Società

di Rachele Sagramoso

Violenza Ostetrica: una proposta ispirata da Flora Gualdani (e la mia)

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Circa negli anni ’50, quando il parto si spostò negli ospedali (prima nelle grandi città, poi nelle campagne, e la gravidanza divenne dominio ginecologico), la maternità perse il suo privato ambito tutto al femminile. Le femministe “liberatrici” (da distinguere con attenzione da quelle “emancipatrici”) imprigionarono la donna e la legarono definitivamente alla Medicina: prima la pillola anticoncezionale, poi l’aborto, poi le diagnosi eugenetiche sul feto, poi la PMA… il corpo della donna fu tecnorapinato del proprio essere culla misteriosa. L’acquisizione dei segni del ciclo uterino (muco cervicale) fu visto come una sorta di “roba da bigotte”: la vera libertà era l’assunzione di ormoni sintetici, altro che la competenza sul proprio corpo! La vera libertà era poter accoppiarsi senza responsabilità, altro che il piacere di una relazione sessuale affettivamente appagante!

Col tempo divenne quasi ovvio strappare alla donna anche l’ultima possibilità di esercitare la propria forza, privandola del parto naturale: «Un bel cesareo e non ci si pensa più» (venne detto a mia madre negli anni ‘70 e viene ancora detto da alcuni medici). Per non parlare dell’allattamento: gesto da contadine ingabbiate nella loro unica stanza con angolo cottura, è stato sconsigliato per decenni perché la vera libertà della donna era quella di lavorare (come un uomo). Fu quindi corretto affermare che la Salute femminile metteva al centro la cultura della medicalizzazione: nonostante questo fosse effettivamente vero, ovviamente si approfittò subito per confondere la figura del Medico identificandola con quella del Maschio patriarcale (compiendo una confusione micidiale di ruoli e colpe), così una iniziale piccola parte di ostetriche tentò di autoproclamarsi liberatrice della donna dal giogo della Medicina (maschilista) identificandosi come sacerdotesse della Salute femminile (a tutt’oggi molte ostetriche si autodefiniscono delle fattucchiere pronte a immolarsi per la liberazione della donna di fronte alla minaccia dei roghi medioevali della Medicina). In realtà sono stati molti i medici che, insieme a tante ostetriche, si sono occupati della Salute al femminile: Michel Odent, Fédérick Leboyer, giusto per fare due nomi. Se poi ci aggiungiamo John Billings e Thomas Hilgers, Josef Rötzer, Anna Cappella e Michele Barbato (per i metodi naturali di regolazione della fertilità) aggiungiamo uomini che hanno realmente liberato le donne dall’ignoranza della contraccezione. Jérôme Lejeune per quello che attiene la bioetica, Giuseppe Noia nella medicina prenatale. Per l’allattamento è doveroso ricordare William Sears, John McKenna, Lorenzo Braibanti: uomini anch’essi. Ecco dunque che si sfata subito il primo mito: la Salute femminile dipende da persone, spesso medici e in altre occasioni ostetriche (Ina May Gaskin e Ibu Robin Lim, ad esempio), tutte mosse dall’infinito rispetto che si deve al gesto più naturale, ma anche più grandioso che una donna possa compiere: mettere al mondo un figlio, dare alla luce una persona.

Verso gli anni ‘90 ci fu un inizio di rivoluzione, in tal senso, e le donne, spinte e sorrette dal mondo femminile e da alcune ostetriche, riuscirono a rimettere al centro della loro Salute, loro stesse. La gravidanza tornò verso la fisiologia e il percorso salutogenico (ovvero quello che mira a rafforzare le caratteristiche personali espressive della salute della singola persona per ridurre l’impatto della patologia sul corpo: si tenta di far partorire anche le donne con una gravidanza patologica, ad esempio): il parto tornò verso un’assistenza rispettosa e l’allattamento tornò a essere una parte importante della relazione madre-figlio (dapprima si identificò l’allattamento come espressione della nutrizione biologicamente più acconcia, in seguito si aggiunse al gesto l’importanza della crescita della relazione: ecco perché non vi è una scadenza per allattare un figlio). Possiamo quindi affermare che la figura della Donna, fu rimessa al centro della sua Salute. I progressi in tal senso sono stati diversi: il ricorso al taglio cesareo solo per emergenza, la possibilità di partorire dopo uno o due cesarei, allattare durante la gravidanza, partorire assecondando i propri bisogni, allattare quanto si desidera e accogliere la possibilità di ascoltare i bisogni fisiologici del proprio bambino… tutte conquiste che hanno davvero fatto tornare la donna felice del suo essere madre.

