Storie

di Elisabetta Cipriani

Tommaso e l’algebra del destino

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Dicono che presto la narrativa soccomberà sotto lo strapotere di Netflix, delle storie per immagini; forse le menti migliori delle generazioni future scriveranno, tutt’al più, sceneggiature: ma non finché qualcuno partorirà ancora romanzi così. Certo, senza il battage pubblicitario dell’ultima serie tv, romanzi simili restano nell’ombra, e allora si ha gioco facile a sostenere che non abbiano avvenire. Ma tant’è: a me basta che esistano perché la loro bellezza corrusca significhi qualcosa. La storia di per sé sembra rievocare fatti di cronaca: tutte le grandi storie partono da triti fatti su cui il narratore getta un fascio di luce. Un bambino abbandonato in auto da un padre distratto, una giovane famiglia in frantumi; un padre che parcheggia il figlio sotto il sole per dar corda a una tresca; una madre tradita e molto sola. Una catena di fatalità. Un cinquenne che conosce prematuramente la possibilità del morire. Esiste il destino? È il caso a comporre l’arabesco delle peripezie, a rovesciare addosso disavventure, o c’è un disegno, una grazia latente e feroce, una misteriosa eppure tenace provvidenza? Ecco, finché i romanzi si limitano ad essere mimesi di un reale naturalisticamente inteso e non si fanno anche sonde del mistero, il lutto per la loro dipartita non dovrebbe nemmeno prolungarsi troppo. Enrico Macioci, invece, è un cultore di Stephen King e il mistero che irrompe nel quotidiano lo maneggia con sagacia. Conosce perfettamente anche i meccanismi del ritmo e della suspence, racconta senza perdere una battuta, senza dar modo di riprendere fiato. Dagli amati narratori americani ha imparato a non gigioneggiare, a sgombrare il campo da fronzoli e leziosità, ma anche a non temere la metafora audace, lo squarcio grottesco che capovolge le aspettative del lettore. Consapevolmente o meno, c’è però anche qualcosa di Roth in questo libro – non Philip ma Joseph, l’autore di “Giobbe” e de “La leggenda del santo bevitore”: senza alcuna ingenuità, qui non si teme che l’impossibile accada.
Ci sono persino mostri in questa storia, autentici e fantasmagorici, interiori ed esteriori, tanto che il piccolo protagonista – che come ogni bambino dell’esistenza dei mostri non dubita – dovrà rendersi esperto nell’affrontarli, scoprire se è possibile vincerli. È una storia di crudo realismo, triviale a tratti, in cui pure il vero non è solo ciò che si tocca e che si vede: al contrario, nella prigione di lamiera rovente in cui è rinchiuso, a Tommaso si rivelerà che il soccorso nella disperazione può venire unicamente dal nostro coraggio e dall’invisibile.

Non c’è niente di più umano del raccontare storie, non c’è niente di più umano della parola. La forma-romanzo può essere estenuata, ma lo resta finché non si ha realmente qualcosa da dire. Come quelle partite di calcio (Macioci lo sa, ha trascorsi da giocatore) che paiono inchiodate sullo zero a zero, bloccate nell’ossessiva schermaglia degli schemi in cui per ogni mossa c’è una contromossa che l’annulla e tutto pare asfittico e senza sbocco; come in una di quelle partite il guizzo del genio, la serpentina imprevista, il tiro a effetto all’incrocio dei pali possono ancora sbaragliare ogni previsione, così l’amore per l’uomo e per la parola, così la fantasia potranno dare sempre nuova linfa alla narrazione.

Enrico Macioci, Tommaso e l’algebra del destino, Sem Edizioni 2020

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07/01/2021
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