Società

di Rachele Sagramoso

Le femministe militanti vere complici dello sfruttamento delle donne

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Non mi riesco a definire onestamente una femminista, e forse - analizzandone con attenzione il motivo - ho compreso perché. Sono diventata ostetrica ben consapevole del fatto che la strada sarebbe stata in salita: io, già madre - se pur giovane - di due bambini, scelsi una Facoltà che mi richiedeva presenza costante per lezioni e tirocinio pratico: Ostetricia. Affrontai fiduciosa la strada pensando di trovare appoggio e sostegno da parte di coloro le quali si autoproclamano “Donne per le Donne”: quanto mi sbagliavo. Se ricevevo ideali bastonate nelle ginocchia, era da parte delle “Donne per le Donne”, non dagli uomini (che comunque nei corridoi delle sale parto, talvolta divengono modeste repliche del dottor Mengele o brutte copie - il che è tutto dire - di Tinto Brass): il desiderio di “tagliarmi le gambe” (frase pronunciata chiaramente da un’ostetrica) era talmente forte che anche la discussione della mia tesi di laurea fu una battaglia all’ultimo sangue (ho il filmato che è realmente una prova di quanto ci fosse una cospirazione, nei miei confronti). Non fu un caso che almeno tre delle mie giovani ‘rivali’ e colleghe di corso, quel giorno, mi chiesero scusa e ammisero l’assoluta intenzionalità nel volermi laureare con il minimo dei voti. Affermato questo, io tentai di riemergere pensando - per anni - di essere io quella sbagliata: professando l’autodeterminazione della donna, seguivo con assoluta devozione e certosina attenzione, le indicazioni e i pensieri di alcune colleghe e dottoresse ginecologhe, che si autoproclamavano ‘liberatrici della donna’: pendevo dalle loro labbra e mantenni alta l’attenzione e il rispetto, sino a che caddi nella trappola dell’autodeterminazione. «Dio è misterioso», afferma Forrest Gump, ed è proprio vero. Per una serie di Grazie, non commisi l’errore più grande della mia vita e aprii gli occhi. Anzi, li spalancai. E mi ritrovai nel buio più assurdo: quello delle “Donne per le Donne”.

Passò poco tempo quando, compiendo ricerche, feci dei collegamenti che testé vado a enunciare tentando di essere chiara.

Alcune ostetriche si autoprofessano “Donne per le Donne” e ciò spesso sta a significare che portano avanti la bandiera dell’autodeterminazione femminile: va da sé che l’aborto, un diritto assoluto per il quale dichiarano di potersi persino incatenare, sia uno di quelli che ritengono essere indiscutibili parimenti al fatto di ricevere la pillola del giorno dopo da ogni farmacista (obiettivo della pagina facebook “Obiezione Respinta”: torneremo su questo in seguito). Uno delle lotte più forti - quella che io ho personalmente combattuto in tribunale attraverso il mio modesto lavoro di Consulente Tecnico di Parte - è quella contro la ‘violenza ostetrica’ che esiste ed è aberrante: il momento più bello della vita di una donna viene rovinato dal ricevere un trattamento che va dall’essere scientificamente sbagliato (un cesareo indotto da induzioni al parto senza motivazione), all’essere deliberatamente perfido (l’esecuzione dell’episiotomia - il taglio del perineo per ampliare lo spazio dal quale far nascere il neonato - per far esercitare i medici in formazione, o l’allontanamento ingiusto del neonato dalla madre). Ovviamente si formarono, nel tempo, movimenti femminili che portavano avanti la lotta e la denuncia delle donne in tal senso. Le ostetriche si unirono alle donne e questo suggellò la loro alleanza - che personalmente ho sempre appoggiato - e il loro ‘patto terapeutico’. Purtroppo alcune strade portano spesso a divenire eccessive e alcuni movimenti contro la ‘violenza ostetrica’, hanno accorpato il combattimento contro questa e il diritto all’aborto, confermando un patto che hanno ritenuto essere d’acciaio: quello tra l’essere “capaci di partorire” e l’essere “libere di abortire”, slogan assorbito da esponenti del movimento femminile “Non Una di Meno” che immediatamente sfruttò la situazione definendo “violento” qualsiasi atteggiamento volto alla preservazione della vita del bambino, oltre che quello della madre: va da sé che la perfidia stava in tutte le attività associative o personali di chi vorrebbe salvare sia la donna, sia il suo bambino. Non è un caso che questo legame - quello tra i pro-vita e l’odio verso la donna e i suoi diritti - abbia maggior riscontro tra alcuni avvenimenti giustamente denunciati e simbolo di malpratica clinica, come per esempio la tragica morte di Valentina Miluzzo, deceduta a seguito di una Procreazione Medicalmente Assistita e di probabile incuria: evento usato come bandiera per denunciare il fatto che la povera Valentina non sia stata assistita dovutamente a causa di un operatore obiettore di coscienza (per ulteriori delucidazioni su come il caso di Valentina venga costantemente usato con lo scopo di colpevolizzare i pro-vita, si legga tutta la discussione sul blog La Vera Maternità, “Embrione, feto, neonato, bambino, adolescente, adulto, anziano: dove inizia il diritto?”). Vengono infatti dimenticate cautamente tragiche morti di donne che hanno avuto accesso all’aborto (farmacologico o chirurgico) e questo dimostra una visione monodimensionale.

