Società

di Rachele Sagramoso

Giuseppe Noia ginecologo contro l’aborto

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Gentilissimo Professor Noia, La ringrazio moltissimo del tempo che ci regala: la Sua opinione è importantissima e La prego di essere estremamente didattico perché gli argomenti che toccheremo debbono assolutamente essere compresi bene da chiunque.

1. Iniziamo con il problema piuttosto importante degli esami diagnostici sulla salute dei bambini durante la gravidanza: che differenza c’è tra test predittivi e test diagnostici? Ci può fare degli esempi? Che sicurezza scientifica possiedono?

Intanto la differenza tra test predittivi e test diagnostici va rimodulata nel senso che ambedue sono predittivi di una condizione fisiologica o patologica. Direi, piuttosto, test di screening o test diagnostici. La differenza sta nella metodologia del test: i diagnostici fanno diagnosi, gli screening lavorano sulle probabilità di esclusione di una determinata patologia. I primi sono invasivi ecoguidati, i secondi si fanno con un semplice prelievo di sangue dal braccio. Tant’è che se uno screening viene positivo su base matematica, deve avere la conferma con una tecnica diagnostica invasiva. Infine, i primi ubbidiscono al criterio che un esame invasivo debba essere fatto in ambiente sanitario adatto pubblico, i secondi hanno una prevalenza di uso nel privato.

2. Sicuramente uno dei primi mezzi visivi attraverso i quali compiere un’osservazione del feto, sono le ecografie: tutti i medici specializzati in Ginecologia e Ostetricia sanno compiere diagnosi dopo
un’ecografia da loro eseguita?

I livelli di preparazione degli specialisti subiscono una implementazione e un expertise e compliance che aumenta con l’esperienza clinica, con il numero di casi seguiti nei centri di più numerosi arrivi e casistiche, poiché la patologia deve essere vista non in maniera puntiforme ma in controlli seriali per definire la sua storia naturale.

3. Ci sono stati, nella Sua esperienza personale e professionale, casi nei quali i medici hanno compiuto diagnosi sbagliate?

Molte volte gli errori non sono di tipo tecnico o legati alla difficoltà di interpretazione dell’immagine ma sono dovuti, come dicevo prima, a consulenze fatte dopo un’unica osservazione che comporta, ovviamente, amplificazioni sia del rischio che della realtà patologica e ciò è scientificamente sbagliato. Infatti, la valutazione longitudinale dei quadri ecografici di patologie fetali può cambiare e cambia anche il destino dei bambini!

4. Quante donne che si sottopongono alla PMA, poi si ritrovano con una diagnosi predittiva dubbia e vengono spinte a indagini diagnostiche o, addirittura, direttamente all’interruzione della
gravidanza anche dopo il 90 giorni?

Il dato statistico che ho declinato più frequentemente nella mia esperienza professionale negli ultimi 20 anni, è la quasi incompleta conoscenza e quindi incompleta informazione sulle conseguenze fisiche e psicologiche della PMA. La maggior parte delle coppie non era al corrente che la tecnica in sé è molto “occisiva” (dai dati del Ministero il 91% degli embrioni concepiti in vitro, si
perdono e il 92% se ne perde dopo lo scongelamento; in quel 9% di sopravvivenza c’è un aumento di malformazioni genetiche e strutturali del feto 4/6 volte superiore a quello della popolazione generale, vi è un forte aumento della gemellarità e quindi delle prematurità con aumento del danno neurologico a distanza legato alla prematurità e mortalità perinatale che arriva fino al 50%). Sulla spinta alla diagnosi preimpianto o alla diagnosi prenatale, per sospette anomalie genetiche e/o strutturali si registra un grande e assordante silenzio su questa spinta eugenistica che ha visto l’aborto eugenetico aumentare dal 1981 al 2017 di ben 10 volte. Con un meccanismo di antilingua li chiamano aborti terapeutici ma tutti sanno che di terapia non c’è niente perché il figlio muore e la madre
si porta reliquati psichici per tutta la vita. Dov’è la terapia? Sono aborti selettivi di tipo eugenetico e la conferma viene dal dato del 75% dei casi di diagnosi di sindrome di Down che vengono inviati all’interruzione volontaria. I dati dell’OMS parlano globalmente di 53 milioni di aborti nel mondo complessivamente ogni anno.

5. Sapere se il proprio figlio è perfetto, è ciò che davvero vogliono le donne o è una pressione sociale? E ancora: quanto pesa la cosiddetta “medicina difensiva” nel mercato degli esami predittivi e diagnostici prenatali?

