Società

di Rachele Sagramoso

I bambini sono grumi di cellule

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Il 15 ottobre di ogni anno è il giorno che ricorda tutti i bambini che sono venuti a mancare durante la gravidanza e dopo la nascita, non è tra i miei giorni preferiti. Lo ammetto, io credo in un dolore privato e non pubblico. Troppi pensieri. Troppi ricordi. Troppi errori. Troppo, per me. Inoltre temo sempre che tali giornate di sensibilizzazione che coinvolgano i bambini, in realtà siano fatte solo per le madri (pensiamo al fatto che molte donne chiamano i figli nati dopo, “bambini arcobaleno”: appaiono quindi come coloro che vengono a consolare, a sostituire), e che quindi siano un ennesimo modo per espropriare i bambini dell’attenzione, della cura, del rispetto che è loro di diritto, mettendo di nuovo al centro la donna, l’adulto. Me ne tengo lontano quando percepisco che la giornata del lutto perinatale è per le donne che quel bambino perduto lo hanno desiderato, ma non per quelle che lo hanno perso proprio perché non lo desideravano o non si sentivano in grado di prendersene cura (concetto fondamentale, spiegherò più avanti). Me ne sono tenuta lontana spesso, probabilmente per incapacità di non giudicare alcune scelte, preferendo il silenzio della mia ignoranza, piuttosto che la divulgazione di opinioni espresse in malo modo e, per ciò, fraintendibili. Tuttavia ho vagato qui e là, e ho trovato un’associazione che ha espresso con grande chiarezza e purezza (sì, mi sbilancio molto nell’usare un termine che suscita rispetto) cosa sia per me e moltissime madri, la giornata di consapevolezza del lutto perinatale.

«Siamo nati.
Siamo nati morti,
siamo nati da aborto spontaneo,
siamo nati dopo una IVG,
siamo nati dopo un aborto terapeutico, dopo una gravidanza extrauterina, siamo nati dopo essere morti in utero, siamo nati dopo gravidanze che ci hanno bollati come feti terminali, siamo nati dopo tentativi di procreazione assistita, siamo nati e poi morti in TIN, per un incidente, di SIDS, a causa della preeclampsia, per malattia.
Siamo nati.
Non ci siamo magicamente dissolti nel nulla. Non siamo stati solo una fantasia.
Anche se di sole 8 settimane di gestazione siamo nati tra crampi e sangue.
Siamo nati dopo travagli lunghi giorni.
Siamo nati da madri piangenti o talmente sotto shock da essere ammutolite dal dolore.
Qualcuno di noi è stato buttato tra i rifiuti speciali, qualcuno è stato recuperato grazie a lettere di avvocati, qualcuno è stato sepolto in una fossa comune come resto umano riconoscibile, qualcuno ha avuto la dignità di un nome e di una piccola bara bianca.
Siamo nati.
Siamo morti.
Viviamo nel ricordo di chi ci ha amati dal primo momento.
Non chiamateci #mainati ».

Innanzi tutto i soggetti sono i bambini. Finalmente il dolore non si riferisce solo alle madri - e ai padri, ai quali pochi pensano - ma anche e soprattutto a loro, i bambini, coloro che sono morti in moltissime circostanze diverse, parimenti dolorose per loro e per chi portava loro in grembo.
