Storie

di Mario Adinolfi

TURCHI, CURDI E LA BONINO PRIMA DELL’APERICENA

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L’offensiva scatenata il 9 ottobre dai turchi in Siria contro i curdi ha provocato la consueta lettura ideologica, priva di capacità di lettura critica degli avvenimenti: ci si iscrive alla fazione curda e si tifa per loro, secondo lo schema del derby Roma-Lazio, ridotti ormai come siamo ad un’intelligenza delle cose fatta di codice binario. Sei con Salvini o contro? Sei per la Juve o contro? Sei con il Papa o contro? Abbiamo una insopprimibile necessità di iscriverci a una curva, perché sui social così possiamo distillare perle di saggezza che ovviamente sono solo maldestre copiature dei riassunti del mainstream, ingaggiando feroci quanto inutili flames con gli appartenenti alla fazione opposta. Ne muore, così, la reale e profonda comprensione dei fenomeni che sono sempre complessi persino se parliamo di Temptations Island, figuriamoci se ci azzardiamo a discettare di una guerra.

Allora, proviamo a spiegarla questa guerra. Così ci risparmieremo scene oscene tipo il massacro sui social di Under e Demiral, due ragazzi turchi che giocano nella Roma e nella Juve che come tantissimi ragazzi turchi sono cresciuti considerando quella curda come una grave minaccia e ora si schierano con la loro patria salutando i loro coetanei connazionali in guerra. Tra il 1984 e il 2003 (Under è nato nel 1997, Demiral nel 1998) il terrorismo curdo ha provocato la morte di trentasettemila turchi, più di cento volte i morti provocati dalle Brigate Rosse, battute solo quando il generale Dalla Chiesa andò per le spicce facendo entrare i carabinieri nei covi sparando ad altezza uomo (e con le legislazioni premiali, che in una nazione dove anche il terrorismo è da operetta non potevano che funzionare). Chi cresce con la paura in corpo di venire ucciso dalle bombe dei terroristi messe a caso per terrorizzare la popolazione civile, cresce odiando i terroristi, qualsiasi siano le loro ragioni. È il motivo per cui il governo italiano più di sinistra che ci sia mai stato, quello guidato da Massimo D’Alema, vendette di fatto il leader curdo Öcalan ai turchi, mandandolo in Kenya dove fu arrestato e portato in un carcere turco su un’isola dove è l’unico prigioniero (con condanna a morte commutata in ergastolo).

Ma quali sono le ragioni dei curdi? Da sempre gli abitanti del Kurdistan avanzano rivendicazioni territoriali, sono terroristi per i turchi, combattenti irredentisti per chi tifa per loro. Il Kurdistan è un territorio vastissimo, molto più grande dell’Italia per capirci, che attraversa quasi mezza Turchia, l’Iraq, l’Iran, la Siria e arriva fino in Armenia. Ovviamente con turchi, iraqeni, siriani e armeni i curdi storicamente non vanno d’accordo. Fino al 1918 tutto si teneva dentro l’Impero Ottomano, con la sua disgregazione ogni equilibrio è saltato. Per questo da quando ognuno di noi è in vita il termine “Medio Oriente” indica caos geopolitico e guerre.

Da un secolo dunque la rivendicazione curda ad un proprio territorio agita le acque in quella regione, da quarant’anni in modo violento attorno al PKK, il partito indipendentista curdo di ispirazione comunista che proprio come le Brigate Rosse dal 1977 ha insanguinato la Turchia provocando come si è detto decine di migliaia di morti con azioni che hanno terrorizzato la popolazione civile. Quando Erdogan si è affacciato al potere un quarto di secolo fa nel 1994 come sindaco di Istanbul, la città era martoriata dalle bombe curde e la lotta al terrorismo ha caratterizzato tutta la sua ascesa e il consenso fortissimo di cui gode tra la popolazione tanto da essere eletto per tre volte consecutivo primo ministro e infine nel 2014 presidente della Turchia sostanzialmente con pieni poteri. L’ascesa di Erdogan è stata sostenuta dal contesto internazionale per la sua capacità di essere fattore stabilizzatore in termini geopolitici: suo capolavoro è stato l’accordo con l’Unione europea per l’accoglienza turca assicurata a 3.6 milioni di profughi dalla guerra in Siria, pagata miliardi di euro dall’Ue. Considerato che in Italia si considera emergenziale l’arrivo di centomila immigrati, si comprende bene quale arma abbia in mano Erdogan potendo inondare l’Europa di milioni di profughi che avrebbero tutti diritto all’asilo proveniendo da uno scenario di guerra.

