Società

di Rachele Sagramoso

Sono le madri la via che salva l’umanità dall’estinzione

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Quando a sedici anni lessi la storia di Konrad Lorenz e dell’ochetta Martina, fui molto interessata alla fisiologia di ciò che accade nel mondo animale. Non mi stupii molto, dato che da anni salvavo nidiate di micini abbandonati nel cortile dell’enorme casamento milanese dove sono cresciuta. Mi trovai spesso ad ascoltare con attenzione se accanto ai bidoni dell’immondizia, udivo guaiti o miagolii e purtroppo questa mia abitudine, mi portò a scontrarmi spesso con la cattiveria umana. Un veterinario amico di famiglia mi spiegò che una gatta, una cagna, e tutte le mamme mammifere parimenti, alle quali è sottratta una nidiata, soffrono per tutta la vita talmente tanto che talvolta si ammalano in età giovanile tanto da dover essere soppresse. Mi raccontò, vergognandosene, che aveva smesso da tempo di sterilizzare cagne e gatte già pregne, perché quelle povere bestiole, che noi umani potremmo definire incapaci di capire, una volta deste dall’anestesia, rimanevano inebetite e manifestavano segni di agitazione come se avessero capito che il loro ventre (e il loro cervello) era stato svuotato della sua essenza.

Quando nacque la mia prima figlia, attraverso un cesareo d’emergenza, io non la vidi per ventiquattrore. Ero giovane, avevo ventun anni e avevo portato avanti una gravidanza, come si usa dire adesso, “non desiderata” (come se tutte le donne innamorate dei loro figli, avessero programmato le loro gravidanze): un minimo di riposo dopo un intervento chirurgico di quel genere non avrebbe dovuto nuocermi. E invece, tra il dolore addominale (chi ha avuto un cesareo mi può capire) e la lontananza, sia io che la mia bambina – se pur separate – soffrimmo molto. Non fu un caso che, anni dopo, da ostetrica, insistevo che le mamme fossero aiutate a toccare, baciare, annusare i loro bambini anche se nati da cesareo. E io non ero l’eccezione, ma la regola: erano tante le ostetriche che s’impuntarono in modo attivo con i primari di tante unità materno-infantili, perché anche dopo un cesareo i neonati fossero affidati (con un aiuto pratico affianco) alle loro mamme. Quella lontananza, tra me e la mia bambina, mi tenne lontana da lei quasi potessi rovinarla, quasi non fossi capace di occuparmene. Oltretutto, come falchi, giunsero suggerimenti e indicazioni che non mi vergogno a definire “cretinate” e che puntavano solo ed esclusivamente a separarmi psicologicamente e fisicamente dalla mia bambina. «Lasciala piangere così si abitua ad addormentarsi da sola» mi dicevano. «Se corri da lei quando piange, si vizia». Tutte regole che avevano dato non solo a mia madre (anni ’70), ma pure a mia nonna (anni ’50), che -infatti- non solo non hanno allattato, ma descrivono di aver vissuto la prima infanzia dei loro bambini come un incubo. Poppate, orari, regole: il modo migliore perché la madre si stanchi infinitamente e provi quasi freddezza nei confronti del proprio bambino.

Gli anni ’50 e successivi, hanno visto sorgere sempre di più modalità di accudimento che sono state definite, senza mezzi termini, “pedagogia nera” (definizione coniata da Alice Miller che approfondì l’educazione coercitiva e ‘sottomissiva’ con la quale erano stati allevati i popoli che si erano poi asserviti al Terzo Reich), utile solo al fatto che la donna si staccasse psicologicamente dalla propria prole. In questo modo la donna, invogliata a realizzarsi in altro oltre che la maternità, divenne un potentissimo mezzo per concretizzare politiche contro l’infanzia. A tutt’oggi la situazione non pare essere mutata, anzi a ben guardare è peggiorata moltissimo da quando la teoria gender (che improvvisamente grazie a Boldrini-Zan-Scalfarotto e compagnia è stata riconosciuta come esistente) si è affacciata nella vita delle donne: adesso appare come un gesto d’intolleranza affermare che chiunque può avere un figlio indipendentemente dal proprio sesso e dal proprio genere (una volta erano tutt’uno, adesso sono una realtà separata), soprattutto tra le donne.