Tuttavia non c’è rivoluzione che non porti in sé degli eccessi e la donna, rimessa al centro della sua Salute, non è stata veramente e completamente aiutata a liberarsi da alcune prigioni costruitele addosso da alcune donne: l’aborto e l’eugenetica ne sono due esempi piuttosto chiari. In realtà, quindi, con l’urgenza di mettere al centro la donna, ci si è scordati di mettere al centro anche la maternità, o meglio, si è messa al centro la maternità ma solo se la donna accetta questa parte di se stessa, altrimenti ne può fare a meno. Come dire che una donna può rifiutare di essere donna decidendo che si sente un uomo, insomma. Non è un caso che siano diverse le ostetriche e le ginecologhe che affermano e si autoproclamano liberatrici della donna, poiché normalizzano il ricorso all’aborto e all’aborto cosiddetto “terapeutico”. Costoro confondono il loro ruolo di operatrici sanitarie con quello di moderne combattenti contro un mondo maschilista e patriarcale che vuole la donna solo come schiava (tale termine spesso identifica il termine ‘madre’). In realtà non è così, ovviamente, e la prova sta nel fatto che quando poi ci sono persone (spesso donne e talvolta anch’esse ginecologhe e ostetriche) che tentano di effettuare lo stesso tipo di lavoro (quello di aiutare le altre donne nel trovare la loro emancipazione) promuovendo una cultura che le sostiene nella maternità (con grande gioia delle donne stesse che mai si pentono di essere divenute madri), ecco che vengono tacciate di “cattiveria” se non di “crudeltà”: prova del fatto che vi è una franca ideologia piuttosto anacronistica e antiquata che presto - grazie anche ai progressi della scienza - verrà superata agilmente.

Se infatti torniamo alla visione auspicata, ovvero quella della centralità della donna, la ‘violenza ostetrica’ non dovrebbe esistere.

La donna è al centro della propria salute e quindi tutto dovrebbe filare liscio con grande soddisfazione da parte di tutti, donne incluse. E invece no. La depressione post-aborto esiste, la diffusione delle infezioni e delle malattie sessuali riduce la fertilità, il ricorso a tecniche complesse per la fertilità sfruttano la salute della donna stessa e di altre donne e debilitano la loro salute fisica e psicologica e, come se non bastasse, le donne non fanno più figli anche a causa della ‘violenza ostetrica’ (un’indagine sulla ‘violenza ostetrica’, invero criticata da un’associazione di medici, riporta che ci siano ventimila bambini che ogni anno non vengono al messi al mondo). Mi pare evidente che tutto stoni parecchio, perché le aspettative di una qualsivoglia rivoluzione dovrebbero essere positive.

Esiste uno salto ulteriore da compiere, e lo facciamo cautamente. Se io assisto male una donna durante la gravidanza, non sto solo assistendo male lei, ma sto assistendo male anche suo figlio: una persona che sarà adulta e cittadina del mio mondo (come dice spesso Flora Gualdani: una luce che illuminerà la Storia dell’umanità). Posso pure gettare le cartacce nel cestino e riciclare il vetro, ma trattare male un bambino tramite un approccio malevolo verso la donna che lo ha in grembo, inquina l’essere umano, il suo mondo e la sua persona. Quindi tutto il mio rispetto verso le uova di chiurlo e gli spazi riproduttivi dei lemuri varrà zero, in confronto al fatto che sto rovinando la relazione che una donna avrà con suo figlio. Gli studi che affermano chiaramente che a seconda di come una donna è assistita durante la gravidanza e il parto, riuscirà ad adattarsi alla vita col proprio bambino e sarà serena nelle fatiche che ogni madre deve affrontare, sono tantissimi. E questo dovrebbe stimolare ogni operatore sanitario: l’obiettivo della propria assistenza è riduttivo dire che sia la donna e basta, ma è certamente più ampio e profondo affermare che egli stia lavorando per una persona del presente (embrione/feto/neonato), un cittadino del futuro (adolescente/adulto/anziano). Il bene di qualsiasi gesto che viene effettuato sulla donna, non è solo per lei, ma è, ampliandolo in una visione a lunga scadenza, anche quello verso il domani.

