Società

di Rachele Sagramoso

L’educazione sessuale ha bisogno di Pionieri

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Quando sentii parlare la prima volta di metodi naturali per la regolazione della fertilità, frequentavo il mio primo anno di Ostetricia e la docente di Fisiologia a Pisa era anche una Consulente di Livorno (non sapevo ci esistessero i metodi naturali, figuriamoci le consulenti) che pronunciò una frase alla quale lì per lì non feci caso, ma che – evidentemente – mi è poi stata d’aiuto. Ella disse che “battersi per un parto fisiologico è inutile se prima non ci si batte per un ciclo fisiologico”. Ripeto: all’epoca ero molto superficiale e non capivo assolutamente ciò che significasse quel concetto. Era già una fortuna che le donne, nell’ospedale dove effettuavo il mio tirocinio, potessero dire di aver avuto il piacere di un parto vaginale (l’appellativo ‘naturale’ era veramente distante dal concetto). Era un miracolo che le donne allattassero, all’epoca e, nella mia zona, se si vedeva in giro una mamma con un bimbo in fascia, o era “zingara” o era “africana” (entrambi aggettivi usati in modo dispregiativo da chiunque: pediatri, assistenti sociali e ostetriche inclusi, ovviamente). Arrivarono i tempi della mia laurea (che avrò il piacere, prima o poi, di raccontare: lo devo al mobbing che la mia responsabile del tirocinio e il mio preside di facoltà mi riservarono per mesi) e io scappai da quell’inferno di donne tramortite da una maternità che le rendeva certamente madri di figli unici.

Mi dedicai alla mia famiglia e alla mia professione ritornando alla mia prima passione: la pedagogia. Unii quindi le mie due passioni, Ostetricia ed Educazione, e creai dei Corsi d’Accompagnamento alla Nascita che erano davvero belli. Potevano accedere mamme e papà (abbiamo avuto anche nonne sole o che accompagnavano le figlie) in qualunque momento della gravidanza (anche dopo il test di gravidanza), fino al dodicesimo mese di vita del loro bambino. In sostanza endogestazione ed esogestazione vissuti insieme, accompagnandosi reciprocamente. Le mamme che avevano subìto un cesareo aiutavano le mamme a capire come superarlo, le mamme che avevano allattato, aiutavano le altre mamme a prepararsi a farlo. Tutto era molto semplice ma molto ‘familiare’.

Poi sopraggiunse un fatto: alcune scuole mi chiesero di parlare di educazione sessuale a scuola. All’epoca mia figlia aveva l’età da scuola media (faceva scuola parentale con me) e decisi di confrontarmi con lei: di cosa aveva bisogno? Cos’è l’affettività? Che cosa c’entra l’affettività con la sessualità? Lei mi illuminò quando mi disse che la sessualità “è una cosa seria, una cosa tra mamme e papà”.

Io ero certissima, come la stragrande maggioranza delle ostetriche, che la gravidanza e l’allattamento sono per lo più fisiologici, tuttavia prima della gravidanza (molto prima, considerando i tempi attuali dell’età al primo figlio), c’è una giovinezza e prima ancora un’adolescenza alla quale non ci preparano. Lo sguardo di mia figlia e come io personalmente avevo improntato la sua educazione sessuale erano piuttosto “particolari”. Cercai, come facevo sempre, presso le grandi pubblicazioni (D&D il giornale delle ostetriche, Lucina che è la pubblicazione dell’Ordine, eccetera) e approfondii l’argomento rifacendomi ai progetti formativi post laurea più importanti: la parola ‘sessualità’ era sempre collegata al termine ‘piacere’ (giustamente) e anche a quello di ‘contraccettivi’, e la cosa non mi “quadrava”: guardavo mia figlia e mi domandavo se realmente, come madre, avrei gradito quel tipo d’informazioni (soprattutto se forniti da altri) e, soprattutto, se fossero state quelle le informazioni che potevano esserle utili. Mi affacciai a quelle classi, lo ricordo bene, con un’unica idea: spiegherò qualcosa sulla biologia, ma starò sulle indicazioni classiche a sfondo igienista. Mi trovai quei ragazzi e quelle ragazze davanti e guardando i loro volti, capii che hanno bisogno di ben altro: parlammo dei loro bisogni: di quelli delle ragazze, di essere accettate, lodate, rassicurate; di quella dei ragazzi, di essere considerati intelligenti, forti, virili. Fu un discorso alla pari, occhi negli occhi, nella quale la sessualità entrò come mezzo per amare, come serva dell’amore: se non c’è quello, correlato al rispetto, non ci può essere una sessualità arricchente. Conobbi in quel periodo la potenza dei metodi naturali e non smisi di ringraziare la mia professoressa di fisiologia, per quell’insegnamento. Da lì sopraggiunsero la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II: la mia “sonda” spaziale nell’universo dell’educazione ostetrica era partita, ma serviva una rotta.

