Società

di Rachele Sagramoso

Tornare ad essere educatori

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Che, come dice Franco Nembrini, «L’educazione è un casino da mo’», lo sappiamo bene. Da sempre c’è una sorta di sconforto del mondo degli adulti, verso il mondo dei giovani. Da sempre pare proprio che i bambini siano peggio, ogni generazione che passa.

In realtà dobbiamo tenere ben a mente un concetto: i bambini sono figli di una generazione che li ha preceduti, allevati ed educati. E se la generazione di adulti educanti si lamenta della generazione di bambini/ragazzi diseducati, forse il problema non sta proprio proprio in questi ultimi.

Per chi, al contrario, pensa che i bambini e i ragazzi siano un valore da scoprire, da valorizzare, da “tirar fuori” (educare deriva dal latino educĕre) e da accompagnare (dal greco paidagogía “condurre i bambini”) verso l’età adulta, l’educazione può anche essere «un casino da mo’», ma è uno di quei “casini” – se desideriamo continuare ad utilizzare il termine di Nembrini – che sono una sfida avvincente e arricchente per tutti coloro che si sentono coinvolti nel processo educativo: bambini e ragazzi, in primis, ma anche genitori e insegnanti (entrambe figure educative in modo differente e che si debbono completare) e, per ultima la cultura trasmessa dalla società. Gli educandi, infatti, ricchi del loro bagaglio personale, fatto di emozioni, opinioni e cultura, non sono tabule rase o vasi (né imbuti di azzoliniana ispirazione) da saturare con concetti spesso astrusi: costoro sono persone alle quali fornire strumenti per codificare, comprendere e relazionarsi con la realtà, costruendosi opinioni personali e agendo secondo le proprie convinzioni che possono arricchirsi studiando e conoscendo. L’educatore, esprimendo gioia verso l’acquisizione di competenze, è un modello al quale l’allievo/studente si può ispirare.

Si fa un gran parlare di scuola. Sappiamo che la scuola è un mezzo potente per trasmettere ideologie e fare politica: lo constatiamo dalla presa di posizione sulle scuole paritarie che rischiano, a causa della chiusura per la pandemia, di non riaprire solo perché una parte politica ignora ciò che potrebbe accadere se le scuole paritarie italiane (che garantiscono pluralità educativa e sono il mezzo tramite il quale i genitori scelgono che educazione indirettamente fornire ai propri figli) chiudessero. Quello di cui, a tutt’oggi, dovremmo discutere, è la necessità di tornare a essere educatori, che molti genitori - nonostante le fatiche del lavoro, nonostante la necessità di conciliare le esigenze personali con i doveri di genitore - cercano di portare avanti scommettendo su loro stessi e, soprattutto, sui loro figli. Sì perché educare attivamente un figlio, significa che gli si dà fiducia, lo si stimola a crescere e maturare, gli si trasmette il valore immenso che si acquisisce ricevendo delle conoscenze che possono sia istruirlo sia educarlo (nella letteratura italiana non si contano gli autori che, oltre averci lasciato opere immortali, stimolano il nostro animo e la nostra mente a elaborare pensieri sulla vita). Quello che numerosi pedagogisti denunciano ogni volta che possono, è proprio questa totale apatia e sfiducia nei confronti della generazione attuale, l’inconsistente portata educativa della scuola (divenuta un’azienda che deve proporre progetti all’avanguardia e moderni per avere clientela) e la sovente distrazione che i genitori mostrano verso i figli. Tale distrazione, se vogliamo chiamarla in questo modo, si manifesta in due modi distinti: il primo è caricare sul figlio tutte le aspettative personali, il secondo è occuparsi della propria vita senza interessarsi del figlio. Due facce della stessa medaglia: il figlio è un mezzo per ricevere soddisfazione oppure il figlio è un limite alla propria soddisfazione. Da entrambi i lati dai quali si guarda, la “colpa” ricade sempre sui bambini e sui ragazzi: la scuola dà la colpa ai genitori, i genitori alla scuola e, entrambe, la danno alla società, come sottolinea spesso Nembrini. Ma la realtà è una sola: è necessario cambiare sguardo sui ragazzi. Non è un caso che tutte le iniziative sul bullismo che si possono realizzare, siano vuote e inutili se la comunità educante, composta di insegnanti, ma soprattutto di genitori (l’esempio è la prima educazione), non muta il proprio modo di comportarsi di fronte ad alcune situazioni. Un piccolo esempio: se la politica opta per non sostenere la pluralità educativa (il che significa sostenere – a parole e non certo a fatti – la scuola statale, ma non quella paritaria né, tantomeno, quella parentale o l’educazione familiare) solo perché alcuni politici non possiedono la conoscenza e la cultura adeguata sull’argomento ma solo opinioni non motivate, si trasmette la cultura del “bullismo politico” ovvero il concetto secondo il quale chi è più forte s’impone sul più debole. Cosa acquisiranno, in tal modo, i bambini e i ragazzi?

