Politica

di Rachele Sagramoso

Nel Postiglione di Collodi, un severo monito per le ostetriche

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«Un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa»: Carlo Collodi descrive così il Postiglione, e a comprendere quanto la famosa fiaba sia utile per capire il mondo moderno, sono stati il Cardinale Giacomo Biffi e il pedagogista Franco Nembrini. Il Postiglione possiede maniere untuose e melliflue, attraverso le quali attira i ragazzi svogliati (ovvero che non vogliono studiare e che, quindi, non hanno trovato insegnanti che possano appassionare loro allo studio), per portarli al famoso Paese dei Balocchi, dove ci si diverte senza regole né limiti. Ovviamente il Postiglione ha un ruolo diabolico: sotto la sua accondiscendenza con la quale si rivolge ai ragazzi, si nasconde la cattiveria che sfiora il piacere verso il provocare dolore con astuta consapevolezza. I poveri ragazzi, ingannati a vivere in un mondo che risolve i problemi semplicemente eliminando la fonte di ogni frustrazione, finiscono per essere trasformati in asinelli, buoni solo ad essere venduti alle fiere, arricchendo il Postiglione stesso.

Quando leggo la rappresentazione del Postiglione, non posso che pensare alla mia Professione, alla tanto amata missione che ogni ostetrica sente dentro di sé quando decide che la propria strada è quella della salute delle donne (per farsi un’idea è possibile ascoltare la testimonianza: “Maria Pollacci intervistata da Rachele Sagramoso” https://youtu.be/kdjAlwfm7uM). Tante colleghe delle quali leggo qui e là le imprese, non metto in discussione siano mosse da sentimenti buoni, mi appaiono più simili a Postiglione o alcune al Gatto e la Volpe, che al Grillo Parlante. Sì perché chiunque di noi può realmente pensare che la propria opera sia mossa da altruismo (si pensi al fenomeno del volontariato) ma se non è un moto verso il Bene della Persona, ovvero non si è spinti dal desiderio di dare il meglio a quella persona anche se in quel momento la persona stessa non è capace di comprendere il significato e i limiti del problema che le si pone di fronte, si andranno a realizzare i progetti di chi sta cercando di far del bene e non della Persona che ne ha bisogno. Quindi chiunque di noi può abbozzare un miglioramento della vita di un soggetto, solo se, per farlo, volgiamo lo sguardo oltre le nostre necessità, senza far divenire la persona l’oggetto tramite il quale coroniamo un nostro disegno che serve a noi per stare bene (il Postiglione usa il bisogno dei ragazzi di fuggire ai doveri della vita solo per i propri fini, ma quanto pare risolutrice, la sua figura, ai loro occhi?). Ci sono diversi esempi che potrei usare per motivare la mia opinione, e posso iniziare con quello che vede le ostetriche che si incaricano dell’educazione sessuale e affettiva delle giovani donne (e dei giovani uomini, che però sono molto meno interessanti) e del sostegno pseudo-femminista (confondendolo con “femminile”) al genere femminile (molte di queste sono probabilmente ben contente della dicotomia tra genere e sesso al quale la “teoria gender” ci ha avvezzati, che invece è molto criticato dalle femministe radicali e quelle “originarie”*), e vorrei iniziare a mostrare cosa si cela nell’immaginario di chi, come ho scritto, non combatte per il vero Bene delle persone, ma per appagarsi sensualmente, emotivamente e psicologicamente (anche economicamente, come vedremo).

