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di Rachele Sagramoso

Giulia Bovassi e la bioetica

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Giulia Bovassi è giovane, molto spigliata, gentile e studiosa. È una di quelle studentesse brillanti che, appassionata di quello che ha studiato e continua ad approfondire (può la Bioetica essere materia ‘finita’), contagia il lettore che sfoglia - anche solo da principiante - il suo testo “Guida Bioetica per terrestri”.

Le ho fatto qualche domanda ed ella mi ha fornito risposte interessanti.

Dottoressa Bovassi, se dovesse trovarsi di fronte a ragazzini delle scuole medie inferiori, come si presenterebbe e, soprattutto, come spiegherebbe cos’è la Bioetica?

Sarebbe certamente una sfida e, per certi versi, oserei dire quasi “insolita” nel campo della bioetica, ma che dovrebbe trovare nuovi spunti e attenzioni perché il pensiero critico e le basi educative maturano negli anni della giovinezza ed è forse qui che iniziano i primi incontri/scontri con alcune problematiche bioetiche. Anzitutto credo spiegherei loro che “bioeticista” indica un professionista che si occupa di ciò che è bene
o male (individuando cosa sia il vero bene), giusto o errato nel comportamento umano nell’ambito della medicina, delle scienze della vita e della salute (oggi entrano nel raggio d’interesse di questa disciplina anche il digitale, le scienze ingegneristiche, robotiche e informatiche), aiutando chi è coinvolto in queste decisioni complesse a prenderle seguendo un buon ragionamento morale che abbia a cuore il bene della persona e la sua protezione. In buona sostanza alla bioetica appartengono filosofia, teologia, psicologia, medicina, giurisprudenza, biologia, genetica, etc. e cooperano per indagare assieme se ciò che un medico o un ricercatore sta compiendo darà dei benefici alla persona senza comprometterne dignità, vita, salute, rispetto, libertà e identità; oppure se attraverso il suo lavoro c’è il rischio che, nella pratica, si compiano gravi offese o danni a questi valori e diritti fondamentali. Direi loro che, grazie al contributo dato dalla bioetica, un medico sa che non agisce solo sulla “malattia”, ma che la malattia appartiene alla persona ed è per
questo che dolore e sofferenza hanno bisogno di umanità.

E se, invece, la classe fosse di ragazzi delle scuole superiori? Tratterebbe argomenti particolari? Quali?

Sì, qui trovo doveroso e sensato agire con maggiore incisività introducendo un buon numero di problematiche bioetiche. Questo lo ritengo idoneo dal punto di vista educativo per contribuire al processo di maturazione morale e umana dei ragazzi, ma anche per dar loro una presenza prossimale vigile, concreta ed empatica. Molto spesso quanto accade in quest’arco temporale incide considerevolmente a breve e/o lungo termine tanto nel danno quanto nel beneficio. Per questa ragione ritengo auspicabile che si dispongano in questa importante parentesi maturativa le fondamenta per garantire ai ragazzi gli strumenti utili al discernimento etico e, nello specifico, bioetico. Tratterei anzitutto della morale sessuale partendo da una vera educazione, che non significa dare soluzioni pratiche definite “facili/convenienti” per sollecitare
alla de-responsabilizzazione col solo intento di prevenire il danno (nella fattispecie la gravidanza) ingannando i giovani ad assecondare pulsioni e piacere senza dominio, controllo di sé, cultura del pudore e del rispetto (su queste basi si dovrebbero impostare riflessioni in merito alla violenza, agli abusi e al principio egotistico nel mero esercizio sessuale). Affrontando questa discussione si pongono le basi per entrare nel merito dei problemi cosiddetti di “inizio vita” della bioetica (aborto, fecondazione, maternità surrogata, etc.) sempre con metodologia di “orienteering”, come la definisco nel mio testo! Penso, inoltre, sia doveroso ricominciare a parlare in sedi scolastiche di sofferenza, dolore, morte, malattia e disabilità: senza il ripristino di questi caratteri costitutivi della natura umana, che sono sempre occasione di senso, è chiaro che l’impatto con la realtà eutanasica, ad esempio, non sarà traumatizzante quanto più di generale assenso perché la forma mentis di partenza non è mai stata abituata a capire la fragilità anziché schivarla. Il contesto abitato dai giovani oggigiorno è assediato da questioni delicate come quelle bioetiche, sperimentate in famiglia, su di sé o incrociate mediaticamente, svendute spesso al miglior influencer o ai salotti televisivi! Perciò credo che un’educazione bioetica non ideologica getti le basi orientative per abitare il presente e accogliere il futuro, possibile solo con la restaurazione di un terreno culturale per la vita.