Dunque Erdogan è il buono e i curdi sono i cattivi? Assolutamente no. Erdogan si è via via trasformato in un islamista integralista e pericoloso, che coltiva il sogno imperialista ottomano su tutta la regione facendo leva sull’integralismo religioso da cui peraltro non si è mai veramente affrancato. È figlio infatti di una famiglia islamica osservante della periferia di Istanbul, vendeva limonate per strada da ragazzino per alzare qualche spicciolo, proveniendo da un contesto sociale fortemente radicalizzato dalla marginalizzazione sociale. Questo imprinting non lo ha mai perso e nel 1998 finì persino in carcere per aver declamato in pubblico questi versi di un poeta islamista, intollerabili nella allora “laica” Turchia: “Le moschee sono le nostre caserme / i minareti le nostre baionette”. Va però anche detto che, pur imbevuto di profondo astio per i curdi e di vero e proprio odio per il PKK di Ocalan, ha consentito l’utilizzo della lingua curda in tutti i media radiotelevisivi, ha restaurato i nomi curdi in città a cui erano stati imposti nomi turchi (avete presente Vipiteno che gli altoatesini chiamano Sterzing?), ha amnistiato molti prigionieri curdi e consentito la presenza di un partito indipendentista curdo al Parlamento turco. Il suo partito AKP è stato ammesso come osservatore nel Partito popolare europeo e numerosi esponenti politici come Emma Bonino si sono detti in passato favorevoli ad accogliere la Turchia ed Erdogan nell’Unione europea “per dimostrare che l’Ue non è un fortino cristiano”. Di contro, va ricordato che Erdogan è fieramente antiabortista (“che differenza c’è tra uccidere un bambino nel ventre della madre o da neonato?”, ha detto in maniera non illogica). Da ultimo, ma non è il dato meno importante, ha sempre rivendicato l’appartenenza alla Nato.

In realtà Erdogan non è altro che l’ennesimo nazionalista pericoloso comparso sulla scena internazionale, interessato ad accrescere il proprio potere personale e, in questo preciso momento, a risolvere la questione profughi guerreggiando per sistemarli nella zona nord-orientale della Siria attualmente presidiata dai curdi, presenza militare organizzata che non vuole ai confini del proprio Paese per ragioni non incomprensibili. I curdi vedono invece un’occasione storica irripetibile per impossessarsi di un territorio, quello che chiamano Rojava e che attira l’interesse idilliaco di italiani che sanno poco o nulla della complessità della questione ma sono affascinati dalla radice comunista dell’esercito curdo in armi e dalle ragazze soldato con l’AK47 a tracolla, facendo valere i crediti ottenuti combattendo l’Isis, a sua volta altro soggetto interessato a farsi il proprio Stato conquistando una consistenza territoriale che non ha.

Dentro questa infinita complessità noi abbiamo Di Maio che convoca l’ambasciatore turco ma Erdogan manco sa chi sia Di Maio. Su La Croce abbiamo scritto che il titolo “Di Maio contro Erdogan” fa ridere come fosse “Totò contro Maciste”. Erdogan è un gigante, se volete pericoloso ma davvero gigantesco, del contesto internazionale che parla alla pari con Putin e sfida pure Trump, ricattando l’Unione europea con la questione dei milioni di profughi siriani a cui comunque dà nutrimento quotidiano (hanno una speciale tessera) e cure sanitarie gratuite, pur facendoli vivere in fatiscenti baraccopoli. Ora vuole dare soluzione al problema collocandoli nella regione controllata dai curdi e per questo (oltre che per toglierseli dai confini) fa loro la guerra approfittando di condizioni militari a lui favorevoli, della assoluta inerzia dell’Unione europea, del sostanziale assenso mascherato da qualche parola di pubblico dissenso di Trump e Putin. Pensate di fermarlo voi con quattro frasi indignate sui social dalla cameretta prima dell’apericena?

Lo scontro tra nazionalismi è sempre il più pericoloso, se imbevuto poi di ragioni religiose legate all’espansionismo aggressivo islamista diventa oggettivamente qualcosa da non far proliferare. Ma questo vale per Erdogan, vale per l’Isis, vale per i curdi che chiudono le scuole cristiane che si rifiutano nel mitico Rojava di applicare i programmi scolastici con il nazionalismo islamista curdo come perno. Forse la soluzione sarebbe veder muoversi seriamente quel “fortino cristiano” che la signora Emma Bonino voleva battere portando ottanta milioni di turchi islamizzati nell’Unione europea. Anzi, senza forse, sarebbe l’unica strada possibile: una Ue conscia della propria radice storica, da essa unita, con essa dedita a costruire condizioni di realistica pace. Ma rimuovendo la radice cristiana, l’Europa è quel che è oggi: il nulla. E allora mettere la bandierina curda e sfogarsi sui social contro Under e Demiral diventa solo il consueto modo oscillante tra ignoranza e stupidità per prepararsi all’apericena.

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12/10/2019
0704/2020
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