Bisognerebbe tener conto primariamente, infatti, invece di considerarli “vasi da riempire” (e già questo basterebbe), che bambini e ragazzi vogliono essere educati e sognano il meglio per loro stessi: in altre parole, esistono! Inoltre, nonostante il fatto che ci sono genitori diseducatori o, più genericamente, adultescenti non in grado di essere di stimolo alla maturazione culturale ed emotiva di bambini e ragazzi, una comunità genitoriale che vuole essere attiva da questo punto di vista, esiste. Attenzione, quindi, a divulgare notizie sconcertanti riguardanti ragazzi disgraziati (dis-graziati, ovvero privati di Grazia) o genitori non in grado di esserlo se non direttamente dannosi e pericolosi per gli stessi figli: tali notizie debbono servire per pórci delle domande e stimolarci a riflettere, non debbono avere uno scopo di compiangerci per rinunciare a educare (come temo che talvolta accada)!

Non è un caso che ci siano diversi genitori che si siano imposti, nonostante il carico dovuto a una politica che non aiuta né supporta le famiglie, di essere educatori diretti dei propri figli, approfittando del fatto che la Legge italiana non obbliga alla scolarizzazione, ma all’istruzione. Questa è esercitabile direttamente (i genitori sono anche coloro che provvedono all’istruzione) o indirettamente (incaricando una terza persona, ovvero l’insegnante). Il dirigente scolastico della scuola più vicina ha l’obbligo di verificare la capacità dei genitori, ma non sono in discussione i motivi per i quali questi decidono di non incaricare il servizio pubblico (o privato paritario) di esercitare il dovere all’istruzione in un certo modo. L’istruzione obbligatoria deve durare almeno dieci anni (dai sei ai sedici) e dopo tale periodo, i ragazzi debbono essere agevolati, incuriositi, stimolati a frequentare attività formative. La legge, che deve tutelare primariamente i minori, chiede ai genitori un solo assolvimento, quello dell’esame d’idoneità all’anno successivo, che è un passaggio necessario.

Con la chiusura dovuta al Covid19 e la presa in carico diretta dell’istruzione dei propri figli, le famiglie hanno potuto constatare con mano la loro idoneità a stare loro dietro e, tra le mille indecisioni ministeriali dovute all’inizio settembrino della scuola, sono diversi i genitori che vorrei poter invitare a riflettere che potrebbero prendere in seria considerazione l’idea di optare per il diritto d’istruire i propri figli senza dover fornire spiegazioni aggiuntive alla politica: l’istituto della famiglia ha infatti ampiamente constatato non solo che questa si occupa di tutto furché di sostegno alla famiglia stessa (che deve dimostrare costantemente di essere “carne da voto”, ma poco altro), ma che la scuola è allo sbando completo, senza una strada delineata e senza un obiettivo neppure organizzativo (non si conoscono ancora le direttive per l’inizio dell’anno scolastico prossimo). La didattica a distanza, messa in atto durante la chiusura delle scuole, ha dimostrato che l’istruzione non è un mero apprendimento didattico, ma confina, amalgamandosi, con l’educazione: non è un caso che la differenza tra l’ “insegnante per vocazione” e l’ “insegnante per mestiere”, sia proprio quella di essersi domandato come non lasciare indietro allievi e studenti in difficoltà, di come trasmettere lo stesso la sua materia interessando e stimolando lo studio. Ed è di tali insegnanti, che i bambini/ragazzi hanno bisogno, così come ne hanno bisogno le famiglie.