Ho vissuto la mia giovinezza professionale quando le donne, supportate dalle ostetriche e dalle consulenti per l’allattamento e per il “portare in fascia”, lottavano per acquisire il diritto a partorire dove più desideravano (e, comunque, in ospedale iniziarono a pretendere rispetto e professionalità) e si vedevano combattere per allattare al seno quanto/come/dove volevano, dormendo con il proprio bambino quanto/come/dove volevano e occupandosi di lui in modo completo. Le lotte per soddisfare i bisogni del neonato/bambino di essere coccolato, massaggiato, toccato e ascoltato e perché medici pediatri si adeguassero alle nuove ricerche su alimentazione e accudimento, erano feroci sia negli ambulatori (ricordo quando ero costretta ad accompagnare alcune mamme che non avevano il coraggio di dire al pediatra che avrebbero svezzato il bambino a sei mesi e non a quattro, e che avrebbero allattato sino a che il bimbo ne avesse avuto bisogno), sia sui social network. Per fare un esempio, Tata Lucia, un’anziana educatrice dalle vetuste indicazioni pedagogiche che personalmente potevano essere interessanti sui bambini dai tre anni in poi, ma che un intero mondo perinatale condannò aspramente quando suggerì alcune indicazioni simili a quelle che sono descritte da Alice Miller, sospese il suo programma in seguito alle lamentele di tantissime esperte e mamme (anche io mi espressi sull’argomento https://www.bambinonaturale.it/2010/08/di-tate-e-di-altre-sciocchezze/). Questa lotta per potersi occupare dei propri figli, che trovò nelle pubblicazioni come Amarlo senza se e senza ma, Sempre con lui, e in tante altre edite anche da “La Leche League” (Crescerli con Amore, per esempio) fecero la storia, realmente, dell’accudimento cosiddetto “ad alto contatto”.

Recentemente mi sono chiesta cosa sia accaduto a quelle amiche, a quelle esperte che vibravano sentenze in difesa delle nutrici e delle mamme che pretendevano il rispetto del loro modo di allevare bambini (ricordo la campagna #ovunquelodesideri, della quale scriverò dopo, che fu promossa quando a una mamma che allattava il suo bambino fu chiesto di uscire da un ufficio pubblico), in quanto diverse autrici di articoli su allattamento e cure perinatali sono a fianco o fanno parte del movimento “Non una di meno” che sulla Legge Zan si esprime qui dichiarando: «Crediamo sia centrale che si parli di identità di genere oltre che di orientamento sessuale. Sappiamo, da femministe e transfemministe, quanto l’imposizione di un’identità di genere e di ruolo (ad esempio quella della donna eterosessuale, madre, che cura e nutre) possa essere una violenza quotidiana» e quindi mostrando chiaramente il fatto che sia mutato il vento dell’accudimento al bambino. Purtroppo non in favore di quest’ultimo che, essendo diventato un mezzo per essere riconosciuti come persone normali, con delle vite normali, con famiglie normali, si è visto generare da donne transgender o non binarie che hanno potuto accedere -dal portone principale- a La Leche League International (leggiamo su wikipedia che la portavoce della LLLI Diana West ha commentato: “Si pensava che solo le donne potessero allattare. Una volta che è diventato chiaro che non era così semplice, la politica ha dovuto cambiare. Stiamo solo cercando di essere dalla parte giusta della storia. Sì, ci è voluto un anno per farlo, ma lo abbiamo fatto in modo equo e inequivocabile”) che si è piegata all’ideologia gender.