Per esempio, nei movimenti culturali per quella che potremmo chiamare “consapevolezza” femminile (il cosiddetto “empowerment”), si denuncia spesso il patriarcato (non dimentichiamoci che questi termini vetusti, sono ancora usati largamente) che decide sul corpo della donna per ciò che attiene la gravidanza e/o l’evitarla: possiamo dire con chiarezza, quindi, che l’obiettivo delle ostetriche è sempre quello di autoeleggersi come coloro che salveranno la donna dalla sua ignoranza nella quale è caduta a causa del maschio, “costi quel che costi”. Una collega da sempre molto tenace nel difendere tale empowerment è certamente quella del filmato Libera scelta del parto, intervista alla dott.ssa Pacini (https://youtu.be/P4YIB1qzOMQ): collega nelle cui mani metterei la mia stessa vita di partoriente (non sto scherzando), ma che non compie – lei, ma molte come lei - un passo maturativo verso la comprensione reale e completa di ciò che afferma, guardando il proprio dito ma non dove indica. Ascoltando il cortometraggio, si evince che «Non si può far partorire nessuno» ed è vero: è la donna che, assistita con tutte le accortezze del caso e con educazione, partorisce mettendo al mondo il proprio bambino. «Il 38% delle donne non riesce a partorire, ma subisce un taglio cesareo» è un’altra verità inoppugnabile: purtroppo, nascondendosi dietro la cosiddetta “medicina difensiva”, mascherata da sicurezza, ci sono cliniche dove le donne, malinformate e mal sostenute nel loro percorso di consapevolezza ostetrica, accettano induzioni di travaglio di parto (che sono atti medici da centellinare che servono in dovute circostanze) che poi, dato che sono eseguite senza reale capacità ostetrica (per esempio quella del contenimento del dolore in modo non farmacologico), terminano con il taglio cesareo: atto che diviene il massimo gesto di salvezza per la donna e il padre del nascituro (talvolta lo è davvero poiché le induzioni di travaglio di parto stressano l’apparato cardiaco del bambino tanto da mandarlo in sofferenza e fargli rischiare la vita). È ovvio, se ben ci pensiamo: un dolore enorme, improvviso, da vivere spesso da sola (non solo a tutt’oggi durante l’emergenza Covid le donne sono abbandonate anche dal personale) per otto, dodici, diciotto ore di fila, come può essere vissuto bene soprattutto se si è spaventate? Un cesareo appare quasi un salvataggio dopo un naufragio, ma è un inganno.