Non è un caso che per convincere le donne al fatto che l’aborto non sia nulla di più che un semplice intervento che può tranquillamente non avere effetti negativi, anzi, al contrario, può davvero giovare alla vita della donna, si diffondono messaggi e articoli - spesso redatti da psicologhe o psicologhe psicoterapeute - che citano solo studi scientifici talvolta sponsorizzati da agenzie pro-aborto: si pensi agli studi ‘Turnaways’ che dimostrano che le donne alle quali non è consentito abortire, poi soffrono di depressione o subiscono violenze sociali e familiari. Persino il Washington Post dovette redigere un articolo nel quale dichiarava, ancora nel 2015, che “Il 95% delle donne che hanno avuto un aborto afferma che è stata la decisione giusta”, ma anche che “ La dimensione del campione è piccola, sebbene i ricercatori notino che la coorte di donne che hanno partecipato era demograficamente simile alle donne negli Stati Uniti nel loro insieme. E ci possono essere alcuni pregiudizi nella selezione: le donne che accettano di parlare con i ricercatori dei loro aborti potrebbero essere diverse dalle donne che rifiutano e anche le loro valutazioni della procedura dopo il fatto potrebbero differire. Tuttavia, lo studio merita nota a causa dell’uniformità delle risposte” (cfr lo studio The Embrace of the Proabortion Turnaway Study - Desiderio di riflettere o inganni intenzionali?, di David C. Reardon

su https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6161227/): articolo che viene debitamente nascosto o la cui scientificità viene negata.

Il fatto che coloro le quali si dichiarano apertamente facenti parte del gruppo Non Una Di Meno (quello che manifesta - di solito - affermando che la donna ha diritto a masturbarsi per difendersi dal patriarcato: un’argomentazione piuttosto solida e interessante) siano a favore del diritto all’aborto non negando che ci sia chi soffre (sarebbe troppo scivoloso), affermano apertamente che l’embrione e il feto per il quale la donna effettivamente soffre, non è che un grumo di cellule (ci credono davvero anche se dovrebbero aver studiato embriologia), e quindi non merita attenzione, oppure è un grumo di cellule indesiderato, per cui la sua eliminazione è assolutamente dovuta (si pensi che tale riflessione viene anche da autrici che scrivono articoli e libri sull’allattamento materno, il che è - per lo meno - antitetico) definendo, quindi, le donne che soffrono sia per un’interruzione volontaria di gravidanza, sia per un aborto “terapeutico”, un po’ delle sprovvedute o anche, probabilmente, delle poverette che si sono fatte influenzare dai cattivi pro-vita che mostrano su facebook immagini di bambini di dodici-venti settimane.