Ed è per questo che numerose famiglie, compreso il fatto che la scuola non fornisce, talvolta, un apporto educativo né un’istruzione, hanno da tempo delegato la formazione dei loro figli alle scuole parentali. Parliamo di delega perché se è pur vero che è raro che il genitore non sappia come fare scuola ai figli, non tutti i genitori possono permettersi di dedicarsi completamente ai figli e ancora meno sono i genitori che, magari, non si sentono in grado di fornire tutto il bagaglio formativo che le scuole secondarie di primo e secondo grado, forniscono (le medie e le superiori, per intendersi) e che un ragazzo deve poter dimostrare di aver acquisito al termine dei cicli scolastici. Per questo – e certamente altri motivi – il genitore ha necessità di delegare a un esperto la formazione dei figli, esperto che deve amare il proprio ruolo e il proprio mestiere e che deve possedere una formazione adeguata. L’insegnante di una scuola parentale è una persona che desidera compiere un lavoro buono, comprendendo che il proprio ruolo non può essere relegato a un computer, e soprattutto è una persona che non risponde a delle indicazioni educative – nazionali e sovranazionali – che non gli competono (stiamo parlando dell’educazione affettiva e sessuale, ad esempio).

La scuola media parentale Stella del Mattino - a Desenzano del Garda - è nata, come tante altre, col desiderio di intraprendere un percorso educativo attivo per i ragazzi ma che impegni anche i genitori. Nata dopo che i quattro papà Matteo Zeni, Marcello Belletti, Stefano Costantini ed Enzo Rappazzo, hanno visitato altre scuole parentali italiane (a Trieste – Maria Mater Sapientiæ - , a San Benedetto del Tronto – Scuola Libera Chesterton - ; a Sant’Ilario in provincia di Parma - Immagina Che) e che hanno compreso cosa desideravano per i loro figli, la scuola parentale Stella del Mattino è passata all’atto pratico: darsi un’identità, primariamente; trovare una sede idonea e trovare insegnanti adeguati, subito in seconda istanza.

Per ciò che attiene gli insegnanti, è bastato un passaparola. Sono in diversi che si sono presentati volontariamente e ciò non stupisce affatto: questo accade perché c’è chi comprende che si può insegnare per la gioia di farlo e per essere liberi di educare bene seguendo le direttive ministeriali che riguardano la didattica, ma impostando la scuola sul singolo allievo e non sul mero superamento di programmi. Ovviamente, con l’andare del tempo, la remunerazione è un atto dovuto ed è per questo che è prevista una retta.

Ma qual è il principio per il quale ci si avvicina alla progettazione o comunque alla scelta di una scuola parentale? È ovvio: ad esclusione di qualche insegnante virtuoso che si reperisce nella scuola statale, vi è un’insoddisfazione di base nei confronti della didattica. Tale percezione ce l’abbiamo tutti, come genitori: la riuscita scolastica del figlio è spesso legata alla fortuna d’incontrare insegnanti che hanno (ancora) voglia di portare avanti la loro vocazione e che sono competenti. Inoltre sappiamo cosa sia divenuta la scuola statale: struttura burocratica pesante, dirigenti che hanno le mani legate, le classi pollaio, il sistema che impedisce ai professori capaci d’insegnare. In una scuola parentale, le classi sono piccole, funzionano bene perché gli studenti sono seguiti, l’efficacia formativa è tangibile dal fatto che ad aprile il programma ministeriale è grossomodo terminato e, quindi, gli esami d’idoneità sono superati facilmente. Iscrivere un figlio a una parentale è difficile: è una scommessa perché il genitore deve assumersi la responsabilità genitoriale sull’educazione, ma è un ‘peso’ stabilito dalla Costituzione che riporta il fatto che sia il genitore il primo educatore. E se talvolta è difficile assumersi l’onere da soli – magari per fare educazione parentale a casa – essere in più d’una famiglia è più semplice.

Nella scuola “Stella del Mattino” si è voluto dare peso all’identità religiosa, che passa da tutte le materie: il coordinatore didattico, Paolo Molinari, è un po’ il “papà” della scuola, e il suo ruolo è fondamentale per decidere la strada che si deve percorrere. E Paolo Molinari è una persona competente in materia didattica, ascoltabile in più di un filmato reperibile sulla pagina internet della scuola (www.stelladelmattino.net). Parlando con Matteo Zeni si evince che c’è stato molto impegno nel trovare il modo di dare ai propri figli un’impronta scolastica diversa dalla media e si deduce il fatto che i presupposti buoni ci sono tutti: impegno, desiderio di mettersi in gioco e, soprattutto, voglia di aprire anche ad altre famiglie il progetto ‘scuola parentale’.

Arrivata a questo punto, mi chiedo: che sia questo il futuro? Che sia questo un modo per tornare a occuparci dei figli? Certamente vale la pena partire con uno stimolo: per tale motivo invito ad ascoltare Paolo Molinari e, magari, a leggere il libro di Franco Nembrini Di padre in figlio.

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26/06/2020
1007/2020
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