Quello che mi domando sta nella questione centrale: se io affermo che i bambini nascono da donne (quantunque si facciano crescere la barba, se possono portare a termine la gravidanza e possono partorire, rimangono donne) e vengono allattati da donne (quantunque debbano fare uso di supporti per farlo in quanto si sono sottoposte a mastectomia, si tratta di donne) anche se queste vogliono essere chiamate Luigi, do per scontato il fatto di essere potuta tacciare di transfobia, ma posso ancora dire che il bambino è al centro di queste discussioni? No, evidentemente. E per dimostrarlo faccio un passo indietro, in tempi non sospetti. La campagna #ovunquelodesideri fu una bella iniziativa, ma il soggetto del verbo “desiderare” non era contemplato, come all’inizio pensai io, che fosse il bimbo (bisognoso di mangiare o di essere coccolato da mamma), ma lei, la mamma. Questo mi può stare bene se il discorso non fosse che alla donna viene dato anche il diritto di non allattare e che quindi, in realtà, il bambino non possiede il diritto di essere nutrito con l’alimento biologicamente confacente alle sue necessità, ma il mero dovere di adattarsi alle scelte della madre (dovere che alla madre, invece, è negato). Questa, che spesso non allatta perché non supportata e quindi non è colpevole di nulla se non dell’incompetenza degli operatori, è però detentrice della possibilità di non farlo a proprio diritto, e quando chiunque afferma una verità biologica piuttosto scontata (per esempio: «L’allattamento materno è biologicamente adatto al bambino») scatta la difesa ad oltranza senza intenzione di discutere in modo educato, che riguarda il fatto che la donna che ha scelto di non allattare non deve sentirsi in colpa per non averlo fatto, che non tutte le donne vogliono allattare, che i bambini vogliono mamme felici e non costrette a fare una scelta che non sentono propria…e via via. Facendo sì che la donna possa avere il diritto di allattare o non farlo a propria discrezione (quindi anche in assenza di tessuto mammario, che, ricordo deriva dal termine “mammifero” e “mamma”), viene meno il soggetto di tutte le campagne di promozione dell’allattamento materno, che dovrebbe essere il bambino. E di fatto non lo è.

In soldoni mi chiedo se tutte le esperte e le consulenti (delle quali io facevo parte anche io), abbiano mai messo al centro il bambino e i suoi diritti, in tutti quegli ambiti nei quali si combatteva per un’assistenza rispettosa alla gravidanza fisiologica, un riguardo al momento della nascita (ci fu chi s’impuntò che i “corsi pre-parto”, che hanno uno sguardo materno sull’evento, mutassero in “corsi di accompagnamento alla nascita” per avere uno sguardo dal punto di vista del bambino), un sostegno a tuttotondo per aiutare la madre ad allattare, una promozione all’accudimento che venne denominata “attachment parenting” (dalla “Teoria dell’Attaccamento” di Bowlby). E questa domanda, che un po’ mi angoscia, mi fa compiere un altro “salto logico”: coloro che si definiscono a tutt’oggi esperte in allattamento materno e in quelle che vengono oramai definite “cure prossimali” (ossia di quelle attenzioni che l’adulto rivolge al bambino per prendersene cura, ma che appoggia il termine caregiver), presumendo che conoscano la funzione di quello che è stato chiamato “Cocktail degli ormoni dell’amore” (definizione coniata dal medico e ricercatore Michel Odent che nel suo La funzione degli orgasmi parla delle tre funzioni fisiologiche nascita, allattamento e accoppiamento, che sono accomunate dal rilascio di ossitocina, dicendo che «Ogni volta che noi, intendo noi mammiferi, facciamo qualcosa di necessario alla sopravvivenza della specie, veniamo ricompensati da sensazioni piacevoli»), è possibile che abbiano ‘venduto la propria primogenitura (l’allattamento con annessi e connessi) per un piatto di lenticchie’?

Accettare che una persona biologicamente donna, che ha preteso di privarsi di una minima parte di quello che è la propria essenza femminile, nel suo fare parzialmente l’uomo, possa dimostrare – usando il figlio, ossia il frutto di quello che la caratterizza come donna, ovvero la maternità – che tutti possono allattare (in gergo si dice chestfeeding ovvero “allattamento al petto”), non è negare millenni di maternage? Chinare la testa di fronte a una moda che nega alle donne il fatto di essere coloro che hanno il diritto all’essere madri proprio perché è quella, l’essenza della femminilità, dimostrando che quella parola – “mamma”-, che da millenni è pronunciata da tutti i neonati, di tutte le latitudini, iniziando con la lallazione («mmmm» iniziano i piccini, per poi continuare con «ma-ma-ma», momento in cui collegano quel suono a quella persona fondamentale), è simbolo di un legame indissolubile, non è defenestrare la donna nella sua interezza?