Sappiamo invece come l’opinione d’illustri femministe sia diametralmente opposta. Ad esempio nell’interessantissimo articolo Femministe contro l’aborto (cfr https://www.irishtimes.com/news/health/feminists-against-abortion-1.71232) si legge: «Il femminismo non dovrebbe lavorare per offrire alle donne scelte reali in modo che la gravidanza non rappresenti un disastro personale, educativo e professionale? Mentre acconsentiamo a vedere la gravidanza come una maledizione, un evento che distrugge la vita, facilitiamo la società ad agire come se fosse davvero così, invece del costrutto sociale che è realmente. Adrienne Rich e scrittori come lei riconoscono: “L’aborto è violenza; una violenza disperata inflitta a una donna, prima di tutto da se stessa”. Eppure continuano a sostenere il diritto di scegliere. Rich sostiene la distruzione dell’istituto patriarcale della maternità senza mai suggerire una valida alternativa. [...] Renate Klein (una scienziata femminista radicale a favore del diritto all’aborto ma contro l’utero in affitto e il vaccino per l’HPV, ndr) condanna la “colonizzazione definitiva” - ingegneria riproduttiva e genetica invasiva e pericolosa. Condanna la nostra società “capace” di sanzionare solo la nascita di bambini geneticamente “normali”, il feticidio femminile, la maternità surrogata e la sperimentazione sugli embrioni e poi applaude “aborto sicuro e compassionevole”. Perché Klein non capisce quanto anche l’aborto sia uno strumento di controllo tecnologico e maschile? Vedere la promozione dell’aborto come un principio centrale del femminismo allontana molte donne e, peggio ancora, mostra che le donne hanno interiorizzato i peggiori eccessi dell’oppressione maschile. Il femminismo deve rivalutare il suo intero atteggiamento nei confronti della maternità e della riproduzione». Non c’è altro da aggiungere, mi pare.

Uno dei grandi “cavalli di battaglia” della ‘violenza ostetrica’, oltre a quello sull’inutilità di interventi medici e chirurgici, è l’allontanamento del bambino dalla madre che lo ha messo al mondo: non è un caso che alcune appendici dei movimenti femminili contro l’orrenda pratica, promuovano il taglio ritardato del cordone ombelicale del bambino, che - oltre che essere un mezzo di allontanamento dalla madre - è pure una privazione di sangue che spetta, di diritto, alla creatura. Tuttavia, quello che stride è la seguente riflessione: se la ‘violenza ostetrica’ è anche quella che allontana il bambino dalla madre (o, se la vogliamo mettere dal punto di vista della donna, la madre dal suo bambino), com’è che nessun movimento italiano contro la ‘violenza ostetrica’ manifesta apertamente il proprio disgusto verso la terrificante pratica dell’utero in affitto? Perchè sono passati anni da quando redassi i miei “Ancora sulla violenza ostetrica” e “L’attaccamento madre-bambino” (entrambi sul blog La Vera Maternità) dove chiedo delucidazioni in merito a tale presa di posizione e, a tutt’oggi, non ricevo risposta? Forse perchè essere contro la ‘violenza ostetrica’ significa ovviamente essere contro l’utero in affitto e essere pure contro la predazione di ovociti di giovani donne che perdono salute e vita, per rendere madri altre donne (madri che a volte vengono ulteriormente cancellate da sapienti contratti che le fanno diventare “concetti antropologici”), il che è, per lo meno, politicamente scorretto? Forse perchè prendere posizione contro l’utero in affitto significa pure manifestare apertamente dubbi sulla salute dei bambini concepiti in provetta e messi al mondo oppure dimenticati in qualche frigorifero? Significa affermare, con un sillogismo, che la Procreazione Medicalmente Assistita - come dicono molte femministe - è tecnoriproduzione che sfrutta la donna e rende il bambino una merce da eliminare se malata o inutile? Vuole quindi dire, in un ultimo balzo intellettivo, che la tanto aberrante ‘violenza ostetrica’ è utile per le cronache quando si va contro la Medicina di corsia, ma è diplomaticamente nascosta se coinvolge lo sfruttamento della salute dei bambini che hanno il diritto di essere desiderati (come afferma la Planned Parenthood, del resto, in un increscioso e imbarazzante spot) e delle donne che debbono essere abusate per fornire frammenti del loro corpo e organi, mettendo a repentaglio la loro vita?