Il pedagogista Nembrini dice che per acquisire una materia e “digerirla”, è necessario che l’insegnante appassioni la classe, stimoli gli studenti, non pensi di avere di fronte ‘tabule rase’. Ci racconta il Suo percorso di studi?

Mi trovo d’accordo e penso che sia una sfida per qualunque insegnante mantenersi entro questa consapevolezza. L’affinità alla materia filosofica ha preso forma al terzo anno di liceo scientifico per proseguire poi con gli studi universitari presso l’Università degli Studi di Padova al corso di Filosofia. Successivamente ho maturato l’esigenza di pormi attivamente al servizio dei dilemmi prettamente bioetici così ho iniziato ad addentrarmi nella disciplina seguendo contemporaneamente un corso di biodiritto a Venezia e il Corso di Perfezionamento in Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Da qui poi ho intrapreso gli studi presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma dove ho seguito il corso di Licenza in Bioetica, assieme al Master in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale e il Corso di Perfezionamento in Neurobioetica e Transumanesimo.

Perché studiare la Bioetica? Che cosa serve? Chi dovrebbe obbligatoriamente ricevere tale formazione (gli studenti di che corso formativo/universitario) e perché?

Bioetica è una disciplina per certi versi ancora sconosciuta nel nostro territorio nazionale. Alcuni addirittura ritengono che il suo oggetto sia evanescente o,al contrario, di nicchia e non spendibile al di fuori delle mura accademiche. A mio avviso una visione di questo genere è lacunosa e forzatamente riduttiva rispetto al suo potenziale: il carattere interdisciplinare le conferisce complessità, senza dubbio, ma anche versatilità, rendendola un potenziale spendibile su larga scala, dall’ospedale cittadino agli organi internazionali di politica e cultura. Questo sapere ha a che fare con ciascuno di noi perché si interfaccia strettamente con la qualità dello sguardo assunto su noi stessi (la nostra identità, unicità) e, di conseguenza, sull’altro. Ciò si rifà all’apporto antropologico della bioetica, fondato sulla natura dell’essere umano dal quale ricaviamo la dignità riconosciuta e protetta globalmente. Spesso però la verità sull’uomo viene offuscata e parcellizzata da una neo-lingua che determina neo-verità, condizionate dall’inganno del compromesso
giocato sul tavolo dei “diritti”. Simili scenari chiedono discernimento e supporto solido, perciò non di rado insisto che debba riconoscersi la fruibilità del sapere bioetico nella biopolitica, oltre che nel contesto
formativo, sanitario, farmaceutico, tecnologico e pastorale. Questi ambiti citati in coda alla riflessione coinvolgono profili a mio avviso da sottoporre a corsi di formazione in bioetica: parliamo di operatori sanitari, farmacisti, medici, giuristi, politici, consacrati, catechisti, insegnanti di religione, senza dubbio poi filosofi. A questi si aggiungano anche coloro che dirigono imprese incentrate sulle nuove tecnologie, dove l’apporto bioetico aiuterebbe a vigilare su mezzi, obiettivi e possibili ripercussioni dei loro prodotti commercializzabili. Cosa più importante: tutto questo serve alla comunità, ma serve primariamente alla singola persona, a darle quell’alternativa taciuta dal pensiero dominante per non soccombere a cooperazioni mortifere per sé o per chi ne cade vittima, che lo sappia o no. Serve a farglielo sapere.

Ci racconta qual è stato il capitolo più complesso da redigere, del Suo libro fresco di stampa, “Guida bioetica per terrestri”?

Oserei dire la prima parte, i capitoli in cui ho trattato di sessualità, castità, convivenza e sponsalità servendomi anche del mirabolante contributo teologico dell’arcivescovo statunitense Fulton J. Sheen: un gigante
obbligatoriamente da scoprire! Penso sia stata la sezione più ostica, non tanto dal punto di vista dei contenuti quanto più nell’individuazione del metodo argomentativo comunicativamente più efficace per arrivare al cuore dei lettori.La speranza è che si inneschi in loro lo stupore verso un fattore non calcolato perché declinato alla “bruttezza”, al sacrificio insostenibile e senza fondamento. Castità e convivenza - per citarne alcuni - sono oramai degli inopinabili, ovvero talmente normalizzati socialmente al punto che la considerazione della castità come di un valore aggiunto e della convivenza come uno stallo, è considerata fuorviante e anomala. Ecco, il testo vuol essere una finestra innovativa su antiche questioni in senso propositivo e a disposizione di chiunque.

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23/04/2020
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