vinto lui!”.

“Padre Gigi - prosegue -è stato il primo italiano a partire per andare proprio là dove c’era più bisogno di questo tipo di presenza missionaria. Voleva vivere vicino ai poveri, cercando di aiutarli nella loro precaria esistenza e così ha aperto una nuova missione, poi accettata da tutta la comunità Sma italiana”.

Oggi, confida ancora il religioso a Fides, “mi capita spesso di pensare al suo modo di essere missionario, di fare missione. Ora, più dell’inizio, lo apprezzo come ‘testimone per i più poveri e i più abbandonati’’”, sulle orme del fondatore, Monsignor De Brésillac.

“Mi capita speso di pensare e di vedere padre Gigi nella situazione di Gesù nell’orto degli ulivi, lasciato solo, nella sua sofferenza, e tentato di desistere dalla sua scelta – riflette padre Melchiori -. Il suo rapimento inaspettato mi ha colpito nel più profondo di me stesso, ha letteralmente cambiato la mia vita.

È stato, anche per me ‘missionario’, colui che mi ha fatto scoprire una Parola di Dio che non conoscevo fino in fondo, quella della ‘pazienza nelle prove, la gioia nelle contrarietà, l’amore per i poveri e per i sofferenti’, come diciamo ogni giorno nella preghiera per l’Africa.

Quando ho la tentazione di lamentarmi del mio stato di vita, delle mie preoccupazioni per la salute, delle immancabili incomprensioni nelle relazioni in comunità – continua il missionario -, penso a lui. Lo vedo come Gesù.

Solo, senza conforto, silenzioso missionario, testimone dell’Amore e del perdono, particolarmente per coloro che ‘non sanno quello che fanno’‘’.

Liberate Padre #Gigi.
Le mie ultime parole pronunciate, in persona Cristi, sono state: “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato”.
Poi il silenzio.

“Durante la lettura del Vangelo della Passione secondo Marco, la domenica delle Palme, eravamo in 3 lettori a raccontare gli ultimi momenti di vita di Gesù.

Mi sono reso conto in quell’istante che queste sono in effetti le ultime parole di Gesù nel Vangelo di Marco.
Parole di sconfitta che mi interpellano profondamente in questo tratto di vita missionaria.

[...] Tutte storie di risurrezione che hanno attraversato la Via Crucis.
Mi sostiene la convinzione che la missione ed in particolare la prima evangelizzazione altro non è che umanizzazione.
Un adagio di François Varillon dice: ‘Ciò che l’uomo umanizza, Dio divinizza’.
Io la chiamo la pastorale del ‘con’: attraverso piccoli gesti di com-passione, com-unione, con-solazione e con-divisione, rinasce (e a volte risorge) la vita.
Questo non elimina il sapore amaro delle sconfitte e non diluisce quel grido spezzato in croce: ‘Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?’

Solo la risurrezione è la nostra forza: ‘Se Cristo non fosse risorto, vana è la nostra fede’.
Ogni anno risuona il grido pasquale: è risorto! Cristo risorge ancora là dove c’è un gesto d’amore.
Per questo le nostre decisioni, parole e azioni secondo il vangelo rivelano sempre il Cristo vivo, presente e operante nel mondo.
La missione continua e insieme continuiamo ad essere le sue mani, i suoi piedi e il suo cuore trafitto che trasuda vita e speranza.

Affido alla vostra preghiera anche i 70 giovani e adulti che saranno battezzati a Bomoanga la notte di Pasqua.
Buona Pasqua!”

P. Pier Luigi Maccalli, Bomoanga (Niger)
Pasqua 2018

Riflessione di padre Gigi sul senso della missione preparata per la Pasqua 2018
Fonte “AgenSir”

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12/08/2019
2508/2019
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