Il fatto che ogni madre desideri avere notizie sullo stato di salute del proprio bambino, se cioè è sano, è più che naturale. Diverso il concetto invece di volerlo non solo sano ma perfetto. Questa sindrome del feto perfetto, che non si trova nei sacri testi di genetica o di neuropatologia, è comunque presente e molto viva tanto da aver definito questi anni come l’epoca della cultura dello
scarto: la diagnosi prenatale è usata maggiormente “nel vedere per eliminare” e non nel “vedere per curare”, fare trattamenti palliativi, prenatali e/o accompagnare un figlio con problemi di fragilità e malformazioni. Certamente c’è una pressione sociale ma anche una sottile e pervasiva pressione dei medici. La “medicina difensiva” ha una grande responsabilità ma anche il mercato nascosto delle prebende promesse a medici compiacenti per far richiedere test genetici opera questa pervasiva quanto diffusa pressione sociale utilizzando addirittura l’etica della responsabilità: accogliere un
figlio con fragilità prenatali genetiche o strutturali sarebbe da irresponsabili!!! A queste persone chiederei cosa farebbero a un figlio nato sano che poi va incontro a una grave malattia: verrebbe accolto oppure abbandonato?

6. Quante diagnosi di patologie possono essere effettuate durante la gravidanza e, di queste, quante possono servire per migliorare l’esito della salute dei bambini?

Negli ultimi 30 anni l’evoluzione delle tecnologie diagnostiche, invasive e non invasive ha aumentato enormemente il numero delle patologie diagnosticabili e anche il numero delle patologie curabili. Tuttavia, quest’ultimo aspetto (cioè la cura del feto prima della nascita) proprio sulla base della pressione della medicina difensiva e di una certa medicina senza speranza, è stata poco sviluppata. Al Policlinico Gemelli, il mio gruppo ha sviluppato una intensa attività clinica e scientifica mirata a corrette diagnosi, vere e proprie terapie prenatali ecoguidate, trattamenti palliativi prenatali per non far
sentire dolore al feto (circa 8000 interventi fatti sinora), la cultura dell’Hospice Perinatale come accompagnamento e affiancamento di fragilità prenatali non curabili ma di cui sicuramente possiamo prendercene cura.

7. Le coppie in attesa sono consapevoli o rese tali dagli operatori sanitari, del peso psicologico di sottoporsi a indagini (anche solo le mere ecografie - office)?

Le coppie in attesa “vivono” il peso psicologico di continui esami diagnostici, o perché proposti o per scelta personale poiché la gravidanza è stata ipermedicalizzata e per il feto il periodo che va da 10 a

22 settimane è diventato una corsa ad ostacoli: dov’è finita la contemplazione del mistero della vita? Dov’è finita la gioia e la pace di gustare il dono meraviglioso del figlio? Dov’è finita la fiducia nel futuro se tutto intorno parla di morte? Il rischio di anomalie congenite del feto è nella popolazione generale del 5% ma gli induttori sociali hanno completamente stravolto non solo la realtà clinica, epidemiologica e statistica ma anche e soprattutto la relazione umana per cui nel vissuto attuale del rischio di malformazione, la percezione del rischio di malformazione, passa dal 5% al 100%.

8. Ci sono veramente molte ostetriche che giudicano perfidi tutti coloro che cercano di salvare madri e nascituri dall’interruzione volontaria di gravidanza: che tesi opporre a tale concetto?

Considerare “perfido” chi si impegna in una cultura che difende il più povero tra i poveri (come ha definito Madre Teresa i bambini non ancora nati) è una palese e mastodontica contraddizione del nostro tempo (che ormai dura da 50 anni). Ci si impegna in maniera lodevole a impedire l’estinzione dei panda e degli orsi grigi e delle piante e si considera perfidia l’impegno a difendere la vita del
cucciolo dell’uomo. Il problema è fortemente culturale perché queste persone hanno abdicato alla ragione delle ragioni scientifica, etica, giuridica e umana. Le tesi da opporre sono sempre le evidenze della scienza che vede l’embrione e il feto con la sua dignità e i suoi diritti come si fa con tutte le persone. In caso di patologia la scienza prenatale deve curare non distruggere e se non può curare può amare accompagnando la fragilità fino alla fine. Poi vi sono le testimonianze di tantissime famiglie che raccontano e si raccontano e non c’è miglior cattedra per imparare ad aprire gli occhi della mente e del cuore; e poi, per i cristiani, c’è la preghiera ma direi per credenti e non credenti esiste l’umile richiesta di aiuto quando il cuore non vede e la mente è confusa.

