Storie

di Roberto Signori

Diocleziano ed il martirio dei cristiani

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Le maggiori persecuzioni contro i cristiani di cui si hanno chiari resocontia sono state quelle sotto Marco Aurelio, una seconda con Decio e Valeriano e di una terza, detta la “grande persecuzione”, con Diocleziano. Finirono con l’editto di Nicomedia del 311 emanato dall’imperatore Galerio, confermato dall’editto di Milano del 313 promulgato da Costantino I

Oggi è il giorno dell’anno 303 in cui ebbero inizio le persecuzioni di Doclezino ai cristiani.

La persecuzione di Diocleziano (o grande persecuzione) fu l’ultima e la più grave persecuzione nei confronti dei cristiani nell’Impero romano.

Nel 303 d.C., gli imperatori Diocleziano, Massimiano, Galerio e Costanzo Cloro emisero una serie di editti volti a revocare i diritti legali dei cristiani e ad esigere che si adeguassero alle pratiche religiose tradizionali romane. Editti successivi presero di mira il clero e richiesero il “sacrificio universale”: ordinarono a tutti gli abitanti di offrire un sacrificio agli dèi pagani. La persecuzione variava in intensità in tutto l’impero, più debole in Gallia e in Britannia, dove fu applicato solo il primo editto, e maggiore nelle province orientali. Le leggi persecutorie furono annullate da diversi imperatori in tempi diversi, ma Costantino con l’Editto di Milano di Licinio (del 313) segnò definitivamente la fine della persecuzione.

I cristiani erano sempre stati oggetto di discriminazione locale nell’impero, ma i primi imperatori erano riluttanti ad emettere leggi generali contro di loro. Fu così fino all’anno 250, sotto il regno di Decio e poi di Valeriano, in cui tali leggi furono approvate. In base a tale normativa, i cristiani furono costretti a sacrificare agli dèi romani o subire la detenzione e l’esecuzione.

Gallieno nel 260, invece, emise il primo editto imperiale per quanto riguardava la tolleranza verso i cristiani, che portò a quasi 40 anni di convivenza pacifica.

L’ascesa al potere di Diocleziano nel 284 non segnò un’inversione immediata del disprezzo per il cristianesimo, ma guidò un cambio graduale dei comportamenti ufficiali nei confronti delle minoranze religiose. Nei primi quindici anni del suo governo, Diocleziano espulse i cristiani dall’esercito, condannò i manichei a morte, e si circondò di nemici pubblici del cristianesimo. La preferenza di Diocleziano per il governo attivista, combinata con l’immagine di sé come un restauratore della gloria passata romana, presagiva la persecuzione più diffusa della storia di Roma. Nell’inverno del 302, Galerio esortò Diocleziano a iniziare una persecuzione generale dei cristiani. Diocleziano era diffidente, e chiese all’oracolo di Apollo di indicargli la direzione da seguire. La risposta dell’oracolo fu interpretata come un’approvazione della posizione di Galerio, e una persecuzione generale fu proclamata il 24 febbraio del 303.

Mentre Galerio e Diocleziano furono persecutori accaniti, Costanzo era poco entusiasta. Editti persecutori successivi, tra cui le richieste di sacrificio universale, non furono applicati durante il suo regno. Suo figlio, Costantino I, nell’assumere la porpora imperiale nel 306, restaurò la piena parità giuridica dei cristiani e restituendo loro le proprietà che in precedenza erano state confiscate durante la persecuzione.

In Italia, nel 306, l’usurpatore Massenzio spodestò Severo, il successore di Costanzo Cloro, promettendo piena tolleranza religiosa. Galerio terminò la persecuzione in Oriente nel 311, ma essa fu ripresa in Egitto, in Palestina e in Asia Minore dal suo successore, Massimino.

Costantino e Licinio, il successore di Severo, sottoscrissero l’Editto di Milano nel 313, che offriva un’accettazione più completa del cristianesimo di quella che l’editto di Galerio aveva fornito. Licinio spodestò Massimino Daia nel 313, ponendo fine alla persecuzione in Oriente.

La persecuzione non riuscì a controllare la crescente diffusione della Chiesa.