Proseguendo con il filmato, ascoltiamo (1.19 min) che «Gli operatori considerano la donna non veramente competente, non in grado di scegliere: loro sono gli esperti, e sono loro poi che agiscono una scelta sulle donne senza neanche chiedere loro una partecipazione attiva»: questo è senz’altro così anche nell’ambito dell’informazione sulla sessualità. Quante ostetriche informano – scuole, consultori, filmati youtube, social network – sulle evidenze a proposito dei metodi naturali di regolazione della fertilità? Nessuna. Con la collega del filmato, ad esempio, più volte mi sono scontrata perché lei nega che siano applicabili per due motivi: il primo, a suo parere, è perché scientificamente non sono validi (nonostante sappiamo bene come oramai sia stato dimostrato il contrario, lei scrive su facebook, riferendosi proprio ai metodi naturali, : «affidarsi a pratiche che per una ragazza con cicli irregolari sono assolutamente impraticabili. Sono ostetrica e lo so»), il secondo è che non sono applicabili dal punto di vista pratico (violano, probabilmente, il principio di libertà sessuale: infatti un’altra ostetrica, sempre sui metodi naturali, afferma: «le ostetriche come me (da leggersi: “tutte le ostetriche”, ndr) non pensano ci sia un giusto/sbagliato, pensano che si debba dare a tutt* la possibilità di fare le proprie scelte. […] Io posso anche decidere di non voler dipendere dalla “natura” e di non voler correre rischi; posso anche scegliere di non avere una relazione di coppia stabile e vivere la mia sessualità liberamente, avendo rapporti sessuali con chi desidero e tutelandomi dalle gravidanze e dalle MST. Fuori dalla mia camera da letto! La parità di genere passa dalla parità sessuale: sa [dice rivolgendosi all’interlocutrice, ndr] che l’equivalente del pene non è la vagina? È la clitoride: stessa derivazione embrionaria, stessi tessuti, stesso funzionamento. La sessualità - intesa come piacere sessuale- delle donne non è passiva, accogliente, complementare a quella fallocentrica; è indipendente dalla riproduzione. È questo che va detto ai ragazzi e alle ragazze! Hanno entramb* una sessualità attiva, sono soggetti, senza gerarchie o gioghi “naturali”.»). Tuttavia mi domando, a parte la copiosa lacuna scientifica, cosa ne verrebbe di male alle ostetriche se – magari fidandosi poco, all’inizio, potrei comprenderle – implementassero un altro modo di vivere la sessualità anche nelle giovani generazioni, scendendo dal loro piedistallo («Sono ostetrica e lo so» e «Le ostetriche come me» sono espressione della superbia e del convincimento di possedere superiorità morale rispetto alle altre) e volgendo il loro prezioso ruolo verso il benessere dei soggetti educativi e non verso l’implementazione delle proprie ideologie. Visto l’allarmante livello di diffusione delle malattie e delle infezioni sessualmente trasmesse, senza contare tutte le problematicità dovute all’ipersessualizzazione, la pornificazione e la violenza sulle donne (dovuta alla pornificazione), si potrebbe fare un lavoro interessante di prevenzione (se interessasse davvero prevenire che, come diceva quella reclame d’un tempo, “è meglio che curare”), se fosse l’Altro ciò che interessa. Certo, questo modo di far vivere la sessualità consapevole potrebbe rendere le donne capaci di capire come quel bambino piccolino-piccolino non sia un grumo di cellule, ma un essere umano che non ha minimamente colpa nell’essere stato concepito e che ha effettivo diritto di vivere, e questo farebbe calare le vendite di tutti gli anticoncezionali e di Levonorgestrel (Norlevo e Levonelle: pillola del giorno dopo), Ulipristal Acetato (Ella One: pillola dei 5 giorni dopo, acquistabile in farmacia anche se si è minorenni e senza ricetta) e, soprattutto, Mifepristone (RU486: pillola abortiva che viene somministrata sino a 9 settimane in caso di aborto entro il 90° giorno e dopo il 90° per indurre la morte endouterina fetale prima del parto). Ovviamente rendere consapevole (non scrivo questo termine costantemente perché non possiedo un dizionario dei sinonimi, ma perché viene sovente usato da costoro) una quindicenne che avere rapporti sessuali alla sua età non è fisiologico, ma è sintomo di una mancanza d’affetto e attenzione, né può farle effettivamente del Bene e potrebbe avere ripercussioni grosse sulla sua vita, è da bigotti (?) patriarcali, mentre indurla a pensare che il massimo della sua libertà è dato dall’usare i genitali a scopo ricreativo senza aver paura di incorrere in rischi anche solo per la propria salute, è da vice-madri libertarie (è scopo segreto di molte ostetriche, quello di sostituire la figura materna nell’educare le giovani donne: infatti organizzano corsi, incontri, “tende rosse sulla femminilità” eccetera). La domanda quindi è: siamo certi che «gli operatori che agiscono sulle donne, scegliendo al loro posto senza chiedere una partecipazione attiva» (per tornare al filmato) non siano anche coloro i/le quali trattano le donne da stupide convincendole a manifestare per avere la possibilità di togliere la vita del proprio figlio concepito perché si aveva voglia di fare sesso (mi riferisco alle manifestazioni organizzate per far diventare domiciliare l’aborto con la RU486), oltre che quelli che non spiegano alle donne che l’induzione al parto può portare a un taglio cesareo inutile e potenzialmente dannoso per mamma e bambino (come affermano tutte le ostetriche e molti medici)? Non assomigliano entrambi al Postiglione?

Nell’ambito della ‘fisiologia della gravidanza’ (che è una sola, possiede delle Linee Guida chiarissime per mantenerla tale, ed è ‘cavallo di battaglia’ di tutte le ostetriche) non si possono avere due pesi e due misure: all’interno di quest’ambito bisognerebbe avere il coraggio di dire che la gravidanza, per talune, non è un processo fisiologico se quella donna gravida pensa che non lo sia, il che trasforma la ‘fisiologia della gravidanza’ in un’opinione parimenti a come fa la Medicina quando impone un cesareo non necessario dal punto di vista della salute materno-infantile, vendendolo come salvifico. Evidentemente gli opposti (l’Ostetricia e la Medicina) si attraggono, confondendosi e imbrogliando moltissimo e consapevolmente le utenti. Suggerisco di ascoltare con molta attenzione le ostetriche da me intervistate Ana Maria Ramirez e Rosaria Redaelli (https://laveramaternita.blogspot.com/p/maternamente-i-miei-podcast.html) sull’argomento fertilità, aborto ed educazione sessuale, per capire bene i concetti espressi.

