Società

di Giorgia Brambilla e Rachele Sagramoso

Al Campus bio-medico di Roma non si insegna l’#aborto, e l’AMICA insorge

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I fatti: l’associazione dei medici italiani contraccezione e aborto (dal nome piuttosto significativo di “AMICA”) denuncia apertamente il fatto che la scuola di specializzazione di ginecologia e ostetricia del Campus Biomedico non insegna a effettuare interruzioni volontarie di gravidanza. Essendo struttura e percorso formativo accreditato “con riserva” dal Ministero dell’Istruzione, ne viene richiesta - a gran voce - la sospensione da ente formativo. La causa di tutta questa agitazione è che, si legge nell’articolo di cui al link, «la ‘Carta delle Finalità’ dell’istituto, facilmente reperibile online. All’articolo 10, ad esempio, si legge che “il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’università si impegnano a rispettare la vita dell’essere umano dal momento iniziale del concepimento fino alla morte naturale” e che “essi considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale”. L’articolo successivo afferma poi che “il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna, ed è sempre degna della più alta considerazione”». Evidentemente un abominio per Laura Boldrini e gli esponenti delle altre associazioni che si stracciano le vesti sulle parole di tali medioevali Finalità.

Ci siamo domandate, invero, cosa possono temere, le associazioni soggetto di queste terribili insinuazioni: è per i presupposti, o per gli effetti di questa visione della vita umana?

Andiamo agli effetti: un medico specializzato in ginecologia e ostetricia deve sapere come si esegue un’interruzione volontaria di gravidanza poiché, in caso di emergenza, deve intervenire. Siamo d’accordo, ma la procedura chirurgica dell’aborto volontario non è uguale a quella della cosiddetta revisione della cavità uterina per altri motivi tra i quali l’aborto incompleto? A cagione di questo, infatti, nei manuali di ostetricia e ginecologia, gli interventi vaginali per rimuovere il contenuto della cavità uterina annoverano, oltre all’interruzione volontaria della gravidanza, anche l’aborto spontaneo in atto (incompleto e interno) e la rimozione di residui placentari dopo il parto. Se andiamo a leggere le indicazioni di come si esegue l’intervento, non vi è una differenza tra come si esegue il cosiddetto “raschiamento” poiché molto dipende dall’epoca gestazionale, dato che il collo dell’utero è spesso chiuso anche in caso di aborto in atto. Infatti, le manovre chirurgiche endouterine (e farmacologiche atte a rendere più soffice il collo dell’utero per far entrare gli strumenti chirurgici) sono trattate, nei manuali, nel medesimo modo (con alcune poche ovvie differenze se l’intervento avviene dopo il parto). Anche i rischi operatori sono coincidenti: lacerazioni, perforazioni uterine, emorragie, infezioni (alcune di queste possono portare inesorabilmente a conseguenze come aborti ricorrenti o rottura d’utero nelle gravidanze successive).