Qualche esempio per chiarire.

Nel momento in cui un operatore sanitario si trova di fronte a una giovanissima donna alla ricerca d’informazioni sulla propria femminilità, ha di fronte a sé due strade. La prima è quella breve: prescrizione della pillola anticoncezionale, caldeggiamento verso l’uso del preservativo. L’obiettivo a breve scadenza è ovviamente quello di evitare la diffusione di malattie e infezioni sessuali, ma quello a lungo limite? No, non c’è. L’operatore passa alla paziente successiva alla quale verrà detta la medesima prescrizione e via via per tutta la sua vita lavorativa (conosco ostetriche che per trentasette anni di fila hanno dato queste informazioni alle donne: certo che poi uno perde la voglia di lavorare).

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Proviamo a vedere la strada più lunga, ma più interessante: saggiamone i presupposti e gli effetti. E lo facciamo interpellando un’illustre donna, un’insigne ostetrica, Flora Gualdani, grazie alla quale riusciamo ad analizzare il problema e a proporre la soluzione.

La maternità è viscerale: insita in ogni donna, ciò che la realizza realmente è il fatto di dare la vita per il figlio (biologico, adottivo o spirituale che sia). Senza il dono della vita, la donna è tarpata, ingabbiata, prigioniera: si pensi a quanto rischiano la vita tutte coloro che si sottopongono a cure per l’infertilità e a quali confini si possa arrivare per raggiungere il sogno di sentirsi madre (è recente il trasporto forzato dell’embrione di una persona sradicato dal corpo di una donna, per impiantarlo nel corpo di una seconda donna) e si faccia memoria di quanti embrioni e feti vengono persi o dimenticati in questa “corsa al figlio”. Qui sta la prova, la dura prova, del fatto che la donna - per sentirsi tale - necessiti della maturazione di una creatura nel suo ventre. Attenzione però, perché tale creatura, divenuta oggetto e impoverita di identità umana, non è la meta di alcuno, ma è una luce che viene al mondo per portare il proprio contributo. Ecco quindi qual è l’obiettivo di qualsiasi progetto di Salute: restituire al bambino la propria funzione di persona umana da amare al di là del fatto che possa essere desiderato/pianificato/voluto/preteso. E, per farlo, per abbattere ogni possibile tribolazione nei confronti della donna e del bambino nel suo ventre, è necessaria la formazione. La cultura porta ad amarlo se è voluto, invece va amato in quanto è. Il bambino si trasforma in un oggetto personale, mentre lui possiede valore in quanto persona. Il bambino è soggetto. Paiono ragionamenti semplici, quasi ovvi, ma contrapposti a una mentalità superficiale (pensiamo all’operatore che di fronte a una donna che ha perso il proprio figlio durante la gravidanza, la “tranquillizza” dicendole che è giovane e può fare un altro figlio) si comprende come tutto gira intorno alla decisione da prendere nell’immediato (“Lo vuole o no?” chiede il medico del consultorio alla donna che pensa di voler abortire). Questo accade perché il bambino non è il soggetto, ma un optional.

Flora è chiara, a questo punto: la donna gravida, quantunque sia acculturata e frequenti corsi pre-parto, non può affrontare né un parto, né un puerperio senza incorrere nel rischio di essere trattata male, senza il rischio di non sentirsi adatta al suo ruolo di madre. E questo trattamento, che dipende da operatori che, come abbiamo già detto, non comprendono che ogni travaglio mette al mondo una persona che cambia la Storia dell’Umanità, può essere radicalmente modificato solo se la donna è educata alla maternità. Cosa significa questo? Torniamo all’esempio della giovanissima che si reca al consultorio, alla seconda opzione.