Nel 324, Costantino rimasto unico imperatore romano, fece del cristianesimo la sua religione preferita. Nonostante la persecuzione avesse provocato la morte di, secondo una moderna stima, da 3.000 a 3.500 cristiani, e la tortura, la detenzione o dislocazione di molti altri, la maggior parte dei cristiani evitò la pena. La persecuzione, tuttavia, fece distinguere molte chiese tra quelli che avevano rispettato l’autorità imperiale (i traditores) e quelli che erano rimasti “puri”. Alcuni scismi, come quelli dei donatisti in Nord Africa e i Melaziani in Egitto, sopravvissero a lungo dopo le persecuzioni. I donatisti si sarebbero riconciliati con la Chiesa cattolica solo dopo il 411.

Ma torniamo a Diocleziano. Sin da subito il nuovo imperatore operò col pugno di ferro dimostrandosi di non essere pronto a compromessi nella sua opera di restaurazione dell’ordine. Sicuramente Diocleziano fu il più autocratico degli imperatori fino ad allora regnanti infatti il tipo di governo da lui inaugurato fu un assolutismo “czarista”, per usare una terminologia moderna, definito dagli storici Dominato; in sostanza venne messo definitivamente da parte il principato augusteo cioè quella pantomima di un imperatore che ufficialmente non era un monarca, ma un primus inter pares all’interno di istituzioni repubblicane ancora, formalmente, in vigore.

Soprattutto però Diocleziano giunse alla conclusione che fosse impossibile governare l’Impero da solo così ecco la tetrarchia con il chiaro intento di superare questo problema; Diocleziano non voleva dividere l’Impero, come sarebbe successo con gli eredi di Costantino, ma solo condividere il governo.

Due Augusti che sceglievano a loro volta due Cesari come successori con ognuno responsabile di una porzione d’Impero così che non mancasse mai l’occhio vigile dell’autorità centrale.

All’interno di questo processo di restaurazione della res publica si inserì però anche un’azione per dare rinnovato vigore ai culti tradizionali, anch’essi duramente colpi dalla crisi del III secolo d.c. sia per il venir meno di una forte autorità pubblica di riferimento, sia per le incertezza morali ed esistenziali che questo periodo aveva prodotto nella coscienza di molti individui. Fu questa volontà di ridare forza al paganesimo che avrebbe condotto Diocleziano al confronto frontale con il cristianesimo che era rapidamente cresciuto in tutto l’Impero facendo breccia in ogni strato della popolazione.

Il cristianesimo oltre al messaggio di fratellanza e a un preciso codice etico-morale, era universale e quindi aperto a tutti senza distinzione di genere o classe sociale, inoltre aveva l’ecclesia cioè una comunità di fedeli organizzata attivamente missionaria e sorretta da una robusta gerarchia formata da vescovi, sacerdoti, diaconi e laici.

La Triade capitolina era una religione romana fatta per romani che la res publica non aveva mai preteso, né cercato, di esportare presso i popoli conquistati (infatti le legioni non furono mai strumenti missionari come, ad esempio, lo sarebbero stati invece secoli dopo i conquistadores); anzi era ritenuto assolutamente normale che le popolazioni delle province continuassero a seguire le religioni locali e i governatori inviati da Roma erano incoraggiati a mostrare il loro giusto rispetto per questi culti. L’adesione al paganesimo romano era di solito una scelta compiuta da coloro che intendevano intraprendere la strada della romanizzazione, avente come obiettivo l’acquisizione della cittadinanza, che passava anche per il conformarsi a quel mos maiorum che, dopo secoli, era ancora considerata la cartina di tornasole del buon cives. Essendo poi un politeismo elastico il paganesimo romano aveva anche accettato, in maniera praticamente indolore, la commistione con altre religioni in particolar modo identificando alcune divinità locale come null’altro che i propri stessi dei con nomi diversi. Inoltre, mentre il cristianesimo ha Dio immanente e onnisciente, nel paganesimo tradizionale latino gli dei, sebbene esseri immortali dotati di immensi poteri sull’universo, erano simili agli uomini condividendone spesso i vizi e le virtù. Essi però erano in grado di dare o negare la loro protezione all’Imperatore e alla res publica per cui era interesse primario dello Stato quello di accattivarsi i loro favori e ciò avveniva per mezzo dei sacrifici; Giove, Marte o Minerva infatti non erano in grado di vedere nell’animo del fedele e valutarne la devozione e ciò faceva in modo che vi fosse una forte scissione tra l’aspetto pubblico e quello privato della fede.