Circa l’interruzione volontaria di gravidanza, si pone l’accento con attenzione - nei manuali - circa la datazione: questo perché anteriormente delle 6 settimane di gravidanza [ovvero su bambini che sono - se facciamo un rapido calcolo - alla 4° settimana di sviluppo endouterino che mostra, già da una settimana, una maturazione del collegamento tra placenta ed embrione per la circolazione sanguigna, e un cuore funzionante (ricordiamo che alla 3° settimana di sviluppo ci sono già i cosiddetti “strati germinativi” fondamentali, e la differenziazione dei tessuti che andranno a creare organi e apparati, è iniziata per terminare all’8° settimana con il termine della fase embrionale e l’inizio della fase fetale). cfr. Embriologia medica di Langman, di Thomas W. Sadler, a cura di Raffaele de Caro e Sergio Galli, pag 83-87] si suggerisce l’aspirazione senza anestesia né dilatazione del canale cervicale. Nello specifico, nel testo Ginecologia e Ostetricia di G. Pescetto, L. de Cecco, D. Pecorari ed N. Ragni, si fa riferimento ai 42 giorni di amenorrea (assenza di perdite ematiche uterine): qualunque donna vagamente consapevole del proprio ciclo uterino (facciamo conto di parlare di donne che prendono nota del giorno in cui è iniziata la mestruazione e non di quelle che sanno anche riconoscere periodo fertile e picco ovulatorio, perché purtroppo i Consultori sono ancora zeppi di ostetriche e ginecologi/ghe che ignorano i metodi naturali per la regolazione della fertilità, per cui tengono - volentieri - all’oscuro le donne giovani e meno giovani di una consapevolezza che potrebbe davvero essere fondamentale, ma tant’è) sa che la mestruazione non è del tutto precisa, e calcolare 42 giorni da quel giorno (che spesso è la notte, per cui potrebbe essere il 41esimo o il 43esimo), non è una passeggiata. Anche valutare la maturazione della gravidanza dalla misurazione dell’ormone β-hcg che si alza, nel sangue materno, ancor prima dell’impianto dell’embrione nella cavità uterina (significa che il corpo della donna sa di essere gravido ben prima ch’ella se ne accorga), è del tutto inutile poiché i valori sierici variano moltissimo: si sa solo che il picco di questi si ha dal 60° al 90° giorno di gravidanza e poi, verso la 16°-18°esima settimana rimangono stabili per tutta la gravidanza (nel manuale di Ginecologia e Ostetricia, si sottolinea che la misurazione di quest’ormone non è comparabile con l’ecografia, per ciò che attiene la datazione della gravidanza). Quindi 42 giorni possono solo essere valutati da un’ecografista che dev’essere esperto, visto che si parla di pochi millimetri. E, inoltre, ci vuole una consapevolezza piuttosto matura, da parte della donna, nel valutare che c’è un ritardo della mestruazione. Per non parlare del fatto che si deve recare in un ambulatorio e iniziare a pensare bene in che situazione si trova dal punto di vista psicologico. Non è un caso che, nella Relazione al Parlamento del 2018 (relativa all’anno 2017), ci sia riportato che:

il 48.9% degli interventi è stato effettuato entro le 8 settimane di gestazione (ben 14 giorni dopo i 42 dell’indicazione di aspirazione e avvengono quando l’embrione è già completamente formato e possiede una lunghezza testa-sedere di 2.5 cm, n.d.r.), il 12.4% a 11-12 settimane (quando il bambino è già un feto con una lunghezza testa-sedere di 5-8 cm, n.d.r.) e il 5.6% dopo la 12esima settimana.

La percentuale di IVG entro 8 settimane gestazionali è aumentato negli ultimi anni (nel 2012 era pari al 41.8% delle IVG), incremento probabilmente almeno in parte dovuto all’aumento dell’utilizzo, come tecnica per effettuare l’IVG, del Mifepristone e prostaglandine, che viene usata a epoca gestazionale precoce. Inoltre si riscontra una leggera tendenza all’aumento della percentuale di IVG oltre 12 settimane di gestazione: 5.6% nel 2017, 5.3% nel 2016, 5.0% nel 2015, 4.7% nel 2014 rispetto a 4.2% nel 2013 e 3.8% nel 2012.

Le interruzioni della gravidanza oltre la 12° settimana (ossia i primi 90 giorni), sono imputabili a risultati sfavorevoli delle analisi prenatali che avviene maggiormente tra italiane rispetto alle straniere (ciò è imputabile alla giovane età delle donne straniere, che quindi sono a minor rischio malformativo, e ai costi per le indagini più accurate, spiega sempre la Relazione).

Le giovani donne abortiscono verso l’11°-12°esima settimana e questo ci fa pensare anche al fatto che non siano competenti circa il funzionamento del loro ciclo uterino (parimenti alle straniere, sottolinea la Relazione), nonostante la Relazione ventili un ritardo nelle procedure (ritardo che, come vedremo, non è imputabile all’obiezione di coscienza).

Quindi, tornando a noi, per poter eseguire un’IVG è necessario - se ci si trova oltre il 43°esimo giorno - dilatare e ammorbidire il collo dell’utero (o tentare di eseguire un aborto solo farmacologico con la RU486 insieme all’applicazione locale - in vagina - di prostaglandine) oppure sottoporre la donna ad anestesia (come la stragrande maggioranza degli interventi chirurgici) per poi aspirare il contenuto dell’utero [come avviene per aborti spontanei interni: tra l’altro l’aspirazione è fondamentale per trattare la presenza di mola (patologia grave): va da sé che tutti i medici chirurghi ginecologi debbano saperla eseguire)], per ultimo è necessario raschiare l’interno della cavità per asportare residui (il che è uguale a ciò che avviene in caso di aborto spontaneo: quindi tutti i medici debbono saperla eseguire).