L’operatore conosce la giovane donna e le chiede informazioni su di lei: cerca di capire perché ha bisogno di ricevere certe indicazioni e l’obiettivo finale di tutto il colloquio è mantenere sana la fertilità della giovane donna (so che farà ribrezzo a molte donne, ma tutte coloro che si sono sottoposte a Procreazione Medicalmente Assistita mi hanno sempre confermato il fatto che se avessero saputo/potuto, non avrebbero svenduto la loro salute e non avrebbero aspettato decenni, per diventare madri). Per farlo le trasmetterà il messaggio ch’ella è preziosa e unica al mondo; che ha un dono meraviglioso che è il suo essere donna; che l’amore di cui lei ha bisogno (ogni essere umano lo cerca) non passa dal corpo, ma dal cuore e dalla mente; che il rispetto che le è dovuto e quello che lei deve all’altro in quanto persona; che può conoscere la perfezione del suo apparato femminile e può addirittura migliorare la sua salute imparando a conoscerne i segnali; che la scoperta della sessualità è meravigliosa se fatta al momento giusto e con la persona giusta; che lei diverrà donna: essere umano meraviglioso con una potenzialità che l’uomo non possiede nel medesimo modo (maschi e femmine sono differenti). L’obiettivo di tutta questa carrellata di messaggi non è fare da coach a una ragazzina, ma far maturare una donna che potenzialmente sarà madre della generazione successiva. La meta ultima del trasmettere una cultura del rispetto primariamente verso se stessa, è la salute della donna in quanto potenziale madre. Preservando la salute della giovane donna, se ne preserva la fertilità e, di gran lunga, si risparmierà in molti ambiti (sempre che sia il risparmio, quello che interessa alla Sanità pubblica). Lo slogan della formazione, testé coniato dall’ostetrica Flora, è ”Partire presto ma non smettere mai”: si deve infatti continuare, dopo aver narrato tutta la parte della femminilità e della maternità, chiarendo immediatamente un punto, ovvero l’importanza della responsabilità. «Se hai un rapporto sessuale, puoi rimanere incinta e siccome la persona della quale sei gravida è importante in quanto essere umano, tu sei responsabile della sua vita»: ciò non significa spaventare né essereparticolarmente cinici, ma vuol dire far maturare la donna. Costei, che rimane in una sorta di limbo grazie alla disinformazione che le viene fornita da molti operatori sanitari (coloro che s’identificano come i “buoni” perché eliminano il problema della donna), può tranquillamente essere aiutata verso la consapevolezza da chi non solo vuole il suo vero bene, ma anche da chi vuole il bene di chi ella ha concepito.

In quali situazioni, una donna competente, potrebbe vivere meglio? Cominciamo dalla prevenzione, per l’appunto, della ‘violenza ostetrica’. Potrà mai una donna competente e sicura delle proprie potenzialità, farsi trattare male senza pretendere cura e rispetto? No. É fuori di dubbio che chiunque conosca i propri limiti e quelli del prossimo, li sappia far rispettare: in dieci anni di corsi di accompagnamento alla nascita, posso confermarlo e sottoscriverlo. Chiunque desideri una prova di questo, deve solo ricavarsi qualche minuto per digitare su un motore di ricerca ‘racconto+violenza+ostetrica’: ne appariranno storie raccapriccianti il cui ingranaggio principale è l’ignoranza della donna verso il proprio valore, verso se stessa e le proprie potenzialità, verso le più semplici procedure ostetriche, ginecologiche e pediatriche. E, purtroppo, la dilagante mancanza di rispetto verso la persona ch’ella custodisce in grembo. Il bambino che lei sta cullando nel suo ventre è obiettivo di preservazione solo perché, se gli accadesse qualcosa, la macchina della Medicina Legale si metterebbe in moto. Solo perché possiede un valore monetario. E invece non può essere così. Il bambino, come persona la cui salute va preservata anche attraverso il rispetto che si deve alla madre, è tutelato in quanto individuo.

La maternità è meravigliosa e per preservarla basta la cura di chi ama la donna e i bambini. Ecco la soluzione semplice.

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07/01/2020
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