Era un’adesione meramente formale, compiuta la quale la fede non era più una questione tra il singolo e lo Stato, ma tra il singolo e la divinità. La res publica dunque si dimostrava molto flessibile in materia religiosa: tutto era ammessi fintanto che si accettava di compiere i sacrifici pubblici formali e non si tentava di sovvertire il paganesimo tradizionale.

Il cristianesimo con il suo “rigido” monoteismo non poteva adeguarsi a questo compromesso; anche rimuovendo i reciproci pregiudizi rimanevano delle distanze incolmabili tra la mentalità romano-ellenistica e quella cristiana e comunque, qualora pure si fosse cercato di trovare un modus vivendi accettabile per entrambi, restava comunque un problema insormontabile: quello dei sacrifici. Per i cristiani essi erano inaccettabili anche come mero gesto formale perché rappresentavano un supporto date alle forze demoniache; si trattava di un peccato d’apostasia che metteva il fedele fuori dall’ecclesia. Per la res publica invece rifiutandosi di compiere i sacrifici pubblici i cristiani negavano la loro lealtà all’Impero e all’Imperatore minacciando inoltre di attirare sullo Stato la collera divina; per Roma dunque il cristianesimo non era una questione religiosa, ma una materia d’ordine pubblico e su ciò la res publica era inflessibile.

Il cristianesimo, al momento dell’ascesa al trono di Diocleziano, si trovava in un momento di transizione nella sua valutazione dei rapporti tra cristianesimo e res publica. Da par suo l’ellenismo politeista, di fronte alla res publica che si ritirava dal campo del confronto con la nuova religione, sceglieva di scendere in trincea sentendo che la lotta era mortale. Già da qualche tempo il confronto con i cristiani aveva iniziato ad essere materia di polemica dottrinale e l’opera omnia di questa controffensiva ellenistica era stato il “Contro i cristiani” di Porfirio, che evitava luoghi comuni o facili ironie puntando invece su un’analisi serrata della dottrina cristiana per mostrarne l’inconciliabilità di fondo con la romanitas. L’azione più radicale venne però condotta da Giamblico, filosofo neoplatonico, il quale riteneva che l’unico modo di combattere il cristianesimo era affrontalo con le sue stesse armi: l’ellenismo politeista doveva farsi ecclesia cioè darsi un’organizzazione che fosse anche missionaria. In tal senso le varie correnti filosofiche dovevano trovare un’unità e così Giamblico si adoperò in una difficile opera di fusione del pensiero di Platone, Aristotele e Democrito con Ermete Trismegisto, l’astrologia caldea e lo gnosticismo; il tentativo di questo ecumenismo pagano, come lo chiama Sthepen Willisams, era ammirevole, ma arrivava forse troppo tardi e comunque finiva per deformare la stessa natura dell’ellenismo, per sua natura vario e amante della polemica aperta tra le sua varie anime. Inoltre era quasi impossibile, senza il supporto dell’autorità statale, combattere l’attività di proselitismo del cristianesimo con un’uguale azione di conversione di ogni gruppo sociale essendo questa un’attività mai stata propria del paganesimo tradizionale. Fu dunque inevitabile che i capi di questa nuova “chiesa” si rivolsero a Diocleziano per avere il suo supporto, ma l’Imperatore, sebbene persona molto religiosa, nei suoi primi vent’anni di regno preferì dedicare tutte le sue energie alla messa in sicurezza dei confini e alla riorganizzazione della res publica. Chi invece diede ascolto e si fece alfiere della linea dura contro il cristianesimo fu il Cesare che Diocleziano si era scelto come futuro successore: Galerio.