Evidentemente non la pensano così le sostenitrici dell’allattamento che, però – manifestandosi fiancheggiatrici di gruppi che sono chiaramente a favore della Legge Zan – non si sono poste alcune questioni, o meglio, negano LA questione: il bambino che diritti possiede, in tutta questa storia?

Se il bambino non era il soggetto di un hashtag che promuoveva l’allattamento; non è soggetto al diritto di essere nutrito in modo sano (sostenendo, aiutando e informando la madre) perché deve adattarsi alle scelte materne; non può esprimersi sulle scelte degli adulti che hanno portato al suo concepimento («Non si deve giudicare, si sentenzia costantemente»); non è assolutamente contemplato che possa godere di tutte quelle cure che natura (la biologia, la chimica, l’endocrinologia, l’anatomia) vuole siano fornite dalla madre; non è difeso da chi si fa paladino dei diritti della donna (a partire da quelli di essere assistita con educazione e professionalità al parto), che – magari di riflesso, potrebbero pure essere anche diritti del bambino – e di fatto (come sappiamo bene) non lo sono; è sfruttato/strumentalizzato/oggettivizzato dalla scienza e dalla politica che lo vogliono incasellare, squadrare, amalgamare solo a meri scopi legislativi teorizzando di regolamentazioni circa pratiche barbare come l’utero in affitto (mercificazione massima della persona-bambino); e non è difeso pubblicamente dalle donne che hanno fatto dell’ “attachment parenting” la loro bandiera: di chi si può fidare?

Sono diverse le esperte di allattamento e cure prossimali che si scagliano ogni giorno contro la “pedagogia nera” (quella che tratta il bambino come un piccolo mostro di maleducazione il cui scopo è assoggettare i poveri genitori stravolti dalla stanchezza e dalla loro genitorialità), ma che non muovono un muscolo per rispondere all’appello che in tantissimi hanno firmato (reperibile a questa pagina) per affermare che un bambino non ha il diritto di essere venduto per far felici degli adulti. Sono tantissimi i professionisti che conoscono molto bene ciò che scoprii io da bambina quando divenivo la “mamma” dei trovatelli che accudivo (quindi l’imprinting di Lorenz), ma conoscono anche tutto il fenomeno dell’ “attaccamento” (quindi le teorie di Bowlby e della Ainsworth), sanno tutto quello che riguarda l’ossitocina nelle relazioni d’amore (quindi ogni scoperta di Kerstin Uvnäs Moberg e il più acclamato Michel Odent) e appoggiano la “teoria della deprivazione materna” (ovvero Spitz), ma non rinunciano a protestare se qualcuno solleva una critica verso la parola caregiver (ovvero “colui/colei che si prende cura”) per sostituirla con il più completo termine di “mamma”. È infatti un dato oggettivo che attualmente psicologhe ed esperte non solo galleggino nella melma del politicamente corretto del timore di essere accusate di omotransfobia, ma danneggino consapevolmente le donne che ancora tentano di affermare non solo una verità inoppugnabile (si va dal pericoloso “i bambini nasceranno sempre da una mamma e un papà” al più blando “i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà”) o che provano a combattere per il diritto di ogni donna di essere madre. Queste ideologhe, infatti, complici di una politica che sfrutta le donne e le utilizza per avere qualche consenso (si pensi allo “specchietto per le allodole” delle pari opportunità), stanno cancellando dal nostro orizzonte la cultura di quello che avevamo di più caro, di quello che avevamo combattuto, di quello che avevamo preteso: la maternità. Queste ideologhe, consapevolmente, hanno ridotto a strumenti e mezzi di soddisfazione personale, le persone per le quali le madri vivono: i loro bambini.

Una volta cancellata la madre, una volta resi dei jolly i bambini, saremo alla fine dell’Umanità.

La cura, tuttavia, c’è. Ed è proprio in un motto che tante associazioni di mamme (e ostetriche, e sostenitrici dell’allattamento) promuovevano anni fa: «Cambiamo il mondo, mamma dopo mamma». Adesso, più che mai, è necessario essere madri e, soprattutto, fare le madri.

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22/10/2020
2411/2020
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