Politica

di Mario Adinolfi

Io quasi quasi andrei

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Il 12 febbraio 1980 la ventiseienne Anna Laura Braghetti sembra una studentessa come tante quando sale le scale avvicinandosi al professore che da poco aveva finito la sua lezione in aula Aldo Moro alla facoltà di Scienze Politiche dell’università La Sapienza di Roma. Sembra a tutti, ma non a lui, non al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e docente universitario neanche cinquantaquattrenne, Vittorio Bachelet. Lui capisce subito e sbianca. La Braghetti gli appoggia la pistola al ventre e spara tre volte, Bachelet si accascia sui gradini emettendo un urlo agghiacciante. Gli si avvicina Bruno Seghetti che si era confuso tra i ragazzi seguendo addirittura in aula l’ultima lezione del fu presidente dell’Azione Cattolica e consigliere comunale della Democrazia Cristiana. Spara anche Seghetti, quattro colpi, uno alla nuca per finirlo. Lo aspettavano a un convegno a mezzogiorno, erano le 11.50, l’ultima frase di Bachelet prima di essere colpito fu: “Io quasi quasi andrei”.

Quarant’anni sono passati e il ricordo di Bachelet è scolorito eppure uccidere il vicepresidente del Csm fu un’impresa terroristica di altissimo livello, forse seconda per importanza istituzionale dell’obiettivo solo al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro. L’obiettivo dei terroristi erano i cattolici impegnati in politica, un mese prima a Palermo era stato ucciso il presidente democristiano della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Anna Laura Braghetti aveva partecipato all’assalto alla sede della Democrazia Cristiana di Roma in piazza Nicosia, uccidendo gli agenti Antonio Mea e Pierino Ollanu. Bruno Seghetti, che aveva già gambizzato l’esponente della Dc romana Publio Fiori e il direttore cattolico del Tg1 Emilio Rossi, sarebbe stato arrestato il 19 maggio 1980 dopo aver ucciso il 49enne assessore democristiano alla Regione Campania, Pino Amato. Era la mattanza dei cattolici, ma non se ne conserva memoria, gli stessi cattolici impegnati in politica faticano a ricordarsene. E magari stanziano centinaia di migliaia di euro per celebrare il centenario del Partito comunista italiano, come se il brigatismo rosso non appartenesse a quell’album di famiglia.

Sia Braghetti che Seghetti, peraltro pesantemente coinvolti anche nel sequestro e assassinio di Aldo Moro, sono stati condannati all’ergastolo. Seghetti anche da detenuto ha continuato a rivendicare la lotta armata organizzando la rivolta del carcere di Trani e partecipando nel 1987 a un tentativo di evasione da Rebibbia insieme a Prospero Gallinari, che nel frattempo aveva sposato in carcere la Braghetti. Per via di questo comportamento esemplare, i giudici di sorveglianza hanno fatto uscire dal carcere Seghetti nel 1995. Anna Laura Braghetti pubblica libri, dal suo Il Prigioniero (1998) è stato tratto il film Buongiorno, Notte di Marco Bellocchio.

Attorno al cadavere di Vittorio Bachelet le prime ad arrivare furono, come spesso accade, le donne: la moglie Maria Teresa, la figlia Maria Grazia. Il figlio Giovanni ai funerali del 14 febbraio 1980 commosse l’Italia pregando dall’altare per gli assassini del padre chiedendo “giustizia e non vendetta”. I due fratelli sacerdoti di Vittorio ancora oggi raccolgono offerte per aiutare il reinserimento dei detenuti nella società, inclusi gli ex terroristi. Molti dei quali si sono ritrovati vicino Reggio Emilia, curiosamente proprio dove le Brigate Rosse furono fondate, il 19 gennaio 2013 per il funerale di Prospero Gallinari. Accanto alla sua bara avvolta in una bandiera rossa con la falce e martello sono stati proclamati i consueti slogan (Prospero è vivo e lotta insieme a noi / le sue idee non moriranno mai) e poi cantata a pugno chiuso l’Internazionale.

Nessuno di voi che mi legge ricorda il sacrificio o anche solo il nome di Pino Amato ucciso da Bruno Seghetti, nessuno ricorda i nomi degli agenti della scorta di Aldo Moro della strage di via Fani, meno che mai quelli dei due agenti uccisi da Anna Laura Braghetti nell’assalto alla sede della Democrazia Cristiana di piazza Nicosia a Roma. Vittorio Bachelet, che sapeva bene di essere un obiettivo dei terroristi, non volle mai la scorta (se penso a chi la diamo ai nostri tempi). Come molti cattolici completamente dimenticati, penso al Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena il giudice Girolamo Minervini ucciso un mese dopo il 18 marzo 1980 sull’autobus dell’Atac con cui andava a lavorare, Bachelet non chiese mai la scorta perché non voleva che nel suo eventuale assassinio ci fossero coinvolte “altre vittime giovani e innocenti”. Questa scelta colpì Karol Wojtyla, che aveva incontrato molte volte il presidente dell’Azione Cattolica dei primi Anni Settanta poi diventato uno dei vertici istituzionali della Repubblica italiana nell’avvio del suo pontificato. Quando San Giovanni Paolo II fu attinto al ventre dai proiettilii esplosi da Ali Agca, alla vista del sangue che inondava la veste bianca mormorò: “Come Bachelet, come Bachelet…”.

Il sangue versato da Vittorio Bachelet e da molti altri cattolici come lui purtroppo completamente dimenticati, sia invece sempre ragione feconda che dia forza al nostro impegno contro le forze del male che ancora agiscono e pensano, sotto sotto, d’aver avuto ragione nell’aver fatto quello che hanno fatto a tanti innocenti. E la libertà che abbiamo loro offerto come segno di perdono ha solo rinfocolato il loro orgoglio e somiglia sempre di più a una forma esplicita di denegata giustizia.

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13/02/2020
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dalla tua santità sopra il mio essere peccatore. – scrive nel 1998 – Il tuo amore appare sopra di me e mi distrugge, mi annienta , mi crocifigge. Signore, abbi pietà di me!»
(n.300). Spesso, come molti mistici, tra i quali mi viene in mente la stessa Madre Teresa di Calcutta, le parole di Kiko mostrano il tormento della “notte oscura”, del sentirsi come abbandonati ed infinitamente lontani dall’Amato, uno spasimo che si trasforma a volte in poesia «C’è un amore che fa dolere il cuore, c’è un dolore che è pieno d’amore…È l’assenza. (…) Siamo nel deserto abbracciati a Te, Signore e in Te a tutti fino all’infinito. Assenza di Dio» (n.353). Rincorre quest’uomo che molto, moltissimo ha realizzato, in un paradosso tutto cristiano, la “santa umiltà di Cristo”. Che non è finta modestia, un atteggiarsi ipocrita, ma è essenzialmente obbedienza alla Volontà di Dio, accettazione delle ingiustizie e delle calunnie perché «Tutto ciò in cui c’è Dio è umile» (n.5) e perché «Sali a Dio scendendo i gradini dell’umiltà» (n.9), fino a contemplare in essa la bellezza di Dio «Perché la bellezza è umile? Che mistero! Perché l’umiltà è bellissima? Ti ho visto Signore. Sì, Tu eri in quella donna abbandonata nel corridoio di un ospedale. Ti vidi nella strada buttato tra cartoni e spazzatura. Oh, santa umiltà di Cristo, chi ti potrà trovare! Ti trovai e mi toccasti il cuore, e non fui più lo stesso (…).» (n.473).
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