Galerio, sebbene certamente non fosse uomo di cultura, era un militare estremamente competente, lui aveva di fatto sconfitto i persiani nel 298, e un politico intelligente che credeva davvero nel progetto della tetrarchia dioclezianea. Convinto dalle ragioni esposte dai leader del paganesimo tradizione, e forte del prestigio ottenuto grazie alle sue vittorie militari, Galerio cercò di convincere Diocleziano ad agire iniziando lui stesso a mettere sotto pressione i cristiani presenti tra le sue truppe. In effetti l’esercito era una di quelle aree dove più facilmente potevano nascere tensioni tra i cristiani e la res publica. Una delle riforme dioclezianee fu quella di introdurre una forma di coscrizione obbligatoria prevedendo inoltre che i figli dei veterani dovessero a loro volta arruolarsi; il problema era l’incompatibilità tra la lealtà all’Imperatore e quella a Cristo per cui i cristiani, teoricamente, non avrebbero potuto prestare servizio nell’esercito. Nella realtà dei fatti però molte comunità cristiane, per non costringere il fedeli a scegliere tra l’essere cristiano e l’essere cives, chiusero un occhio ammettendo la possibilità di entrare nelle legioni e infatti Tertulliano riteneva motivo di vanto il numero di cristiani arruolati. c

Cos’ l’editto del 298-299 d.c., che introduceva un maggior numero di sacrifici obbligatori nell’esercito, andè a colpire duramente i cristiani presenti nelle legioni. La pena per chi rifiutava il sacrificio era il congedo con disonore, un marchio molto pesante che di fatto chiudeva l’accesso a ogni ufficio pubblico, e quindi, almeno a seguito di questo primo editto, i casi di martirio, dovettero essere legati all’unione al rifiuto anche di gravi violazioni della disciplina militare.

E’ probabile che Diocleziano si sia lasciato infine convincere da Galerio che fosse ormai giunto il momento di affrontare la questione cristiana sia per motivazioni religiose, con il loro atteggiamento i cristiani potevano far nuovamente perdere a Roma il favore deli dei, sia per ragion di stato dato il sempre più alto numero di cristiani nell’amministrazione statale. In effetti in una concezione autocratica del governo com’era quella di Diocleziano l’idea che così tanti appartenenti a un’entità quanto meno ambigua (se non appunto alternativa alla res publica)rivestissero uffici pubblici doveva essere fonte di preoccupazione e sospetto. Certamente oramai i cristiani erano inseriti in ogni ambiti della res publica ed altrettanto certo è che ve ne fossero nel personale di servizio dello stesso palazzo imperiale. Che dunque l’Imperatore potesse ritenere necessaria un qualche tipo d’azione è quasi certo, ciò che però lo differenziava da Galerio era la modalità d’azione da portare avanti. Infatti mentre questi “avrebbe voluto bruciare vivo chiunque si fosse rifiutato di offrire sacrifici”, Diocleziano non voleva una persecuzione sanguinaria tipo quella di Decio e ciò per due ragioni: 1) in primo luogo perché una persecuzione del genere avrebbe prodotto solo caos mentre Diocleziano era uomo d’ordine che aveva nel Giove Cosmocrator (e non quello lussurioso dei miti) la sua divinità di riferimento; da vero romano l’Imperatore era troppo attaccato allo ius per ammettere un atto arbitrario fautore di disordine civile; 2) Diocleziano aveva compreso che i martiri invece indebolire il cristianesimo finivano solo per rafforzarlo in quanto spingevano le comunità compattarsi in falange nella difesa del loro credo, creando fervore da Armageddon finale e spirito d’emulazione per non essere da meno di quei confratelli che avevano accettato di dare la vita per testimoniare la fede. Bisogna inoltre considerare quale fosse l’obiettivo che Diocleziano intendeva conseguire; un genocidio dei cristiani? Certamente no non solo perché il numero dei fedeli era troppo alto, ma anche perché uno sterminio di massa avrebbe richiesto risorse eccessive a una res publica che aveva appena iniziato a riprendere fiato e inoltre la maggioranza della popolazione dell’Impero non avrebbe accettato un tale spargimento di sangue di persone che, sebbene avessero riti strani, per lo più non davano fastidio a nessuno. Quasi certamente ciò che l’Imperatore si proponeva era di provocare l’apostasia del maggior numero possibile di fedeli, rendere meno attrattivo il convertirsi al cristianesimo e magari mettere sotto pressione i capi della chiesa per spingerli ad accettare di rivedere il loro culto per renderlo più conforme a una convivenza con la res publica.