Risulta molto interessante il fatto che i gruppi femminili di Non Una Di Meno che raramente affermano di essere contro l’utero in affitto (questo perché anche il vendere ovociti e affittare l’utero è visto come autodeterminazione: ci si dimentica del bambino, ma i diritti dell’infanzia, si sa, sono così, un modo di dire) in realtà, ultimamente, abbiano preso un’importante posizione: quella a favore della prostituzione come mezzo di autodeterminazione femminile. Sappiamo perfettamente che il 99% delle prostitute (e delle cosiddette pornoattrici) sia dissanguata da una cultura vomitevole che immette sul mercato donne, spesso ragazzine, che vengono stuprate da persone di sesso maschile (non definisco loro uomini, poiché personalmente conosco uomini che si vergognerebbero di essere inquadrati in tale categoria sessuale assieme a sfruttatori e stupratori). Le testimonianze di ex-prostitute ed ex-pornoattrici (quelle che non si suicidano o muoiono di overdose) sono chiare: la legalizzazione dello stupro è aberrante, schiavista e misogina. Parimenti, verrebbe da aggiungere alla luce di quanto dimostrato, all’aborto e all’utero in affitto. E c’è di più: l’uso della vulva e della vagina (fanno talvolta confusione: la vulva è la parte esterna, la vagina è il canale interno) per il piacere personale e altrui, oggetto di numerosi eventi organizzati da Non Una Di Meno e che hanno sollevato diversi polveroni politici negli ultimi giorni, non fa che identificare la donna solo nei propri organi genitali: una prigionìa che, è imbarazzante ammetterlo, alcuni membri della categoria ostetrica (la mia categoria professionale) non fanno che amplificare insegnando che il benessere della persona sia solo l’uso dei propri genitali per soddisfarsi e soddisfare (ovviamente attraverso l’uso di giochini elettrici di forma fallica che vengono abilmente pubblicizzati), dimenticando che sono proprio alcuni esseri di sesso maschile che lo fanno volgarmente e aggressivamente dappertutto (nei bar, sui social o su internet) e che, riducendo ancora la donna solo a una vagina, fanno sì di portare avanti quello che i movimenti femministi indicano come ‘patriarcato’ e che gruppi come Non Una Di Meno afferma di combattere. Sono cioè complici dello sfruttamento genitale (e non solo, pure intestinale, se pensiamo che alcune ostetriche affermano che i rapporti anali sono emancipazione) della donna, va da sé che lo sfruttamento uterino non scandalizzi.

Un ulteriore segno di tale cortocircuito ideologico è il recente post della pagina ‘Obiezione Respinta’ che il 16 novembre scorso scrive: “Non sono solo le donne ad abortire. Approfittiamo della Settimana della Consapevolezza Transgender per ricordarci che ci sono tante persone non-binarie e tanti uomini trans che hanno bisogno di abortire e che spesso incontrano ulteriori ostacoli, ulteriore stigma e violenza transfobica all’interno dei servizi sanitari. [...] Vogliamo aborto libero, sicuro e gratuito, vogliamo un’educazione sessuale completa, vogliamo libertà di accesso alla contraccezione, vogliamo consultori laici, vogliamo informazioni esaustive, inclusive e accessibili sulla salute sessuale e riproduttiva.

E tutte queste cose le vogliamo per tutt*!”. Non è un caso che la giornalista femminista Marina Terragni, dal suo profilo, manifesti sconcerto per tali dichiarazioni, mostrando il suo commento, immediatamente cancellato dalla pagina ‘Obiezione Respinta’, nel quale afferma, tra le altre cose (che sono banalmente dei concetti biologici ed anatomici piuttosto semplici) che che “Nessuno che non sia una donna può rimanere incinta e abortire”: affermazione che le costa l’offesa di essere una TERF (Trans-exclusionary radical feminism, ossia una femminista che odia i trans, ossia una ‘odiatrice’: offesa pesante per una come Marina Terragni).

Spero che sia chiaro un concetto, alla luce di tutta questa carrellata: l’ideologia obnubila e offusca costantemente il ragionamento. Lo cancella nel momento in cui le ostetriche non si oppongono alla definizione di “persone con il buco anteriore” invece che di “donne” o non sollevano sommosse popolari quando una donna che lavora per le donne, una doula, viene licenziata perchè scrive pubblicamente che sono le donne a partorire. L’ideologia contro lo sfruttamento del corpo della donna, che tanto risulta aberrante alla mentalità di molte chiacchierone dei vari diritti (i doveri rimangono sempre un po’ indietro, non fanno pubblico, non portano voti), si porta dietro - come abbiamo dimostrato - un’agghiacciante verità: la donna è sfruttata. La donna madre, nelle sue accezioni più diverse (madre adottiva, biologica, affidataria e spirituale) è realmente stuprata anche dalle altre donne che, incapaci di coraggio - rifiutando la maternità hanno dimenticato che questa è simbolo del coraggio della donna - si fanno schiave realmente di un potere misogino dimostrando quello che, molto in modo inferiore, io vissi da studentessa di Ostetricia: le donne, purtroppo, sono a volte contro le altre donne. E le donne sono, in modo agghiacciante, contro la figura della madre e, molto spesso, oserei dire con allarmante frequenza, contro i bambini.

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19/11/2019
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