La cosa, tuttavia, non tarda a disturbare. Sì perché quel “siamo nati dopo una IVG” e “siamo nati dopo un aborto terapeutico” rompe l’incantesimo nella mente di chi combatte ogni giorno per aiutare le donne ad abortire volontariamente affermando che c’è chi sta benissimo dopo aver interrotto una gravidanza indesiderata (negando che c’è pure chi sta malissimo). La discussione è portata avanti da alcune donne - spesso ostetriche - che vengono a sostenere la loro beniamina, la dottoressa che chiamerò XXX, ginecologa legata politicamente a Zingaretti e responsabile di un’associazione di divulgazione scientifica (ma molto parziale). Ora, non vorrei sembrare sempre la solita, ma tutte queste chiacchiere scritte su un social, lasciano davvero il tempo che trovano: la realtà è molto differente, ed è per questo che mi sono imposta di far rimanere viva tale discussione, divulgandone il contenuto. La guerriglia si combatte su due fazioni: chi afferma che le donne hanno comunque il diritto di soffrire anche in caso abbiano scelto l’interruzione della gravidanza, e chi afferma che le donne che hanno abortito e non soffrono esistono e vanno aiutate a non sentirsi in colpa (se la scelta è consapevole, perché dovrebbero sentirsi in colpa?) e anzi, la dottoressa XXX si offre apertamente (siamo su un post che piange bambini morti, ma il vero adultocentrico porta avanti la sua campagna senza guardare in faccia nessuno, specialmente quelli che per lui non sono bambini, ma grumi di cellule che sono bambini solo in caso siano desiderati e conformi agli standard, altrimenti no) per effettuare aborti farmacologici e chirurgici in nome della libertà della donna, parimenti un cavaliere potrebbe offrirsi per difendere una donzella dal drago. Costei - sempre la dottoressa XXX -, che si autoproclama difenditrice e amante della donna (da sempre le persone che vengono definite pro-vita sono incasellate nell’essere odiatrici e odiatori delle donne), perora la propria causa sostenuta dalle sue sostenitrici che ripetono, come un mantra, che la donna deve essere libera anche di non provare dolore dopo un aborto scelto consapevolmente e che «Voler affermare che un embrione, anche di sole 16 cellule, ha tanti diritti quanto una persona in carne ed ossa, in questo caso una donna, ribadisco non può che essere frutto del ragionamento di una mente malata» (com’ella scrive in un post su facebook che, ovviamente, è contro gli obiettori di coscienza). Vorrei tralasciare tutta la discussione a colpi di tristissimi e privatissimi messaggi di donne che hanno perso il loro bambino durante la gravidanza - a loro va il mio appoggio totale, il mio sostegno e il mio ricordo nella preghiera - poiché vorrei concentrarmi su quello che viene affermato da chi sostiene la causa a favore del diritto di soffrire di una donna che ha abortito o ha scelto l’aborto “terapeutico” del proprio bambino. Diritto che l’associazione che ha redatto il post reclama apertamente ricordando più e più volte che non è in discussione il fatto che ci siano donne che non soffrono dopo aver compiuto una scelta come l’interruzione volontaria di gravidanza, ma è in discussione il fatto che non si può negare che quell’embrione, quel feto - se pur possano oscillare dai 7 mm (6 settimane + 2 giorni: settimana nella quale la donna gravida decide di interrompere la gravidanza) ai 58.3 mm (12 settimane: tempo massimo per interrompere la gravidanza di un feto sano) ai 23 cm (22 settimane: tempo massimo per interrompere la gravidanza di un feto malato o ‘incompatibile con la vita’) e quindi non essendo i proverbiali “grumi di cellule” (la dottoressa afferma siano 16 cellule, ma in realtà a tale livello di sviluppo - 3 giorni circa dopo il concepimento - non è ancora avvenuto l’annidamento, quindi la donna o ha assunto la pillola del giorno dopo, o non è consapevole della gravidanza) - sia qualcuno che per tantissime donne è fondamentale.
Il dibattito quindi verte su una considerazione molto chiara: se quel ‘grumo di cellule’ non è niente per cui le donne che interrompono la gravidanza hanno tutto il diritto di stare benissimo dopo la loro scelta, che ne è di tutte quelle donne che, al contrario, non solo credono che quel piccolo embrïóne {s. m. [dal lat. mediev. embryo(n), gr. ἔμβρυον «neonato, feto»]} sia il loro magnifico bambino che hanno il diritto di piangere se viene a mancare durante la gravidanza, ma credono spesso essere la loro ragione di vita per il resto dei loro giorni (“Oggi avrebbe 40 anni” scrive una Signora evidentemente matura, sotto il post)?