Diocleziano non scelse d’agire dall’oggi al domani, ma si prese il suo tempo per ponderare accuratamente il da farsi chiedendo il parere sia dei suoi collaboratori che dell’oracolo d’Apollo a Didima. La persecuzione ebbe inizio alle calende di Marzo (23 Febbraio 303 d.c.) in occasione della festa del dio Termine. A Nicomedia, capitale di quelle province soggette direttamente a Diocleziano, era stata da poco aperta una nuova chiesa di fronte al palazzo imperiale; il prefetto ordinò alle truppe di circondare l’edificio, saccheggiarlo e raderlo al suolo, il tutto mentre Diocleziano e Galerio sovrintendevano alle operazioni dal palazzo. Il giorno dopo venne emanato il primo editto nel quale si ordinava, in tutto l’Impero, la distruzione delle chiese cristiane, la proibizione del culto e la consegna dei testi sacri perché fossero bruciati; gli schiavi cristiani non potevano essere affrancati mentre qualsiasi cristiano che si fosse rifiutato di offrire i sacrifici sarebbe stato espulso dai pubblici uffici e avrebbe perso la cittadinanza romana, non potendo così più adire i tribunali della res publica e, nel caso dei patrizi, divenendo passibili di tortura nel caso fossero stati accusati di un reato. L’editto permette di capire sia la tattica che intendeva seguire Diocleziano, sia quella che doveva essere la sua personale opinione dei cristiani: essi erano dei parassiti della res publica che volevano tutti i vantaggi dell’esserne cives, senza però accettarne gli oneri; ritenevano che vi fosse una qualche incompatibilità tra la lealtà all’Impero e i dettai della loro fede? Bene, che allora decidessero da che parte stare! Si trattava di una strategia nuova che, evitando di fornire alla chiesa dei martiri, rendeva l’essere cristiani scomodo a ogni livello della popolazione perché se lo schiavo perdeva la possibilità di poter divenire un uomo libero, il mercante perdeva l’accesso ai tribunali per far valere le proprie obligatio mentre il funzionario statale perdeva il lavoro e la posizione sociale che ne derivava. Paradossalmente questo primo editto che non prevedeva la pena di morte produsse subito il suo primo martire in quanto un cristiano di nome Euezio fece a pezzi il pannello di legno su cui era scritto gridando “Ecco i vostri trionfi goti e sarmati!”; essendo reato d’insubordinazione Euezio venne arrestato, torturato e messo al rogo lo stesso giorno. Comunque nonostante questo inizio nella prima fase lo spargimento di sangue fu minimo in quanto l’editto non prevedeva la morte per i trasgressori che dovevano commettere una qualche violazione specifica della legge, come appunto Euezio, per ottenere il martirio.

Le fonti ci permettono di affermare che questo primo editto fu l’unico che venne effettivamente attuato a tappeto su tutto l’Impero, anche se ovviamente il comportamento della autorità cambiava a seconda dell’area e di chi aveva il potere in loco: in Oriente, dove più forte era l’influenza di Galerio, i funzionari furono incoraggiati al massimo zelo mentre in Occidente i territori sotto il controllo dell’Augusto Massimiano videro un’applicazione seria, ma evitando inutili eccessi (i messi a morte furono solo gli espliciti provocatori come il vescovo di Tibiuca che rifiutò ostentatamente di cedere qualsiasi cosa). Nella parte d’Impero invece sotto il controllo del Cesare Costanzo Cloro (Gallia e Britannia) l’applicazione del primo editto fu molto soft in quanto Costanzo, padre del futuro imperatore Costantino, non vedeva il cristianesimo come una minaccia per cui spendere tempo e risorse. Pochi mesi dopo la pubblicazione dell’editto un fatto gravissimo contribuì a far precipitare la situazione. Nel giro di quindici giorni infatti due incendi dolosi vennero appiccati nel palazzo imperiale di Nicomedia e uno di questi distrusse le stesse stanze da letto di Diocleziano. Ovviamente Galerio e gli ultrà pagani accusarono i cristiani. Gli incendi spinsero Diocleziano ad accentuare la repressione pretendendo una più rigida applicazione dell’editto e una maggiore severità d’azione da parte dei magistrati; iniziarono così gli arresti arbitrari ed aumentarono le condanne a morte.

