Chiesa

di Emilia Flocchini

Beatificazione per don Richard Henkes, sacerdote della Società dell’Apostolato Cattolico

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Martirio di carità e a causa della fede nella Germania hitleriana fu quello di don Richard Henkes, sacerdote della Società dell’Apostolato Cattolico fondata da san Vincenzo Pallotti. Domani, nella cattedrale di San Giorgio a Limburgo, si svolgerà la Messa col rito della sua beatificazione; è la prima sul territorio diocesano. Come delegato del Santo Padre è stato designato il cardinal Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che conosce bene la comunità pallottina di Limburgo e la vicenda di quel suo speciale testimone.Richard Henkes nacque a Ruppach, nei pressi di Limburgo in Germania (Land di Renania-Palatinato), il 26 maggio 1900, quinto di nove figli. Dopo aver conosciuto alcuni padri Pallottini, che avevano parlato della loro missione in Camerun, decise di essere, come loro, sacerdote e missionario. Nel 1912 entrò nello studentato pallottino a Schoenstatt-Vallendar, dove frequentò le medie e il liceo, salvo una parentesi a Griesheim e Darmstadt per il servizio militare.Durante il periodo degli studi filosofici e teologici, compiuti a Limburgo, ebbe una crisi spirituale profonda. Credeva di aver tradito gli ideali che aveva assunto da ragazzo e soffriva di solitudine. Cercò di affrontare la situazione mettendosi, ancora una volta, nelle mani di Dio. Emise quindi la professione religiosa nel 1921 e fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1925. Divenne subito insegnante nello stesso studentato che aveva frequentato: venne subito apprezzato dai suoi allievi, per i suoi metodi poco convenzionali. Meno di un anno dopo, però, cominciò a sentirsi stranamente stanco. Fu ricoverato in ospedale, ma non seguì le cure prescritte e peggiorò. Gli fu diagnosticata una tubercolosi polmonare:per riprendersi, venne inviato in un sanatorio nella Foresta Nera. Quando si fu rimesso in salute, ricominciò a insegnare. A quell’impegno si aggiunsero le richieste, sempre più crescenti, di predicazioni in occasioni speciali, come i Quaresimali, gli Esercizi spirituali o i ritiri. La Germania del tempo, però, stava per essere dominata dal partito nazionalsocialista. Don Richard si rese presto conto che Hitler e i suoi seguaci propugnavano teorie che non si conciliavano affatto con gli insegnamenti del Vangelo, specie quando mettevano in pericolo persone ritenute da eliminare, come i disabili fisici e psichici e gli ebrei. Gli esperti della sua storia non esitano a definire come “seconda vocazione” quella che lo spinse a denunciare dal pulpito la nascita di un regime pericoloso per le coscienze e per i fedeli. La sua predicazione appariva comunque in piena consonanza con l’enciclica «Mit brennender Sorge» di Pio XI, pubblicata il 14 marzo 1937, e con l’insegnamento di vescovi tedeschi come monsignor Konrad von Preysing, vescovo di Berlino, e monsignor Clemens August von Galen, passato alla storia come “il leone di Münster” (beatificato nel 2005). Gli agenti della Gestapo, ossia la polizia segreta, trascrivevano di nascosto le sue omelie. Come in altri casi, quelle note sono risultate preziose per ricostruire lo stile della sua predicazione e, soprattutto, i suoi contenuti. Nel 1937, mentre predicava nel villaggio di Frankenstein, don Richard si rese conto di essere osservato. Interruppe l’omelia, poi si avvicinò a un fedele e gli diede i suoi fogli, dicendo di passarli alla spia, così non avrebbe avuto più bisogno di prendere appunti. Rischiò almeno due volte di essere condannato a morte. La prima, quando tenne un’omelia nel suo paese natale; la Gestapo si limitò a un avvertimento. La seconda volta avvenne nel 1937, quando venne citato per l’oltraggio a Hitler pronunciato durante un’altra omelia a Katscher. In quel caso, scampò per via dell’amnistia generale proclamata in occasione dell’Austria al Reich tedesco. Riuscì anche a evitare il servizio militare perché nel 1941 fu nominato parroco di Strandorf, oggi in Repubblica Ceca; i parroci ne erano esentati. La condanna che pronunciò circa la scomparsa di alcuni malati della clinica neurologica di Breinitz, definita un vero e proprio omicidio, gli causò l’arresto l’8 aprile 1943. “Abuso del pulpito” fu l’accusa che gli venne rivolta. Scrivendo di nascosto a una parrocchiana di Strandorf, ammise di doversi preparare a mettere in pratica quanto aveva predicato tante volte. A sua madre, invece, chiese di pregare i Misteri Dolorosi del Rosario per lui, che si stava avviando al campo di concentramento di Dachau. Dal 10 luglio 1943 non avrebbe più dovuto essere don Richard Henkes, ma il prigioniero numero 49642. Costretto ai lavori forzati, condivideva il contenuto dei pacchi viveri che i fedeli di Strandorf gli mandavano, probabilmente coordinati dalla sua perpetua, Paula Miketta. Un grande sostegno per la sua fede fu la vicinanza al Movimento di Schoenstatt, fondato da quel don Josef Kentenich che era stato suo padre spirituale ai tempi dello studentato; per lui è in corso la causa di beatificazione. Altri sacerdoti detenuti, anche loro da tempo beatificati, ne facevano parte: Alois Andritzki, Gerhard Hirschfelder e Karl Leisner, che al momento dell’arrivo nel campo in realtà era diacono; fu ordinato clandestinamente e sorprendentemente, morendo dopo la liberazione. Aiutato da don Josef Beran, che era cecoslovacco, don Richard riprese a studiare la lingua ceca: sperava che, a guerra finita, avrebbe potuto tornare a predicare. Anni dopo, don Beran sarebbe stato nominato arcivescovo di Praga e, in seguito a ulteriori prove da parte del regime comunista, creato cardinale (anche per lui c’è la causa in corso). Don Richard e gli altri membri della “baracca dei preti”, almeno quelli che erano scampati alle ricorrenti epidemie, continuavano a donare i Sacramenti a chi ne avesse bisogno. Per la stessa ragione, lui si offrì volontario per andare nella baracca 17, dove lentamente morivano i malati di tifo petecchiale. Neanche dieci settimane dopo, si ammalò a sua volta: morì il 22 febbraio 1945. Grazie a un confratello, il suo cadavere venne bruciato separatamente nel forno crematorio. In questo modo, il 7 giugno 1945, l’urna con le sue ceneri poté essere sepolta nel cimitero dei Pallottini a Limburgo; nel 1990 fu traslata in un’altra tomba nel medesimo cimitero. Don Richard è morto di malattia, ma è stato possibile dimostrare che quella morte era avvenuta perché si trovava nel campo di concentramento a causa della sua predicazione, che proponeva il Vangelo come alternativo al neopaganesimo che circolava nella Germania nazista. Col decreto promulgato da papa Francesco il 22 dicembre 2018, e ancora di più con la beatificazione, è arrivata la conferma di quanto i Pallottini avevano pensato da subito. Poco più di due anni dopo la fine della guerra, infatti, il loro Capitolo Generale aveva deciso di avviare le cause di tutti i loro confratelli periti nello stesso periodo. La beatificazione del fondatore, però, era imminente. Anche la sua canonizzazione, nel 1963, causò un temporaneo oblio delle altre cause. Grazie proprio a un vescovo cecoslovacco, monsignor František Radkovský, ci fu l’effettivo e decisivo impulso a riconsiderare la questione di don Richard.

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14/09/2019
0612/2019
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