E che ne è di tutte quelle donne che scelgono di abortire volontariamente ma sono tormentate per tutta la vita? A loro non va dato il sostegno, l’appoggio, il calore, l’affetto che è loro diritto ricevere dopo che chi aveva sostenuto la loro decisione svendendo la storia del “grumo di cellule”, si è abilmente dileguato?
E che ne è di tutte coloro che vengono convinte a separarsi dal loro bambino poiché viene diagnosticata una patologia “incompatibile con la vita” e sanno consapevolmente di interrompere l’esistenza del loro bambino che, placidamente, è cullato nel loro grembo?
Insomma, per «rispettare e sostenere le donne che vanno a cena fuori con le amiche per lo scampato pericolo (pericolo è il bambino) e non debbono essere giudicate male per questo», si può cancellare il dolore di altre donne?
In punta di piedi e con molto rispetto io mi accosto a costoro poiché nessuno mai può comprendere cosa spinge una donna, una madre (lo si è dal momento in cui l’ormone β-HCG si alza nel flusso sanguigno della donna e indipendentemente dall’aver desiderato o meno il fatto che quell’ormone si mostrasse), a scegliere di interrompere la gravidanza. Lo faccio attingendo dalla mia esperienza di madre, di ostetrica, di donna e sempre col massimo rispetto, con la massima cautela e con infinito amore.
Ecco infatti che alcuni commenti a quel post (iniziale), dovrebbero farci riflettere:
«Sono passati 15 anni da quell’aborto terapeutico dopo 6 mesi di gravidanza e ricordo perfettamente quel giorno»
«Anche io ho pensato i miei 3 angeli… Purtroppo ho dovuto farlo.. Perdonatemi . Mamma vi ama»
«Etichettato come: Aborto ritenuto! Per me sei stato l’emozione più grande della mia vita»
«20 dicembre 2011: solo colpa mia»
«io ho fatto un IVG con una pastiglia che provoca le doglie e le spinte, il mio bambino l’ho partorito e visto!! Non so chi le ha detto che uno si addormenta e basta!! (si sta riferendo a un’altra donna che afferma quanto sia meglio l’aborto farmacologico a quello chirurgico, ndr)»
«È un trauma forte il mio è stato un aborto terapeutico al 4° mese il mio piccolo Alessio non aveva speranze sono passati 11anni e ancora soffro. Piccolo ti ho amato e ti amo»
Riferendosi al fatto che la dottoressa XXX gestisce un sito internet che afferma che abortire è normale e si sta benissimo: «beata lei che sta bene io ho abortito 4 anni fa e non passa giorno che non ci pensi. Il mio è stato un aborto volontario e ogni giorno mi maledico, non accetto ciò che ho fatto, un pezzo del mio cuore se n’è andato con quel gamberetto di 6 settimane» (tra l’altro nessuno, né la dottoressa XXX, né le ostetriche venute a sostenerla, si rivolge per una parola di conforto a questa mamma disperata: atteggiamento che fa riflettere moltissimo)
Non desidero, non è assolutamente nei miei piani, fare pubblicità a chi, con spocchia e invadenza - proponendosi, lo ripeto per assicurarmi che sia chiaro, come liberatrice della donna e delle sue esigenze, pubblicizza il proprio mestiere di medico abortista - giudica negativamente, sia il lavoro di un’associazione che accoglie tutte le donne che hanno perso il loro bambino (tutte), sia il peso morale delle donne che piangono i loro bambini (che la dottoressa gentilmente descrive con una frase agghiacciante: «Non penso che siano vite») bollandole - evidentemente - come delle poverette.
Mirabili i commenti della professionista dell’associazione che, in più riprese, sottolinea e spiega che:

1) «Questo giorno è stato pensato per aumentare la consapevolezza di cosa sia la perdita di un bambino a qualsiasi stadio di gravidanza, dopo la nascita e per qualsiasi motivo sia successo. Aumentare la consapevolezza significa anche accogliere il sentimento di perdita e di lutto dei genitori, senza squalificare i loro sentimenti. Chi non concorda con questo diritto (visto soprattutto che ne propugna altri) può semplicemente passare oltre».