Dopo tutto tale sproloquio ci sovviene quindi una problematica forse ostetrica o anestesiologica (ovvero che riguarda le altre professioni coinvolte nell’intervento chirurgico in oggetto)? In realtà no: le ostetriche assistono in sala operatoria per le IVG come per gli aborti spontanei, le infermiere strumentiste idem (ostetriche e infermiere fanno parte del personale non medico del quale il 61.1% è non obiettore) e gli anestesisti nello stesso modo (il 54.4% non è obiettore).

Quindi la questione è la seguente: alle associazioni promotrici di questa discussione, urta il fatto che la Carta delle Finalità dell’Istituto Campus Biomedico affermino ciò che è incontrovertibile: l’essere umano ha vita dal concepimento alla morte, e l’aborto (come l’eutanasia) sono crimini in base alla legge naturale. Dove stia lo scandalo non si capisce: la legge naturale vuole che un concepito possa svilupparsi sino alla morte naturale, ergo ciò che interrompe intenzionalmente - in qualsiasi momento - tale processo evolutivo, è un crimine (Dal lat. crimen -ĭnis, der. di cernĕre ‘distinguere, decidere’; propriamente “decisione giudiziaria”, poi ‘accusa’, quindi ‘delitto’: nessun giudizio sulla persona, ma sull’atto in sé) laddove questo decide per la vita altrui. Che l’embrione sia un essere umano a un determinato stadio di sviluppo, è lapalissiano. Che l’aborto volontario interrompa tale sviluppo (così pure l’eutanasia e l’omicidio) è abbastanza comprensibile anche a un bambino.

La domanda quindi è: siamo sempre liberi di scegliere se accettare che l’interruzione di una vita sia almeno personalmente corretta, o no? Chi si muove contro l’obiezione di coscienza, evidentemente, pensa di no. Addirittura c’è chi afferma che i medici ginecologi non possono essere obiettori perché il servizio di IVG deve essere mantenuto per evitare che le donne rischino con l’aborto cosiddetto illegale (vecchio cavallo di battaglia). Un riassunto rapido dei dati della già citata Relazione al Parlamento, c’informa che:

Nel 2017 c’è stato un aumento delle strutture dove richiedere l’IVG e che la copertura a livello regionale è più che soddisfacente.

La relazione tra nati vivi e IVG ha un rapporto di 5,7:1 (458.151 bambini nati in relazione a 80.733 IVG eseguite). Inoltre il numero di IVG è pari al 17.6% delle nascite, mentre le cliniche dove avvengono IVG è pari all’87.8% di quello dove si nasce (ci sono 591 reparti di ginecologia-ostetricia, ma solo in 434 si nasce).

A livello nazionale, ogni 100˙000 donne in età fertile (15-49 anni), si contano 3.4 punti nascita, contro 2.9 punti IVG: ogni 10 strutture in cui si fa l’IVG, ce ne sono 11 in cui si partorisce: in confronto ai punti nascita, il numero di punti IVG è più che adeguata.

In alcune Regioni c’è un numero maggiore o uguale di punti IVG rispetto a quello dei punti nascita, ovvero praticamente in tutte le strutture dove si partorisce, è possibile anche interrompere la gravidanza. Essendo stato ridotto - purtroppo - il numero di strutture dove nascono bambini (eliminando i reparti al di sotto delle 500 nascite l’anno) per ragioni di sicurezza, la Relazione afferma che tale riduzione andrebbe effettuata soprattutto in caso di IVG cosiddette “terapeutiche” soprattutto per garantire al bambino che nascesse vivo, l’adeguato supporto neonatologico. Quindi le IVG dopo la 12esima settimana andrebbero eseguite in centri di livello assistenziale avanzato.

Per ciò che riguarda i medici non obiettori, costoro eseguono 1.2 IVG a settimana.

Il numero dei non obiettori a livello regionale, quindi, sembra congruo rispetto al numero delle IVG effettuate, e il numero di obiettori di coscienza non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG. Quindi gli eventuali problemi nell’accesso al percorso IVG potrebbero essere riconducibili ad una inadeguata organizzazione territoriale.

13 strutture risultano aver effettuato IVG pur non avendo in organico ginecologi non obiettori, dimostrando la capacità organizzativa regionale di assicurare il servizio attraverso una mobilità del personale non obiettore presente in altre strutture. Non sembra essere il numero di obiettori di per sé a determinare eventuali criticità nell’accesso all’IVG, ma probabilmente il modo in cui le strutture sanitarie si organizzano nell’applicazione della Legge 194/78. Si noti che ci sono strutture che dispongono anche di personale non obiettore non assegnato ai servizi IVG (quindi alcuni non-obiettori non intervengono in caso di IVG).