9. Sicuramente Lei è in contatto con specializzandi in Ginecologia-Ostetricia e Ostetriche: come giudica la preparazione clinica di questi operatori sanitari nei confronti dell’assistenza alle gravidanze più complicate? Ci sono suggerimenti formativi da fornire a chi si occupa di formazione di tali categorie?

Purtroppo, nella formazione agli specializzandi c’è una dicotomia: da una parte c’è una buona formazione sul piano clinico, tecnico e scientifico e questo è positivo ma se non si unisce a questa preparazione come accogliere e gestire la sofferenza umana delle donne, delle coppie e delle famiglie avremo ginecologi super preparati a gestire l’involucro e poco preparati a gestire il cuore delle
persone. I percorsi formativi devono tener conto della rigorosità scientifica ma anche l’aspetto relazionale, l’empatia, l’ascolto e tutto ciò che da tanti anni viene definito umanizzazione della medicina. Ogni fatto tecnico va modulato sul quadro esperienziale anche questo è una cattedra di grande spessore.

10. Ogni volta che si parla di obiezione di coscienza, si sente accusare la Chiesa: nella Sua esperienza, i medici obiettori in Italia sono moltissimi: sono tutti cattolici?

È veramente surreale e pieno di contraddizioni accusare la Chiesa quando si parla di obiezione di coscienza. Purtroppo, molta gente non ha la cultura né giuridica, né scientifica e tantomeno etica e filosofica, per parlare di obiezione di coscienza. L’obiezione di coscienza è l’anima di ogni scelta di libertà, è la forma più alta perché dà il primato con una scelta libera e consapevole che parte dall’intimo di ogni uomo. Essa è contemplata nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nella Costituzione Italiana e nella stessa legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. È la forma di resilienza della coscienza libera dinanzi a crimini contro l’umanità. Il fatto che in Italia gli obiettori di coscienza siano aumentati fino al 75%, non viene considerato una crescita di consapevolezza bensì un modo surrettizio di impedire che venga attuata la legge 194. Tuttavia, basterebbe vedere lo studio che ha fatto il Ministero nel 2015, per cancellare definitivamente questa
affermazione menzognera. In Italia il numero di impegno lavorativo settimanale non arriva neppure a 2 interruzioni a settimana, la IVG può essere effettuata nella propria Regione o Provincia nel 90% dei casi, i tempi di attesa, considerando anche la tipologia della legge, nel 70% dei casi, non superano le 2 settimane. L’intervento chirurgico tra i più veloci effettuabili in Italia! Tuttavia, il dato finale che conferma la scelta di tanti medici diventati obiettori, è soprattutto l’evoluzione della scienza che ha creato tanta più consapevolezza del rapporto unico che c’è sin da subito tra madre e figlio, che il figlio invia cellule staminali guaritrici alla madre e che può essere curato, prima della nascita, come un paziente adulto. Questa è la luce che ha aperto la mente e il cuore di tanti ginecologi e colleghi vari. Ci sarà pure una quota-parte che lo farà per un comodo personale, ma la maggior parte della crescita dell’obiezione è dovuta all’opera illuminante della scienza e alle testimonianze
di più di 200.000 famiglie che hanno accolto bambini aiutati da tanti volontari. Per finire, considerando che il tasso di aborti volontari è intorno al 20% delle nascite, ci si aspetterebbe che i punti di interruzione volontaria fossero il 20% dei punti nascita: invece, i punti di interruzione volontaria sono il 75% rispetto ai punti nascita.

11. Lei è fondatore e Presidente della Fondazione “Il cuore in una goccia Onlus”: le famiglie, di cui questa Fondazione si occupa e i collaboratori volontari, sono tutti cattolici?

Non sono tutti cattolici perché abbiamo avuto coppie in maniera trasversale, credenti, non credenti, musulmani, ebrei, protestanti. Anche i volontari non hanno una caratterizzazione di fede cattolica unanime, ma ciò che accomuna famiglie volontari è il desiderio di operare e consolare le famiglie con fragilità prenatali. La cosa bella è il desiderio del servire l’umano, l’umanità fragile e tutto ciò, in una società di grandi povertà di relazioni, è un vero miracolo.

Grazie infinite
Professore

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18/02/2020
1108/2020
Santa Chiara

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