2) «Si parla anche di aborto volontario perché, checché ne dica la dottoressa XXX, ci sono donne che dopo aver abortito piangono quel figlio ogni giorno della loro vita. Qui infatti accogliamo tutti. Non siamo giudizi su cosa ha portato al lutto. Noi sosteniamo i genitori in lutto.»
3) «Non sono mai nati. Sono nati e morti, morti prima di nascere ma sono nati. La signora (la dottoressa XXX, ndr) è quella che ha creato (la pagina e il gruppo, ndr) “Ho abortito e sto benissimo”. Nessuno la giudica. Lei non venga a giudicare, specialmente in giorni come questo, chi ha abortito e sta male. Perché ce ne sono di donne che per qualsiasi motivo hanno abortito e che comunque soffrono un lutto per questa perdita.»
4) «La signora XXX (sempre la dottoressa XXX, ndr) sta giudicando il dolore delle donne che hanno perso un figlio all’inizio della gravidanza perché per la Signora quelli non sono esseri umani, figuriamoci figli! La Signora ha il diritto di pensarla come le pare. Noi non andiamo a dire che non siamo d’accordo con l’affermazione “Ho abortito e sto benissimo” perché abbiamo molte, troppe mamme che hanno abortito e ora stanno male. Mamme di cui abbiamo ricercato notizie su dove fossero sepolti i resti dei loro figli, mamme che sono ancora oggi lacerate dal senso di colpa, con cui abbiamo passato ore al telefono o in chat. Quindi la signora non venga a sparare i suoi giudizi in un posto che accoglie il dolore di chi sta soffrendo la perdita di un figlio. Nessuno mette in discussione l’IVG, lei non si permetta di mettere in discussione chi soffre dopo una IVG o per un aborto spontaneo».
5) «La dottoressa XXX è venuta a dire di non concordare con un post che riguarda l’aumentare la consapevolezza di ciò che è la perdita di un bambino in gravidanza e a cui i genitori partecipano in ricordo dei bambini nati e morti o morti prima di nascere ma comunque nati, sia fisicamente che nel cuore dei genitori. Invece di preoccuparsi di questo dovrebbe preoccuparsi dei suoi colleghi (spesso non obiettori, ndr) che abbandonano completamente le pazienti che si ritrovano di fronte a situazioni incredibili. Alcune delle quali abbiamo portato all’attenzione del Senato e del Ministero della Salute anni fa. Una per tutte? La mamma che ha avuto 48 ore di tempo per decidere su un aborto terapeutico e a cui poi è stato messo un pannolone, un cicalino in mano ed è stato detto di “avvertire quando aveva fatto” come se stesse espletando dei bisogni fisiologici e non il parto della sua bambina. Lo vada a chiedere a lei se è felice e non ha strascichi psicologici riguardo al suo aborto terapeutico.
Qui non si sta discutendo se sia lecito o meno abortire. Noi non giudichiamo. Noi accogliamo il lutto dei genitori e, checché ne dica la dottoressa XXX, questi genitori sono anche quelli che fanno una IVG o un aborto terapeutico».
