Società

di Davide Vairani

Così la Francia scivola verso la GPA

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Da oggi, in Francia, l’abominevole pratica dell’utero in affitto diventa de facto legale.

Con sentenza n. 648 del 4 ottobre 2019 (10-19.053), infatti, la Corte di cassazione francese in seduta plenaria ha convalidato il concetto di “madre d’intenzione”.

“In vista dell’interesse superiore del minore (articolo 3, paragrafo 1, della Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia il bambino) e per non interferire in modo sproporzionato con il rispetto della sua vita privata (art.li 1 e 8) – si legge nel comunicato stampa -, una GPA realizzata all’estero non può di per sé impedire il riconoscimento di un legame di filiazione in Francia con la madre d’intenzione. Questo riconoscimento deve avvenire al più tardi quando tale legame tra il bambino e la madre dell’intenzione si concretizza”.

La decisione della magistratura francese chiude l’affaire Mennesson ed apre contestualmente la strada per sdoganare definitivamente sul piano normativo l’utero in affitto (in francese GPA - Gestation Pour Autrui).

Sylvie e Dominique Mennesson sono genitori di due gemelli nati nel 2000 da una madre surrogata californiana. Se il padre, Dominique Mennesson, era già riconosciuto come padre biologico, sulla base della recente giurisprudenza e con la conferma dei giudici della Corte, il caso di Sylvie Mennesson è stato ampiamente dibattuto. La “madre intenzionale” non ha potuto concepire i bambini a causa di una rara malformazione. Per la legge francese, la madre riconosciuta è di fatto colei che partorisce i figli.

Un principio di diritto che la Corte di cassazione ha modificato, ritenendo che “solo la trascrizione di certificati di nascita stranieri consente – in questa particolare situazione - di riconoscere il legame di filiazione tra madre e figli nell’alveo del rispetto alla vita privata dei minori stessi”.

Pur ricordando che “en droit français, les conventions de GPA sont interdites”, è evidente che con questa sentenza si stabilisce un precedente per casi futuri.

Il procuratore generale, François Molins, aveva messo avanti le mani in udienza preliminare, dichiarando che non ci si sarebbe potuta attendere alcuna “decisione di principio” in merito alla filiazione in quanto la funzione legislativa non appartiene alla magistratura francese.

Una foglia di fico non sufficiente.

Nella prima importante intervista televisiva dopo la vittoria alle presidenziali francesi, Macron - nell’annunciare la volontà di estendere la PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) a tutte le donne - giurava che mai e poi mai la GPA sarebbe diventata legale: “Devo riconoscere gli stessi diritti a tutti i nostri concittadini – dichiarava nell’ottobre 2017 - , ma sono anche sono molto sensibile al rispetto della filiazione, alla vera concezione della famiglia, ed è anche per questo che sono contro alla maternità surrogata. E spero che non possiamo passare di nascosto dalla PMA alla GPA”, aggiungeva allora il capo dello stato.

Questo giovedì 3 ottobre, l’Assemblea nazionale ha adottato un emendamento che automatizza il riconoscimento in Francia della filiazione di bambini concepiti attraverso la pratica della GPA in un paese straniero dove la pratica è consentita.

Frutto di un’astrale coincidenza temporale? No.

In un emiciclo quasi deserto, il deputato di “La République En Marche! – LRM”, Jean-Louis Touraine riesce ad ottenere l’approvazione di un emendamento da lui iscritto nel dibattito parlamentare sul testo di riforma della legge sulla bioetica, con l’appoggio di altri tredici parlamentari di maggioranza.

L’emendamento - aggiunto dopo l’articolo 4 sulla genitorialità di bambini nati da procreazione medicalmente assistita (PMA) con donatori di terze parti in coppie di donne - prevede di “consentire il riconoscimento della filiazione di bambini nati da GPA a all’estero eseguendo una decisione del tribunale straniero che stabilisce la parentela”.