Con fatica reperii informazioni che mi portarono a conoscere il progetto Teen Star (il mio papà è amico d’infanzia di uno dei formatori più anziani) che trovai molto bello anche perché esistono veramente tantissimi studi eseguiti sul campo, essendo un’iniziativa internazionale che esiste da diversi decenni, ma poi il mio papà – persona molto acuta – scovò un sito in costruzione di un’associazione di Roma, che aveva un nome strano: Progetto Pioneer. Erano passati anni dal mio lavoro come libera professionista e da quella fase della mia vita imparai tantissimo: per esempio che l’Ostetricia è una materia nobile che attualmente è tecnicistica, forma ossia persone con molte competenze (talvolta troppe), ma con pochissime conoscenze (basta leggere l’intervista alla collega ostetrica Rosaria Redaelli http://www.lacrocequotidiano.it/articolo/2020/03/10/storie/a-tu-per-tu-con-rosaria-radaelli).

Decisi di dedicare maggior attenzione allo studio dell’educazione affettiva e sessuale, convinta del fatto che il modo d’insegnare educazione sessuale che talvolta viene attuato non è nelle mie corde né scientificamente, né moralmente (checché se ne pensi, il fatto di continuare a indicare l’uso del preservativo come fondamentale, ma la diffusione progressiva di malattie sessualmente trasmissibili, dovrebbe far capire che la strada sia sbagliata) e che deve essere assolutamente multidisciplinare. La formazione del Progetto Pioneer riguarda la promozione di un benessere integrale della persona che non è solo genitali, ma è un corpo, una mente e un’anima: questo non solo possiede basi scientifiche molto solide perché lo sappiamo bene che una sofferenza psicologica, si riversa sempre anche sul corpo e spessissimo sulla sessualità, ma è ovvio, se ci pensiamo. La formazione del Pioneer, inoltre, ha in sé un obiettivo che a mio modesto avviso è nobilissimo: ricongiungere una relazione tra genitori e figli, che è stata oculatamente “strappata”, consentendo all’operatore d’inserirsi a gamba tesa per prendere il posto dell’adulto di riferimento nel trasmettere informazioni ai giovani, mentre il genitore, abituato a delegare la scuola o gli altri enti, guarda inconsapevolmente o consapevolmente da un’altra parte.

I genitori sono primi educatori: questo è fondamentale. E l’educazione è relazione, oltre che trasmissione di valori e informazioni. Questo dev’essere chiarissimo anche agli operatori che dovrebbero farsi carico non tanto della formazione dei figli degli altri su argomenti delicatissimi come la sessualità, ma del fare da “collanti esterni” tra i genitori e i figli.

Trovo importante sottolineare che come madre e ostetrica ho trovato il Progetto Pioneer una base sicura e multidisciplinare dalla quale attingere informazioni e spunti che io non temo di definire fondamentali, e invito chiunque (genitore, insegnante, catechista eccetera) a considerare di maturare una formazione completa e aggiornata frequentando il corso Pionieri per Fare la Differenza le cui informazioni sono reperibili sul sito http://www.progettopioneer.com/.

Ancora una volta grazie a tutti gli operatori Pioneer

Il programma del percorso Pioneer
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29/01/2021
3007/2021
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