6) Quando la dottoressa XXX afferma che le persone che commentano (riferendosi al fatto che c’è chi difende le donne che soffrono dopo un’IVG), obbligano tutte le donne a soffrire e lei si fa paladina di questa ingiustizia, le viene risposto che: «Qui non si obbliga nessuno a soffrire. Qui si accoglie il lutto di chi soffre. Di tutte. Anche di chi ha scelto di porre vita alla fine del suo bambino. Cosa che credo che le tue pazienti che fanno una IVG o hanno un aborto troveranno difficilmente in te che hai tale e tanto preconcetto sul fatto che quello che portano in grembo non sia stato un figlio per loro. Ci sono sicuramente donne che stanno bene dopo un aborto. Ci sono anche donne che stanno bene dopo aver ammazzato dei figli già nati. Come ci sono donne che stanno male dopo un aborto, anche quando hanno scelto la terminazione per motivi medici, per incompatibilità con la vita. Come ci sono donne che preferiscono affrontare una gravidanza sapendo che comunque il loro bambino morirà perché è un feto terminale. La mente umana ha una grossa capacità di affrontare le situazioni come più le è funzionale. La giornata del 15 ottobre è fatta per aumentare la consapevolezza sulla perdita in gravidanza e nel periodo perinatale. Fra queste c’è anche la consapevolezza che anche una perdita all’inizio della gravidanza porta un lutto».
7) «Qualche madre si è accalorata (afferma la responsabile dell’associazione commentando il fatto che tante donne si inalberano con la dottoressa XXX, ndr) perché gli è stato detto senza mezzi termini che il loro dolore non ha senso visto che quello che hanno portato in grembo non era un figlio. Ripeto: qui rispettiamo tutti i lutti. Chi ha fatto una IVG e soffre per il bimbo che ha scelto coscientemente e liberamente di abortire ha lo stesso supporto di chi ha cercato in tutti i modi di avere un figlio e ha avuto mille aborti spontanei, di chi ha perso un bambino a 5 mesi (di gravidanza, ndr), di chi lo ha perso dopo la nascita. Noi non facciamo una scala del dolore. Non decidiamo chi ha diritto di soffrire. Noi accogliamo il dolore di chi ha perso un figlio e cerchiamo di fare consapevolezza su un lutto così misconosciuto».

8) «Sentire il tuo lutto svilito in un giorno che è fatto per aumentare la consapevolezza del lutto in gravidanza e perinatale può far perdere la capacità di ragionare. Ricordiamo benissimo l’attacco che anni fa ci fece, in meeting sul risk management di Arezzo dove avevamo un banco informativo, un dottore. Era scandalizzato perché, fra le varie brochure informative, c’erano anche delle vestine per la sepoltura di bimbi molto piccoli. Ha iniziato a sbraitare che ci dovevamo vergognare di proporre quelle cose perché quelli non erano bambini e noi fomentavano il sentimento antiabortista. A parte il fatto che, ripeto, non giudichiamo ma accogliamo, vallo a dire alla madre della foto del post che quello non è un bambino (si riferisce a un’immagine di un bambino deceduto a circa 12 settimane, ndr). Però come noi non giudichiamo, desidereremmo che chi si avvicina ad un argomento tanto delicato abbassasse il suo metro di giudizio. Abbiamo avuto una madre in lacrime che ci ha ringraziato perché, per la prima volta, trovava menzionata la gravidanza anembrionica. Questo per noi è accoglienza».