Torniamo al filmato che cita, a un certo punto, un altro cortometraggio molto interessante, The performance sex like birth (https://youtu.be/jACKa9YW2Yg) che illustra, tra l’altro in modo simpatico e chiaro, il fatto che l’ossitocina – ormone secreto nei momenti di tranquillità e amore – venga prodotto sia durante un atto d’amore tra uomo e donna (nel sangue delle prostitute non è stato trovato, dice la professoressa Uvnäs Moberg), sia durante il travaglio, per culminare subito dopo il parto quando avviene il bonding tra madre e neonato (gli studi iniziarono proprio sull’onda dell’osservazione dell’ “estasi” postparto). Lo scopo del simpatico video è chiarire come un atto d’amore – soprattutto procreativo e legante una relazione d’affetto profonda – non possa essere assolutamente gestito dalla Medicina, parimenti a come una gravidanza fisiologica che potrebbe tranquillamente terminare con un travaglio, un parto e un attaccamento tra madre e neonato naturali, non sia possibile gestirlo usando aggressività farmacologica o chirurgica (le parole, i termini che vengono pronunciati dagli attori, sono realmente quelli che spesso gli operatori usano durante un ricovero per un travaglio che potrebbe essere mantenuto fisiologico, se non venisse interrotto da una Medicina che si pone intellettualmente in modo tale da essere superiore all’utenza). Al minuto 4.28 - faccio notare - l’attore che recita la parte del medico, pronuncia la frase riguardante l’incapacità dell’uomo a mettere incinta la donna con un rapporto sessuale normale, dicendo che, casomai, verrà fecondata dall’operatore: forse non era nell’intenzione di chi aveva ideato il film, ma questa è una frase che l’ostetrica Ana Maria Ramirez, che si occupa di Naprotecnologie, ha sentito tantissime volte nei racconti delle donne distrutte dalla Procreazione Assistita: non è un caso che molti medici sentano come una vittoria personale la nascita di un bambino tramite la loro ‘prestazione’. In realtà, l’atteggiamento degli operatori, che realmente spesso si comportano come vengono recitati, è proprio quello di pensare di essere quelli che risolvono, intervenendo, il problema: un atteggiamento molto “mascolino” (più che patriarcale) che possiedono non solo gli uomini, ma soprattutto tante operatrici che lavorano in consultori o nelle associazioni culturali che si fanno strada nelle scuole per i corsi contro bullismo e in favore della cosiddetta parità di genere. Operatori e operatrici che si scocciano molto quando viene detto loro che i genitori hanno il diritto d’insegnare la sessualità ai loro figli o, per lo meno, hanno il diritto di ricevere i contenuti dei corsi e possiedono la libertà di non farli frequentare ai propri figli. Non è un caso che ci sia stata un’ostetrica che abbia scritto pubblicamente, in un commento su facebook indirizzato a madri accusate di essere proprio quelle che vogliono scegliere di non far seguire i corsi di educazione sessuale nelle scuole alle proprie figlie, : «Mentre voi fate propaganda (cattolica ndr), noi aiutiamo le vostre figlie minorenni ad abortire con provvedimento del giudice in orario scolastico, prescriviamo loro la contraccezione, rimuoviamo preservativi dai fornici vaginali e prescriviamo EllaOne. Questo (ed altro) per consentire a voi di continuare a pensare di essere in controllo della sessualità». Credo sia chiaro che l’atteggiamento di costoro sia quello di credersi delle vice-madri molto più in (scaltre, ganze, furbe…) delle madri delle giovani donne, finendo per essere pure loro «operatori (che) considerano la donna non veramente competente, non in grado di scegliere»: ricalcando in pieno il ruolo di Postiglione.