Rimane quindi un dato certo: il “problema” delle associazioni contro il Campus Biomedico non sono la formazione, l’obiezione di coscienza o la pratica, evidentemente. Rimane solo un motivo, allora, per essere contro la Carta delle Finalità: quello ideologico. È l’esserci, esistere. Il fare da specchio a una realtà che si teme essere lo svelamento della verità: se viene mantenuta questa Carta (“E noi - dicono le varie associazioni contro - lo impediamo colpendo l’ente dal punto di vista anche economico richiedendone la sospensione come agenzia formativa) e quindi non impediamo a questa Carta di esistere, dando al Campus Biomedico la libertà di essere un’opportunità, si potrebbe scoprire quello che l’aborto volontario realmente è, e allora si potrebbero formare le coscienze. E, in questo campo (quello medico), formare le coscienze, formare individui (operatori sanitari, ma che sono pure cittadini) può portare all’ostacolare attivamente l’ideologia. Si è svelata, si è rivelata (alétheia: “lo stato del non essere nascosto; lo stato dell’essere evidente”) la verità: abbiamo dimostrato che i medici specializzandi vengono formati in modo regolare, il problema dell’obiezione di coscienza non sussiste né a livello ospedaliero, né nazionale, né regionale, né formativo-personale (chi si specializza al Campus Biomedico non è per forza cattolico, quindi può comunque optare per non seguire la strada dell’obiezione di coscienza… in coscienza), quindi ciò che affligge i promotori di questa protesta non può essere che meramente ideologico. Quello che nuoce a costoro, è che scoprire la verità porta a un risvegliare le coscienze: si pensi quante donne vengono convinte a usare la cosiddetta spirale (altrimenti definita IUD, dispositivo anticoncezionale intrauterino) ma non sanno che ha effetto antinidatorio (oltre che una serie di effetti collaterali) parimenti alla pillola estroprogestinica. O quante donne non ricevono informazioni sul funzionamento del proprio ciclo uterino. O quante donne sono realmente convinte che abortire significa eliminare un “grumo di cellule”. Si teme che le donne, forse, comincino ad alzare la mano e a fare domande ulteriori? Si teme che i medici e gli operatori sanitari facciano lo stesso, ovvero esprimano dubbi e quindi usufruiscano della loro libertà di pensiero?

Il sistema bio-politico che appiattisce le differenze (ovvero l’uniformità che diviene controllo), sono un modo per dettare legge sul pensiero delle masse: per il gender riguarda le differenze fisiche che non devono essere valorizzate, nel caso dell’economia si tratta dell’eliminazione del merito… non è però l’uguaglianza, quella della quale la cultura ha bisogno, perché il rispetto non nasce dall’equiparare le differenze. Si tratta solo di una forma di controllo: eliminare la libertà educativa, che in questo caso riguarda il presupposto col quale effettuare interventi chirurgici ginecologici ma in altri può significare molto di più (si pensi ai corsi scolastici su bullismo o erotismo) è una forma di controllo. La possibilità che una certa quantità di medici non impari a eseguire IVG non dal punto di vista pratico, ma teorico (il che lascia libero poi l’operatore di compiere una propria scelta), mette in crisi un sistema. Il fatto, cioè, che liberamente un ente formativo opti per affermare che ivi non verrà insegnato a interrompere la vita di un essere umano, urta il sistema nervoso di chi, ideologicamente, combatte la libertà altrui (soprattutto dell’essere umano da sopprimere quando altri decidono sia necessario farlo). Quindi non si tratta di obbligare - come hanno scritto tatticamente alcune testate giornalistiche - all’obiezione di coscienza, ma avvertire che per quell’ente formativo (ce ne sono diversi sul territorio italiano, quindi la possibilità di scelta è ampissima), la vita umana possiede un valore: nessun problema formativo, ma del tutto inesorabilmente ideologico. E se solo un ente formativo sul territorio italiano dimostra un certo grado di etica, il problema, evidentemente, non sussiste che in coloro i quali si fanno forte solo dell’impedire la liberà altrui. Lasciamo libertà formativa.

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01/02/2020
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