9) Di nuovo si deve rivolgere alla dottoressa XXX che si lamenta del trattamento che riceve dopo essersi proposta per far abortire le donne, in un post dove si parla di dolore anche di chi ha scelto di abortire volontariamente: «La prima a essere stata poco rispettosa è stata lei che è venuta ad esprimere il suo disaccordo. Che spero non sia sul fatto che esista una giornata della consapevolezza sul lutto per la perdita di un bambino in gravidanza e nel periodo perinatale. Se non è per questo è in disaccordo, a giudicare dai suoi discorsi, sul fatto che genitori piangano un figlio anche se lo hanno perso a 8 settimane di gravidanza, anche se lo hanno perso per IVG, anche se lo hanno perso per aborto terapeutico. Sa signora, non abbiamo mai sentito dire nessuna donna “aspetto un embrione” le abbiamo sempre sentite dire “aspetto un bambino”. Anche se quel bambino poi decidono di non tenerlo. Ci saranno sicuramente donne che abortiscono e vanno a ballare, come ci sono state madri che hanno ucciso i figli già nati e sono andate a ballare. Come ci sono donne (e noi ne accogliamo fin troppe visto che secondo la legge dovrebbero avere un supporto psicologico) che abortiscono e poi sono devastate dal lutto. Spesso lo sono ancora di più perché c’è gente che ha detto loro che era come togliere un dente. Quando arrivano qui non vengono giudicate ma vengono aiutate a vivere il loro lutto, a fare pace con la loro scelta, a capire che i loro sentimenti di dolore e di perdita sono normali e accettabili, che non sono pazze a piangere per quella creatura che hanno deciso di abortire. Se lei arriva a sollevare deliberatamente la polemica in un post che coinvolge migliaia di persone nel giro di poche ore poi trova anche chi dà risposte come quelle che sottolinea lei ma che non sono la nostra linea di condotta (si riferisce a una donna che, senza mezzi termini, da alla dottoressa XX dell’assassina, ndr). Quindi porti rispetto, in casa nostra, del nostro lavoro anche se lavoro è la parola sbagliata: in 10 anni non abbiamo mai preso una lira e non ci abbiamo guadagnato come fanno altri. Facciamo tutto senza nessun tipo di introito perché portiamo avanti la nostra idea di inclusione totale perché tutti possano partecipare e perché non vogliamo che la perdita dei nostri figli abbia un cartellino col prezzo attaccato».
Interessanti sono le frasi di chi supporta la dottoressa XXX: «La dott.ssa XXX in ogni gesto di ogni giorno tutela la libertà della donna qualunque sia il senso che chi si trova di fronte vuole attribuire a questa parola» (il che richiama la proverbiale dittatura del relativismo) che trova la sua risposta nel commento n° 5.
Un altro commento, di un’ostetrica, è eloquente: «è quella (la dottoressa XXX, ndr) che quando sarete sole, abbandonate, in difficoltà economica, maltrattate dalla società, manipolate per estirparvi soldi lucrando sulla vostra salute… Sarà con la mano tesa verso chiunque di voi, anche verso chi la manda affanc***, perché è una dei pochi medici che si battono davvero sputando sangue per una sanità pubblica, gratuita e laica. Ovviamente non ne sapete nulla, ma prima di parlare bisogna riflettere bene. Per chi invece la conosce… Fatico veramente a credere che la si possa invitare al silenzio, quando è lei quella che quotidianamente da decenni sta immersa in tutto ciò e si prende brighe che nessuno vuol prendersi per stare DAVVERO accanto alle donne». Evidentemente questa ostetrica non conosce l’opera di tanti CAV, di tante associazioni e di tanti operatori e volontari che tentano di aiutare le donne portando avanti la loro gravidanza della quale, una volta nato il bimbo, nessuno (NESSUNO) mai si pente. Una per tutte la grande Paola Bonzi, recentemente scomparsa, che - parimenti alla dottoressa - potremmo affermare che sia stata ‘quella che quando sarete sole, abbandonate, in difficoltà economica, maltrattate dalla società, manipolate per estirparvi (diciamo estorcervi, che mi pare più corretto, ndr) soldi lucrando sulla vostra salute… O come l’ostetrica Flora Gualdani che ha dato rifugio, sostegno e ascolto a donne che hanno abortito e a donne che non volevano abortire. «Sarà con la mano tesa verso chiunque di voi» e che «quotidianamente da decenni sta immersa in tutto ciò e si prende brighe che nessuno vuol prendersi per stare DAVVERO accanto alle donne». Questo perché il concetto differente che vorrei che passasse, il ragionamento quasi elementare che viene applicato in alcune circostanze quando ci si trova di fronte a una qualsiasi persona che deve affrontare problemi più grandi di lei, è che sia estremamente semplicistico e riduttivo (oserei definire facile) assecondare la soluzione più rapida che la persona, che ovviamente sta vivendo un grande momento di crisi, propone. Ad esempio la dottoressa XXX è colei che scrive su facebook quanto sia stata brava (quando scriviamo su un social lo facciamo per riscuotere consensi) ad acquistare la ‘pillola del giorno dopo’ a una minorenne - evidentemente quindi all’insaputa dei genitori - con la promessa di non diventare un’adulta giudicante (il che pare un “ricatto affettivo” e, ben più grave, un brutto modo di interferire nella relazione tra questa minorenne e i genitori, senza neppure tentare di aiutare la famiglia a dialogare, obiettivo che non pare molto in voga nella sinistra di Bibbiano e dell’educazione erotica scolastica sin dall’infanzia).