Con un secondo editto dell’estate del 303 d.c. venne ordinato l’incarceramenti di ogni membro del clero cristiano. Stavolta la diversità di vedute dei tetrarchi divenne palese perché se in Occidente questo secondo editto o venne applicato in maniera molto blanda o persino ignorato, in Oriente nelle province governate da Galerio gli arresti di massa si estesero anche ai fedeli. Questo secondo editto aveva però un gigantesco punto debole: il sistema carcerario imperiale non era in grado di assorbire a tempo indeterminato una tale quantità di prigionieri e si trovò rapidamente sull’orlo del collasso totale. Per risolvere il problema venne emanato un terzo editto nel quale si offriva la libertà a qualsiasi arrestato che avesse accettato di compiere i sacrifici, in caso però di rinnovo del rifiuto si aprivano le porte della tortura e delle esecuzioni. Tra i cristiani ogni divisione venne messa da parte e le comunità si compattarono, sull’esempio dei martiri, nel rifiutare ogni compromesso facendo loro il verso di Esodo 22,20 “Chi offre sacrifici ad altri dei, fuori che all’Eterno, sarà sterminato come anatema”. Lattanzio ammoniva che “chiunque offra incenso agli immondi demoni si separa da Cristo, come un ramo marcio gettato nel fuoco” ed esortava i fedeli a restare saldi in Dio in quanto “le sibille predicono apertamente che Roma è destinata a perire per volontà di Dio, poiché ha in odio il Suo nome” ed era dunque prossimo il momento in cui “Egli udrà e manderà dal cielo un grande Re a liberarli (i giusti) e a distruggere i malvagi col fuoco e con la spada”.

Dal canto suo Diocleziano, probabilmente sempre convinto che offrire ai cristiani il martirio che agognavano non fosse la soluzione, non poté tirarsi indietro dalla battaglia senza che così facendo ne venisse intaccato il prestigio suo e quello della res publica; dal punto di vista dell’Imperatore i cristiani non adempiendo agli editti sfidavano l’autorità imperiale e quindi andavano schiacciati alla stregua di comuni ribelli.

Con questo quarto editto il cristianesimo diveniva religio illecita e veniva vietato in tutto l’Impero, tutti gli abitanti delle province sotto il comando di Diocleziano e Galerio dovevano offrire obbligatoriamente un sacrificio agli dei e chi si rifiutava era condannato a morte.

Le province con le maggiori vittime furono la Bitinia, la Siria, l’Egitto, la Frigia e la Palestina,

La persecuzione raggiunse il suo picco tra il 304 e il 305 d.c. senza che comunque si riuscisse a vederne l’uscita in quanto le violenze non sembravano in grado di scuotere alle fondamenta la resistenza della ecclesia e ciò iniziò a scoraggiare i persecutori e a spingere la gente comune, stanca di queste angherie, alla pietà verso i cristiani. Fu comunque l’incessante progredire degli eventi storici a segnare il fallimento e la definitiva conclusione delle persecuzioni; Diocleziano infatti, anche dopo essersi rimesso dalla sua malattia, rimase comunque troppo debole per riprendere le redini del governo e così decise che, per il bene della res publica e del sistema da lui creato, fosse venuto il momento di farsi da parte. Il 1° Maggio del 305 d.c., dopo vent’anni di regno, Diocleziano abdicò insieme al suo collega Augusto d’Occidente Massimiano; nel piano della tetrarchia adesso Galerio e Costanzo Cloro dovevano divenire i nuovi Augusti che avrebbero nominato a loro volta dei Cesari, ma il sistema, venuto meno il suo forte architrave, andò rapidamente in tilt. A onor del vero va detto che Galerio, pur continuando con la persecuzione dura fino al 306 d.c., fu l’unico che tentò di far funzionare davvero la successione. La rinnovata crisi della res publica si ripercosse inevitabilmente sulla capacità di portare avanti la persecuzione contro i cristiani e dal 306 d.c. in poi il tutt iniziò a perdere forza Infine essa si chiuse definitivamente nel 311 d.c. quando Galerio, poco prima di morire emise un editto nel quale si affermava che, nonostante molti cristiani persistessero nel loro credo, una parte di loro a seguito delle persecuzioni avessero limitato il loro modo di agire ed il loro culto. per il bene dello sTato e dell’imperatore.n

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