L’ostetrica continua l’intervista, aggiungendo: «Noi vogliamo che le donne possano essere informate sul miglior percorso di salute, per cui anche a non necessariamente doversi sottoporre a procedure e a routine ospedaliere che invece che aiutare e sostenere la salute della madre e del bambino, possano, al contrario, danneggiarle»: chi potrebbe affermare il contrario? Quale operatore potrebbe mai affermare di essere parte di un sistema cagionante danni alla salute delle donne e dei bambini? Infatti proprio le ostetriche che distribuirebbero la RU486 parimenti alle vitamine, sono fermamente convinte che la loro lotta in favore del diritto delle donne ad abortire, sia la parte giusta del mondo. Non vedono malizia nei confronti di questo combattimento e, anzi, sono certe di essere dalla parte della Giustizia. Il problema è che il “miglior percorso di salute” non è una definizione corretta: nell’articolo di Priscilla Coleman et al Donne che hanno sofferto emotivamente di aborto. Una sintesi qualitativa della loro esperienza (del 2017 pubblicato su Journal of American Phisicians and Surgeons Volume 22 n.4 Winter 2017) c’è scritto che nei 987 casi di donne che si sono rivolte a centri per la cura del post-aborto (dai 20 ai 72 anni: 5% dai 20-29 anni, 15% dai 30-39 anni, 28% dai 40-49 anni, 37% dai 50-59 anni e 15 % over 60 anni): il 58.3 % aveva abortito per far felici altri; il 73.8 % dice che la sua decisione non è stata libera da pressioni altrui; il 28.4 % ha abortito per non perdere il partner; il 49.2 % sapeva che il feto era un essere umano al momento dell’aborto; il 66% sapeva che stava facendo un errore abortendo; il 67.5 % afferma che l’aborto è stata la decisione più dura della loro vita; il 33.2 % era già emozionalmente in contatto con il feto prima dell’aborto. Inoltre leggiamo: “Quali sono gli aspetti positivi più significativi, se ce ne sono, che derivano dalla tua decisione di abortire?”. 31.6% risponde “Nessuno” («Non ci sono aspetti positivi. La mia vita non è migliore: è molto peggio. Porto il dolore di un bambino perduto per sempre»); 17,5% afferma di aver approfondito la propria vita spirituale, di aver trovato perdono, pace interiore e guarigione («L’unico aspetto positivo è che mi ha portato al mio Bene e mi ha messo in ginocchio davanti a Dio. Lui ha mi ha attirato a lui attraverso il suo perdono infinito, misericordia e grazia. Penso che avrebbe potuto mostrarmelo quelle stesse cose avevo scelto un’altra strada, ma è così che sono giunta a Lui, non come cristiano, perché lo ero già, ma come uno che Lo conosce veramente adesso»); 13,3% sono impegnate in associazioni di volontariato per gravidanze in crisi («Come volontaria del CPC [centro di crisi per la gravidanza], io sono stata in grado di persuadere la maggior parte delle persone raccontando del mio aborto: ho convinto le donne interessate, ad aspettare almeno fino a quando non hanno potuto vedere l’ecografia, prima di prendere le loro decisioni. Hanno scelto la vita per i loro figli. Io probabilmente non sarei diventata una volontaria se non fosse stato per l’aborto che ho fatto»; e via dicendo. Mi pare piuttosto evidente che, mentre un’induzione di travaglio di parto non necessaria (alcune volte lo è, ma va centellinata come il taglio cesareo) potrebbe compiere danni oggettivamente inenarrabili arrivando anche ad appesantire il cuore del bambino e rendendo obbligatorio un taglio cesareo d’emergenza, un aborto – che al momento appare all’operatrice e alla donna un gesto salvifico (medesima supposizione di chi suggerisce alla donna l’induzione) – porta con sé dei risvolti enormi che potrebbero andare a rovinare la vita della donna per sempre. L’istinto degli operatori è il medesimo: sono certi che quello sia il bene per la donna, sono sicuri che in quel modo se la sbrigano rapidamente e immaginano di essere dalla parte del Giusto (Postiglione continua imperterrito nel suo piano perché sa che possibile portarlo avanti). Quindi non vi è differenza alcuna.

La medesima collega ostetrica Rosaria Santoro, durante l’intervista da me realizzata (ascoltabile sempre sul mio blog), lo dice con estrema chiarezza, che nei consultori viene fornito il certificato per l’IVG senza valutare che la Legge 194 impone che l’aborto sia l’ultima ratio. Orbene quindi domandiamoci: non ha dunque ragione Carlo Collodi quando scrive «Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni!»? Potremo mai avere il diritto di affermarlo con chiarezza?

*Per comodità e onestà storica, definisco le femministe “radicali” come coloro che s’identificano con l’ideologia cosiddetta dirittista (diritto all’aborto, alla prostituzione, all’autodeterminazione in generale) e che hanno accolto la teoria gender. Le femministe “originarie” derivano dalle suffragette e hanno sviluppato il loro grande lavoro sull’emancipazione della donna madre (si veda il lavoro di Betty Boyer della Women’s Equity Action League).

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04/12/2020
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