È molto più difficile tentare - come in tanti racconti di Paola Bonzi viene semplicemente illustrato - di far compiere alla persona una scelta che sia realmente consapevole e vólta alla sua maturazione. È molto meno faticoso agevolare la risoluzione veloce al problema trasmettendo il messaggio che non ci saranno conseguenze di nessun genere (nel merito: i problemi psicologici dovuti alla scelta di un’IVG o di un aborto “terapeutico” vengono sottaciuti cautamente da moltissimi professionisti). La prova di questo mio se vogliamo sin troppo semplice ragionamento, sta nel fatto che la dottoressa XXX scrive, con molta leggerezza: «Fa male alle donne definire un aborto volontario “uccidere un essere indifeso”. Ho conosciuto donne che avevano fatto sacrifici indicibili e speso soldi per avere dei figli e che poi alla seconda gravidanza hanno abortito volontariamente. Le ho sostenute e abbracciate. Non mi sarei mai sognata di dire loro che uccidevano un essere indifeso». Il fatto che costei si senta in empatia con le donne sicuramente è positivo, per un medico, tuttavia, come poter sostenere in modo professionale una donna che sceglie di abortire quello che è sicuramente un “essere indifeso” (il dottor Palmaro, compianto, affermava che il bambino in utero è un condannato a morte senza aver commesso reati ed è, di fatto, un essere indifeso) salvando entrambi?
Sembrano risponderci sia associazioni italiane come Pro-Vita, il Movimento per la Vita, i Centri di Aiuto alla Vita e tutti i progetti di sostegno al bambino e alla madre, sia le associazioni come Feminist For Life, Choice 42, Embrace Grace, Liveaction (per informazioni aggiuntive si rimanda a L’onda del “femminismo prolife”, La Croce del 12/04/2019 e La lotta femminista può solo essere pro-vita, se la è la salute delle donne, quella che interessa, blog La Vera Maternità, entrambi della sottoscritta) che sono tutt’altro che contro le donne (essendo realtà formate e composte prevalentemente da donne), ma si battono per il loro bene, cercando di ridurre le problematiche che le donne possono incontrare nel tenere il loro bambino (dall’abbandono della famiglia d’origine, alla costrizione universitaria/lavorativa). E questo non perché mettano il bambino in un posto più elevato rispetto alla donna, ma perché la storia e la cultura ci informano che sì, alcune donne non denunciano problematiche dopo un’IVG o un aborto “terapeutico” e io - come l’associazione della quale stiamo parlando - le rispetto davvero dal profondo del cuore, ma ci sono anche donne che soffrono. Soffrono tutta la vita e meritano tutto il nostro appoggio e il nostro amore incondizionato. Non a caso la stima personale va a chi si occupa di costoro con grande professionalità come Benedetta Foà e Cinzia Baccaglini e chi lavora e collabora con la Vigna di Rachele, come Valeria d’Antoni.
Come a riprova di quello che sto affermando, la dottoressa XXX dice chiaramente che la realizzazione di cimiteri dove madri e padri possono piangere i loro bambini (persi in ogni circostanza elencata nel post iniziale), possono far soffrire le donne: le medesime donne che affermano di non soffrire? Bisogna scegliere da che parte stare, bisogna dire la verità: se una donna abortisce volontariamente (e, lo sottolineo, ha tutto il mio rispetto e la mia compassione) e non soffre, che male può ricevere dall’esistenza di un luogo dove i resti del suo bambino possono trovare riposo e rispetto da parte di persone che sanno che quel bambino era qualcuno? Basta non recarcisi, basta non pensarci. Sempre che, le suddette donne che hanno abortito e - finalmente, dice la dottoressa XXX - affermano di stare benissimo, in realtà non stiano proprio benissimo. Alla fin fine lei riporta le esperienze di una pagina facebook e di un blog, il che lascia un velo di possibilità che alcune di queste ideali percentuali siano, per così dire, aleatorie.