Chiaramente, mira a semplificare la trascrizione nel diritto francese , in nome dell’interesse superiore del minore, della sentenza straniera, a condizione che il GPA - che è illegale in Francia - sia stato effettuato “in uno Stato in cui questa pratica non è espressamente vietata”.

“I bambini non sono responsabili di come vengono procreati e non devono essere penalizzati. Devono essere riconosciuti come gli altri. Sono finiti i tempi dei bastardi che non avevano gli stessi diritti dei bambini legittimi “, ha dichiarato Touraine prima della messa ai voti.

Il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet, cerca di correre ai ripari, annunciando pubblicamente a nome del governo francese una seconda deliberazione sull’emendamento che si svolgerà al termine dell’esame del testo, ai sensi dell’articolo 101 degli ordini permanenti dell’Assemblea nazionale.

Restano i fatti.

Jean-Louis Touraine non è un peones. Nel mese di settembre 2017 ha presentato un disegno di legge sul fine vita, con la proposta di legalizzare il suicidio medicalmente assistito. Il 28 febbraio 2018, su sua iniziativa, 156 deputati in una tribune di “Le Monde” hanno sostenuto con forza la necessità di legiferare per “dare ai pazienti in fin di vita la libera disposizione del proprio corpo”. Nell’estate del 2018 è stato nominato relatore della missione d’informazione sulla revisione della legge sulla bioetica, sostiene l’apertura della PMA a coppie di donne e donne single e ritiene che “non esiste il diritto assoluto del bambino di avere un padre e viene poi nominato relatore per gli articoli 1 e 2 del progetto di legge sulla bioetica.

La foglia di fico non è più sufficiente ad occultare un chiaro disegno finalizzato a legalizzare i nuovi diritti per tutti.

Il moltiplicarsi dei diritti individuali esprime la vana aspettativa che l’ordine giuridico possa risolvere i drammi umani e assicurare soddisfazione ai bisogni infiniti che abitano il cuore umano. Il loro tratto comune è che tutti mettono al centro un uomo che rivendica una autodeterminazione assoluta in ogni frangente della vita: vuole decidere se vivere o morire, se soffrire o non soffrire, se avere o non avere un figlio, se essere uomo o donna. Si tratta di un uomo che si concepisce come libertà assoluta, senza limiti, e che non tollera alcun tipo di condizionamento. Autodeterminazione e non-discriminazione, con questo sfondo culturale, sono dunque le parole chiave della cultura dei nuovi diritti. Ma non è così.

“Vi è oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali - sono tentato di dire individualistici -, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una ‘monade’, sempre più insensibile alle altre ‘monadi’ intorno a sé – ammoniva il Parlamento Europeo Papa Francesco nel 2014 -. Al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa. Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel ‘noi-tutti’ formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Infatti, se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze”.

Come non vedere l’evidente processo di auto-distruzione dell’umano che si sta perseguendo?

Il meccanismo è oliato e collaudato. Ne abbiamo avuto un assaggio con l’affaire Lambert sul fine vita: la magistratura svolge il ruolo di cavallo di Troia nel rompere i tabù sociali e culturali reazionari per agevolare l’azione del legislatore che interviene successivamente a codificare sul piano normativo.

Fu infatti la Corte Suprema che il 28 giugno 2019 revocò definitivamente il blocco alla fine dei trattamenti per Vincent Lambert dopo sei anni di ricorsi giudiziari da parte dei genitori ed il silenzio del governo francese. L’11 luglio 2019, dopo una settimana di agonia, il 43 enne ex infermiere francese, cerebroleso e tetraplegico a causa di un incidente stradale nel 2009, venne ammazzato dal team medico del Centro ospedaliero universitario (CHU) di Reims con una legale profonda sedazione che accompagnò la lenta procedura di interruzione della sua nutrizione ed idratazione artificiale.

Come non vedere gli effetti devastanti per la società umana, quando “in nome degli stessi diritti umani”, si vengono ad instaurare “moderne forme di colonizzazione ideologica dei più forti e dei più ricchi a danno dei più poveri e dei più deboli”?

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04/10/2019
0606/2020
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