Un’ostetrica commenta con apertura e coraggio: «sono un’ostetrica, personalmente ho ben compreso il suo pensiero (quello della dottoressa XXX, ndr), che condivido in parte, perché chi si sottopone ad IVG, anche se non sempre, può soffrire comunque molto… Penso che questo post sia dedicato a TUTTE le donne che hanno sofferto questa perdita e al loro DOLORE (lei come me sa bene che anche se l’interruzione è stata volontaria, non per tutte è sempre un sollievo)», mentre un’altra sostenitrice della dottoressa XXX afferma che «Se non soffrono probabilmente sono state curate e accolte come ne avevano bisogno e diritto. Chi non soffre per una IVG passata, in genere è stata rispettata in toto, sostenuta, curata, non giudicata e non è (più) vittima di tabù socio-religiosi», il che non è vero (sull’assistenza ostetrica e ginecologica in generale, bisognerebbe aprire un capitolo a parte, purtroppo), perché dovremmo dunque ammettere e dare per scontato il fatto che le donne che soffrono per aver scelto un’IVG sono state tutte totalmente assistite male: non sono state rispettate in toto, sostenute, curate, non giudicate e non sono (più) vittime di tabù socio-religiosi. Su questi ultimi non vedo minimamente nessun tabù, a tutt’oggi: al contrario è un tabù affermare che il bambino in utero è un essere umano in una fase di crescita parimenti ad adolescenza e vecchiaia. Sul resto mi domando cosa s’intende per assistite bene, perché se una donna si è recata all’ambulatorio per l’IVG, ha potuto essere messe in lista e operata nei tempi prescritti dalla Legge, non vedo dove sia il problema. Forse per “assistite male” s’intende, il il fatto che hanno poi avuto bisogno di aiuto e sostegno e hanno dovuto rivolgersi a chi credeva al loro dolore, magari fanno parte di quelle donne che hanno ricevuto anche solo conforto telefonico dall’ostetrica Maria Pellegrini, volontaria del telefono SOS Vita. Ecco, questo discredito complessivo nei confronti di chi, con dolcezza e infinito tempo, porge orecchio e cuore a chi soffre o a chi si trova a dover scegliere che strada intraprendere, è assurdo e del tutto scorretto dal punto di vista dell’onestà intellettuale che ognuno di noi dovrebbe utilizzare quando si tratta di argomenti così delicati. E cosa significa, poi, affermare che coloro che soffrono sono state assistite male e sicuramente giudicate da chi possiede tabù socio-religiosi? Significa che tutte le donne che non soffrono hanno trovato chi ha detto loro che fanno bene a non soffrire, il che non è assistenza a un soggetto, ma è meramente un avvalorare un concetto aberrante: «Tu non sei capace di affrontare questo problema (la gravidanza), per cui ti aiutiamo noi che siamo molto più bravi», è un’accondiscendenza paternalistica, oserei dire patriarcale. Sì, uso questo termine chiave perché sono molte le donne femministe che oggi lo affermano chiaramente: aiutare la donna ad abortire, quand’ella lo farebbe solo per paura, è patriarcale. Assumersi l’onore di essere le salvatrici della donna, garantendo che solo grazie al loro intervento la donna risolverà tutti i problemi, è patriarcale. Regalare la pillola del giorno dopo a una minorenne di nascosto ai genitori, è patriarcale. Proprio ciò che la dottoressa XXX e le sue seguaci affermano di contrastare.

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17/02/2020
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